Stavo preparando un’analisi
dettagliata dedicata a una strategia di recovery su Stellantis.
Il titolo, dopo i recenti scossoni, presenta livelli tecnici
interessanti che avrebbero meritato un approfondimento operativo,
soprattutto alla luce di nuovi prodotto interessanti emessi
ultimamente. Tuttavia, la realtà geopolitica ha bruscamente cambiato
le priorità.
Le
notizie delle ultime ore riguardanti l’esplosione del conflitto
iraniano impongono un cambio di rotta immediato. Quando i cannoni
tuonano, la prima regola di Investment Engineering non è cercare il
profitto, ma proteggere il capitale. In fasi di incertezza
estrema, l’emotività è il peggior nemico: servono prudenza e,
soprattutto, sangue freddo.
Ecco
i tre principi cardine da seguire in questo delicato passaggio:
1. Non farsi prendere dal panico
Vendere
tutto durante un crollo improvviso trasforma una perdita virtuale in
una perdita reale. Restate lucidi. I mercati reagiscono d’impulso,
ma le strategie di lungo termine si costruiscono sulla razionalità,
non sulla paura.
2. Stare lontani dal Dollaro
Sebbene
storicamente considerato un bene rifugio, l’attuale contesto
macroeconomico e le tensioni globali rendono il biglietto verde uno
strumento estremamente volatile. Entrare ora significa esporsi a
rischi di cambio che potrebbero vanificare qualsiasi rendimento
sottostante.
3. Evitare i BTP (e il nuovo BTP
Valore)
Questo
è il punto più critico. La prossima settimana partirà l’emissione
del nuovo BTP Valore, ma il mio consiglio è categorico: non
cascateci. Quando l’instabilità internazionale morde, i titoli
di stato italiani sono i primi a finire nel mirino delle vendite. La
storia insegna che, in caso di crisi sistemica, lo spread si impenna
e i prezzi dei bond crollano. Rischiereste di trovarvi “incastrati”
con il capitale bloccato per anni o, peggio, costretti a vendere
molto sotto il prezzo d’acquisto per recuperare liquidità.
L’opportunità su Stellantis non scappa, il mercato sarà lì anche i prossimi giorni e mesi. Ma oggi, la priorità è non restare col cerino in mano mentre il quadro geopolitico si infiamma. Mai come ora vale il principio “Cash is King” Io vi ho avvertito.
Settimana di Fuoco: L’Oro a un
Passo dai 5.000$ e i Messaggi da Davos
L’ultima
settimana di gennaio 2026 verrà ricordata come il momento della
“verità asimmetrica”. Mentre il World Economic Forum di
Davos si chiudeva con i soliti proclami sulla resilienza globale, i
mercati hanno risposto con una fiammata dell’oro che ha lasciato i
bear senza parole.
Commodities: L’Oro riscrive la
storia
Rettifichiamo
subito il dato macro più impressionante: l’Oro ha toccato i
4.988 dollari l’oncia. Siamo di fronte a un cambio di paradigma
totale. La corsa all’oro non è più solo una fuga verso la
sicurezza, ma una sfiducia strutturale verso le valute fiat,
accelerata da banche centrali (Cina e India in testa) che stanno
convertendo riserve record in metallo giallo. La soglia dei 5.000$ è
ormai un magnete psicologico. In questo scenario, chi ha snobbato gli
hard assets si trova oggi a rincorrere un treno in corsa.
Equity e Davos: Il “Patto
della Montagna”
A
Davos, il focus è stato la gestione dell’IA e i nuovi equilibri
geopolitici. Wall Street ha reagito con una chiusura settimanale
solida, con l’S&P 500 che flirta con i 6.200 punti. In Europa, il
clima è più cauto: le Borse, Milano inclusa, hanno sofferto per la
debolezza del comparto bancario, zavorrato dal timore che il calo dei
tassi possa erodere i margini di interesse più velocemente del
previsto.
Obbligazionario: Yield in
compressione
I
rendimenti dei titoli di stato sono in fase di assestamento. Il BTP
decennale si attesta al 3,5% con uno spread verso il Bund in area 60
punti base. La narrativa dominante è chiara: l’inflazione è sotto
controllo e le banche centrali non hanno più scuse per tenere i
tassi restrittivi.
È
su queste basi che in questa settimana ho deciso di acquistare
un’obbligazione che ha un meccanismo simile ad un certificato, ma,
tenetelo bene a mente, è un’obbligazione vera e propria, quindi
alla scadenza il capitale è garantito (a meno di un evento di
default dell’emittente naturalmente).
Colgo prima l’occasione per ricordarvi che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Queste ultime due possibilità non vi costano nulla! Inoltre ora potete farlo anche tramite un trasferimento di bitcoin a questo indirizzo: bc1qy0kr074kdpnlrzszgwfnrdrlv2srnmkdzltl8s od utilizzando il seguente QR Code:
Eccoci tornati dalle vacanze
natalizie e ci ritroviamo con un sacco di novità!
Disclaimer
immediato per il proseguo dell’articolo: questa volta nessun
certificato ma alla fine vi esporrò una posizione tattica, l’unica
che ho aperto in tutto questo periodo, perché per il resto aspetto
pazientemente che i ribassi inizino. Quindi sto aumentando la
liquidità, lasciando scadere i certificati e incassare le cedole
senza reinvestire i ricavati ed anzi utilizzando due strategie molto
conservative: coverd call e married put per coprire
alcuni dei titoli che ho in portafoglio.
Se
siete interessati a questo tipo di semplici strategie (premesso che
io non sono un opzionista ed utilizza raramente queste tecniche,
giusto nei periodi di maggiore incertezza) fatemelo sapere nei
commenti.
Ora
partiamo da quella che sicuramente è la notizia più importante
della settimana scorsa: il raid USA in Venezuela ed il relativo
rapimento del presidente Maduro.
Penso sia importante analizzare questi fenomeni perché, per parafrasare José Mourinho che disse: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, anche in economia vale lo stesso principio: Chi sa solo di economia, non sa niente di economia.
Il rebus
Venezuela: perché l’America di Trump non può “semplicemente”
governare Caracas
L’ombra
di Washington torna a stendersi con forza sul Sudamerica, ma la
partita per il Venezuela si preannuncia molto più complessa di un
semplice cambio di bandiera. Nonostante la retorica della “massima
pressione” e le mire strategiche dell’amministrazione Trump,
governare o stabilizzare il paese caraibico rappresenta una sfida che
va ben oltre la diplomazia dei dazi o le minacce militari. Il
Venezuela non è, in altre parole, una pedina che si può muovere a
piacimento su una scacchiera geopolitica.
Un paese spaccato e l’illusione
del controllo “da remoto”
La settimana appena trascorsa si è conclusa dal tema delle tariffe
imposte dagli Stati Uniti, che hanno visto un ritorno ai livelli di
aprile con un’imposizione fino al 30% sui beni europei e messicani,
superando di gran lunga le aspettative di un accordo su livelli
attorno al 10%. Bisognerà vedere se la notizia colpirà i mercati
solo parzialmente o ci sarà un ribasso più profondo come ad Aprile,
nel frattempo il DAX ha registrato un calo dell’1%, Wall Street
dello 0,5%, mentre il dollaro si è rafforzato contro l’euro a
1,1650.
Questo apparente
distacco dei mercati dalle dichiarazioni di Trump riflette la
convinzione che la sua sia una strategia negoziale – il cosiddetto
approccio TACO – che prevede il rilancio aggressivo per poi
chiudere un accordo più equilibrato. Tuttavia, molti analisti
ritengono ormai ottimistico aspettarsi un ripiego verso tariffe più
basse. Trump ha osservato che, anche con dazi al 10%, le entrate per
gli Stati Uniti sono state superiori ai 27 miliardi di dollari al
mese, incoraggiandolo a proseguire con politiche commerciali
aggressive.
Gli operatori stanno
prezzando politiche fiscali fortemente espansive non solo negli Stati
Uniti ma anche in Europa e in Messico, in risposta ai dazi. Si
ipotizzano sussidi e aiuti ai settori strategici nazionali, con un
conseguente aumento dei deficit pubblici e un potenziale ritorno di
spinte inflattive. Allo stesso tempo, la necessità di finanziare un
debito crescente spinge verso forme di repressione finanziaria:
mantenere artificialmente bassi i tassi di interesse, specialmente
sulla parte lunga della curva, per consentire una crescita del PIL
superiore al costo del debito. Secondo alcuni, come Bessent, il
rendimento decennale americano potrebbe stabilizzarsi tra 3,50% e
3,75%, ben al di sotto delle previsioni di molti che lo vedono sopra
il 5%.
Questa analisi
pecca, ahimè del solito bias cognitivo occidentale, cioè di non
considerare chi, in tutti questi anni ha assorbito in gran parte il
deficit USA e quindi il dollaro (proprio grazie a “quell’ingiusto
deficit commerciale” contro il quale il nostro Donald “lame duck”
Trump).
Questo attore è
stato principalmente la Cina, ma le cose sono radicalmente cambiate
(e lo stanno tutt’ora facendo):
Capite perché da
tempo vi dico di vendere asset in dollari e comprare oro con hedge
sull’euro? Capite perché non si può contemporaneamente smettere
di essere compratore netto di merci (e quindi smettere di essere un
impero) e finanziare il proprio debito?
C’è poi chi come
Fugnoli osserva come l’azione di Trump sia tutt’altro che
casuale: il presidente americano calibra annunci e decisioni in base
al comportamento dei mercati. Quando questi sono deboli, rassicura
con promesse di tagli dei tassi o accordi imminenti; quando invece
sono forti, rilancia con nuovi dazi o misure radicali, spingendosi a
ipotizzare anche tassazioni sugli asset detenuti da stranieri. Questa
dinamica genera un paradosso: se i mercati salgono pensando che Trump
farà marcia indietro, egli invece intensifica le sue politiche; se i
mercati scendono, Trump è costretto a moderarsi.
Inoltre,
l’amministrazione americana sta valutando di abbassare i tassi di
almeno tre punti percentuali rispetto agli attuali livelli,
combinando l’azione della Fed con l’emissione di titoli di
brevissima scadenza a tassi quasi nulli e il riacquisto di titoli a
lunga. Una strategia che, se attuata, spingerebbe al rialzo il valore
degli asset statunitensi, dalle azioni agli immobili, mentre il
dollaro più debole favorirebbe le esportazioni e obbligherebbe altre
banche centrali ad adeguarsi, sostenendo la domanda globale.
Infine, resta forte
la spinta all’acquisto di asset reali: bitcoin, oro e altre materie
prime hanno toccato nuovi massimi nella settimana, riflettendo
l’attesa di inflazione e la ricerca di protezione reale in un
contesto di tassi reali molto bassi.
In sintesi, la
combinazione tra politiche fiscali espansive, repressione finanziaria
e guerra commerciale crea un quadro complesso per i mercati. Gli
investitori devono interrogarsi: continuare a comprare scommettendo
su una retromarcia di Trump o prepararsi a un mondo dove le sue
politiche più radicali verranno davvero implementate?
La mia risposta è data dal seguente prodotto, ma prima l’occasione per ricordarvi che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Queste ultime due possibilità non vi costano nulla! Inoltre ora potete farlo anche tramite un trasferimento di bitcoin a questo indirizzo: bc1qy0kr074kdpnlrzszgwfnrdrlv2srnmkdzltl8s od utilizzando il seguente QR Code:
Partiamo subito dalla descrizione del certificato:
Avevo già per metà concluso l’articolo di questa settimana ma gli
eventi di questa notte, con l’attacco degli Stati Uniti all’Iran,
hanno sicuramente cambiato la situazione.
Il presidente Donald
Trump ha definito l’operazione militare un “successo
spettacolare”, evidenziando che “tutti gli obiettivi sono stati
colpiti” e sostenendo che “nessun altro esercito al mondo sarebbe
stato in grado di eseguire un’azione simile”. Trump ha inoltre
lanciato un avvertimento diretto all’Iran, affermando che Teheran
deve “scegliere la pace oppure affrontare conseguenze ben
peggiori”.
Dall’Iran,
l’Organizzazione per l’Energia Atomica ha confermato l’avvenuto
attacco, definendolo una “violazione del diritto internazionale”
e avviando una campagna diplomatica per sollevare la questione presso
le Nazioni Unite. Fonti iraniane riferiscono che la struttura
principale dell’impianto nucleare di Fordow non è stata
danneggiata, mentre i danni avrebbero interessato unicamente i tunnel
di accesso. Il governo iraniano ha ribadito che l’attacco non avrà
ripercussioni sul proseguimento del proprio programma nucleare.
Esprimo tutta la mia
solidarietà e compassione verso quelli che ritenevano che Trump
avrebbe portato la pace nel mondo (anime belle) ed ai fissati della
stagionalità che continuavano a sostenere che tra giugno e luglio i
mercati sono principalmente rialsisti senza guardare minimamente lo
scenario globale attuale.
Sui mercati OTC
aperti nel weekend, i principali indici americani ed europei sono in
calo dell’1,5%, mentre il petrolio vola a +7,5%
L’articolo sarebbe stato sulla sostituzione del certificato andato a scadenza e presentato in “Guadagno oltre il 17% e protezione fino al 50% dei ribassi: oggi è possibile“. Vista la situazione consiglio a tutti di tenersi la liquidità ed attendere di capire meglio l’evoluzione della guerra. Per chi volesse addirittura coprirsi dall’inevitabile aumento della volatilità, tra i tanti, c’è ad esempio questo prodotto sul Vix: LU0832435464, ma ce ne sono molti altri.
Per il resto calma e
sangue freddo.
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Per ragioni di tempo il post di questa settimana sarà in formato più ridotto.
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I principali indici azionari statunitensi hanno chiuso la
settimana in calo, influenzati dalla volatilità dei titoli di Stato
e dalle rinnovate tensioni commerciali. L’S&P 500 e il Dow
Jones sono tornati in territorio negativo da inizio anno, mentre il
Nasdaq ha contenuto le perdite (-2,47%). La debolezza è stata
accentuata da un’asta deludente di titoli del Tesoro a 20 anni, che
ha fatto salire i rendimenti, raggiungendo il livello più alto dal
2023 per i titoli trentennali. Le preoccupazioni sono aumentate dopo
il downgrade del debito sovrano USA da parte di Moody’s e
l’approvazione di una legge fiscale del presidente Trump, vista
come potenzialmente espansiva per il debito pubblico.
I mercati sono scesi ulteriormente dopo che Trump ha annunciato
nuove tariffe del 50% sulle importazioni dall’UE, a partire dal 1°
giugno, e ha minacciato tariffe del 25% sugli iPhone se Apple non
trasferirà la produzione negli USA.
Nel frattempo, l’attività economica statunitense è migliorata
a maggio. L’indice PMI dei servizi è salito da 50,8 a 52,3, mentre
quello manifatturiero è cresciuto a 52,3, segnando una ripresa
rispetto ad aprile. Tuttavia, i prezzi sono aumentati al ritmo più
alto da agosto 2022, legati in gran parte ai dazi.
Nel settore immobiliare, le vendite di case esistenti sono scese
ai minimi da aprile 2009, mentre le vendite di nuove case sono salite
inaspettatamente a 743.000 unità. I tassi ipotecari a 30 anni hanno
toccato i livelli più alti da metà febbraio.
In Europa, l’indice STOXX Europe 600 ha perso lo 0,75% dopo
l’annuncio delle tariffe USA. Gli indici principali di Germania,
Francia e Italia sono scesi, mentre il FTSE 100 del Regno Unito ha
guadagnato. Il PMI dell’Eurozona è sceso sotto 50, indicando
contrazione. La Commissione Europea ha rivisto al ribasso la crescita
del 2025 allo 0,9%.
Io in questo contesto continuo a mantenermi molto liquido, vendo
dollari in tutte le suo forme (ETF in USD, azioni e obbligazioni),
compro oro con hedge in euro e prodotti che mi garantiscano un
importante flusso di cassa a fronte di una buona protezione.
Il certificato di questa settimana si inquadra proprio in questo
contesto.
Rieccoci
dopo le vacanze pasquali a cercare nuove strategie.
In questo articolo mi sono concentrato su come sostituire il certificato presentato nell’articolo “Tre banche europee per oltre il 16% all’anno” che è andato ormai in scadenza anticipato.
Per chi se lo fosse perso, consiglio anche di leggere “Breve compendio per Sinofobi e Suprematisti Occidentali vari” perché la recente ritirata di Trump sui dazi alla Cina sembra essere una delle conseguenze delle argomentazioni scritte in tale articolo.
Con
la scadenza del certificato DE000UG1U4Q2, analizzato in un precedente
articolo su investmentengineering.it,
gli investitori possono
essere
alla ricerca di nuove opportunità per reinvestire la liquidità.
Prima,
come al solito, vi ricordo che chi
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Tra
le alternative ho
trovato
il certificato con ISIN IT0006767872, un prodotto che combina
rendimento e protezione, ma con caratteristiche distintive rispetto
al predecessore. In questo articolo analizzeremo le sue peculiarità,
lo confronteremo con DE000UG1U4Q2 e valuteremo se possa rappresentare
una scelta valida, considerando in particolare l’impatto di un
maggior numero di sottostanti in un contesto “worst of”.
Premetto
che mi sto spostando su un prodotto complessivamente più difensivo
del precedente perché non mi fido del recente rimbalzo.
Questo post “sostituisce” il classico articolo del weekend visto
che ci troviamo nella settimana pasquale e quindi salterà. Ne
approfitto per farvi gli auguri di Buona Pasqua!
Il post che segue è
un po’ diverso dal solito e prendo spunto da un commento di un
lettore (che ringrazio) riguardo il mio ultimo articolo che, seppur
di sfuggita, accennava a quale dovesse essere, a mio avviso, la
postura internazionale dell’Italia e quindi nei confronti della
Cina.
Ci tengo a precisare
che non c’è nessun intento polemico contro il commento stesso,
così come la mia visione può tranquillamente non essere condivisa
da alcuni: io lascerò i commenti aperti facendo affidamento sulla
vostra educazione. Anticipo già che personalmente non risponderò ai
commenti.
Visto che gli
argomenti addotti vanno molto di moda (e lo andranno sempre di più)
in maniera trasversale dagli ambienti ZTL ai suprematisti occidentali
vale la pena dedicargli un post a sé.
Il commento recita
testualmente:
Si,cadiamo in mano a un regime autoritario,che sta rapinando
Paesi emergenti,terreni e terre rare,rubare tecnologie,colpevole del
COVID, sovvenzioni statali alle sue imprese,vendendo in
dumping,ecc.,… può bastare?
Il puzzone si può convincere,e
poi passerà,i comunisti nn cambiano mai,Sic et sempre.
E poi nn
ha proprio tutti i torti:usa ci pagano sicurezza,e noi investiamo in
welfare che loro nn hanno…mi fermo qui
Prima
di entrare nel merito, faccio un po’ di premesse:
Non sono un sinologo
Lungi da me difendere un paese o regime piuttosto che un altro
Stringere accordi o alleanze in qualche campo non significa “cadere
in mano a qualcuno”. Questo approccio è tipico di che dà per
scontato che si debba inevitabilmente sottostare a qualche egemone.
Premesso ciò,
iniziamo. L’articolo sarà un po’ lungo, perciò mettetevi comodi,
ma soprattutto non conterrà nessuna strategia operativa.
Ne avrei fatto volentieri a meno ma questa settimana non posso
esimermi dal commentare anche io cosa stia succedendo sul fronte di
dazi e della alta volatilità provocata da Trump. Sapete che di
solito sono molto moderato nei toni, ma questa volta permettetemi di
cambiare registro perché certe cose non si possono più né
ascoltare né vedere.
Facciamo un po’ di
riassunto sulle idee che sono passate per questo blog. Inizio ad
esempio con il riportare un articolo dove si parlava della
de-dollarizzazione e di quali effetti questo fenomeno avrebbe avuto
sui prezzi dell’oro. La cronaca delle ultime settimane penso che sia
stata la più palese conferma di questa visione.
Molti si chiedono
come mai i tassi dei T-bond americani salgano (il trentennale è
arrivato a sfiorare il 5%) ed il dollaro si deprezzi. Esattamente
perché molti stanno entrando nell’ottica che il dollaro non sarà
più moneta di riserva privilegiata come lo è stata dopo la fine
degli accordi di Bretton Woods.
Questo era
cominciato ad essere intuibile quando le sanzioni contro la Russia
avevano bloccato i conti in dollari, ma lo sta diventando evidente
nel tentativo, disperato e fallimentare, di riequilibrare La bilancia
commerciale degli Stati Uniti da parte di Trump.
Un impero che
rinuncia ad avere un surplus monetario, a fronte quindi di un deficit
commerciale, smetterebbe di essere tale. Ora potrebbe anche darsi che
Trump si riveli storicamente come un Gorbacëv in salsa
yankee ma sarebbe
troppo bello per essere vero.
La retromarcia fatta
nel giro di qualche giorno sui dazi al resto del mondo ne è una
conferma.
È notizia di ieri sera che addirittura sono stati tolti i dazi anche per la Cina per quanto riguarda i prodotti tecnologici. Domani quindi in apertura ad esempio aspettatevi che un titolo come STM venga sospeso in asta di apertura per eccesso di rialzo.
Faccio notare
inoltre che mantenere i dazi sulla sola Cina è sostanzialmente
inutile vista la sua integrazione nella catena della produzione
globale.
E qui adesso veniamo
a quello che succederà: vedrete che nei prossimi giorni passeremo
dal nemico russo a quello che cinese in men che non si dica. Della
serie ” come stare sempre dalla parte sbagliata della storia”.
Infatti una classe
dirigente degna di questo nome, sfrutterebbe immediatamente questa
occasione per emanciparsi dal dominio di un impero in decadenza per
trovare nuovi sbocchi economici, industriali e geopolitici per il
proprio paese.
La prima iniziativa
che si dovrebbe prendere sarebbe quella di ripristinare la via della
seta, annullata da questo governo, per aggraziarsi non solo al
sistema produttivo cinese (di gran lunga il primo al mondo), ma a
tutto il blocco euro-asiatico che sarà il futuro dei decenni a
venire.
Ricordo anche che la
Cina attuale dipende molto meno dalle sue esportazioni di quanto non
lo facesse 20 anni fa ma anche rispetto a paesi come l’Italia o la
Germania.
Italia: 33,73% (sul
PIL)
Germania: 42,1% (sul
PIL)
Cina: 19.72% (sul
PIL)
Quindi, quando
sentirete castronerie sulla sovra-produzione cinese, ricordatevi
questi dati.
Negli
ultimi giorni, i mercati finanziari hanno vissuto un vero e proprio
terremoto, scatenato dall’annuncio dei nuovi dazi imposti da Donald
Trump. Questa decisione ha avuto un impatto immediato su diverse
asset class, generando volatilità e incertezza tra gli investitori.
Le conseguenze economiche e finanziarie di questa mossa si stanno
ancora delineando, ma le prime reazioni indicano un cambiamento
significativo nello scenario globale.
Le politiche protezionistiche adottate da Trump hanno colpito
duramente il commercio internazionale, penalizzando in particolare i
settori manifatturiero e tecnologico. Le aziende statunitensi e
internazionali, che dipendono da catene di approvvigionamento
globali, si trovano ora a dover rivedere le proprie strategie
operative. Il mercato azionario ha reagito con forti ribassi, con i
principali indici che hanno registrato perdite consistenti a causa
delle preoccupazioni per una possibile guerra commerciale su larga
scala.
Anche il mercato obbligazionario ha subito scosse significative. I
rendimenti sui titoli di Stato sono aumentati, riflettendo le
aspettative di un possibile rialzo dell’inflazione dovuto ai costi
aggiuntivi imposti dai dazi. Gli investitori si trovano ora a dover
riequilibrare i propri portafogli, cercando rifugi sicuri per
mitigare l’impatto dell’incertezza economica. I corporate bond,
soprattutto quelli di aziende esposte al commercio internazionale,
hanno subito un ampliamento degli spread, segnalando un aumento del
rischio percepito.
Il mercato valutario ha mostrato forti oscillazioni, con il
dollaro che ha inizialmente guadagnato terreno grazie alla politica
protezionistica, per poi subire correzioni man mano che i timori di
un rallentamento economico si sono diffusi. L’euro e le valute
emergenti hanno subito pressioni, mentre lo yen giapponese e il
franco svizzero sono stati visti come rifugi sicuri dagli
investitori.
Il concetto di “terremoto finanziario” descritto in
questo contesto non è solo una metafora, ma una rappresentazione
accurata della situazione attuale. Il mercato sta attraversando una
fase di profonda incertezza, dove ogni nuova decisione politica può
innescare reazioni a catena difficili da prevedere. Le economie
globali si trovano di fronte a un bivio: da un lato, la possibilità
di un rallentamento dovuto alle barriere commerciali, dall’altro, la
necessità di adattarsi a un nuovo scenario competitivo.
Per gli investitori, la sfida principale sarà gestire questa
volatilità con un approccio prudente e diversificato. La ricerca di
asset resilienti e strategie di copertura diventerà fondamentale per
navigare in questo clima di instabilità. Le prossime settimane
saranno cruciali per capire l’effettivo impatto dei dazi e delle
contromisure adottate dagli altri paesi.
In sintesi, l’annuncio dei dazi di Trump ha scatenato un terremoto
sui mercati finanziari, mettendo in discussione equilibri consolidati
e aprendo scenari inediti per l’economia globale. La capacità di
adattamento e una visione strategica di lungo periodo saranno
essenziali per affrontare le sfide future e cogliere le opportunità
che emergeranno da questo contesto in trasformazione.
Di seguito riporto qual è la mia strategia di lungo termine in
questo contesto. Prima,
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