Non staremo esagerando?

Allora, niente strategia questa settimana, ma perché quando, come nel mio caso, il mercato va nella direzione opposta a quella che mi aspetterei, la cosa migliore da fare è non andare contro il mercato ma anche non farsi conteggiare da questo eccesso irrazionale di ottimismo.

Prendiamo ad esempio lo Shiller CAPE dell’S&P 500. Con un valore che ha raggiunto quota 42, ci troviamo di fronte a livelli che, nella storia, si sono visti soltanto durante il picco della bolla dot-com del 2000. Questa valutazione così elevata solleva una questione cruciale: siamo di fronte a una bolla speculativa o il mercato sta semplicemente scontando una rivoluzione economica senza precedenti?

La tesi prevalente, sostenuta dal mercato, è che l’Intelligenza Artificiale rappresenti un salto tecnologico capace di incrementare la produttività globale in modo strutturale. In questo scenario, gli attuali prezzi elevati non sarebbero altro che un’anticipazione di utili futuri straordinari, ancora non pienamente visibili nei dati attuali ma già riflessi nelle valutazioni odierne. Tuttavia, questa visione ottimistica poggia su un equilibrio molto fragile. Il rischio reale non è necessariamente un crollo immediato, quanto piuttosto una “compressione dei multipli”: se la crescita dell’AI dovesse rivelarsi meno trasformativa del previsto, o se il costo del capitale dovesse aumentare a causa di rendimenti obbligazionari in crescita, gli investitori non sarebbero più disposti a pagare prezzi così alti per gli stessi utili, innescando una dolorosa revisione delle quotazioni.

Recentemente ho letto l’analisi di Michael Burry (quello di “The Big Short”), il quale suggerisce che gli utili delle grandi aziende tecnologiche siano artificialmente gonfiati da pratiche contabili riguardanti l’ammortamento dell’hardware AI. Se questa ipotesi fosse corretta, le valutazioni sarebbero ancora più tese di quanto appaia.

La lezione storica è chiara: quando si parte da valutazioni così spinte, i rendimenti attesi per il prossimo decennio tendono a essere significativamente inferiori alla media storica. Per gli investitori, il messaggio è quello di moderare le aspettative, evitare di proiettare i guadagni eccezionali degli ultimi anni nel futuro e puntare con decisione sulla diversificazione.

L’unica operazione che ho effettuato questa settimana è l’acquisto di questo certificato: IT0005705006, ma non ve lo presento perché è già ad un prezzo abbonamenti sopra la parità. Naturalmente chi vuole analizzarlo può partire dal ISIN, io sono entrato a 99,5€.

Per quanto riguarda le voci di accordo tra Stati Uniti ed Iran, la mia posizione è sempre la stessa: o si va verso una ulteriore proseguimento dei tentativi da parte degli Stati Uniti di egemonizzare lo Stato persiano tramite ulteriori attacchi militari, oppure si andrà verso una ritirata de facto dell’impero americano che cesserebbe di essere una talassocrazia. Quest’ultima ipotesi significa che nel medio e lungo termine anche il ruolo centrale del dollaro verrà ulteriormente indebolito con una conseguente rivoluzione dell’Economia e della finanza per come l’abbiamo conosciuta dal 1945 ad oggi!

Mi scuso con chi si aspettava di analizzare una strategia nuova per questa settimana ma io sono in posizione di Wait and see…

Ancora una posizione prudente sugli indici per un +11%

Questa settimana la prenderò un po’ alla larga, ma penso sia doveroso visti i tempi mutevoli.

L’architettura dei mercati finanziari globali, nel maggio del 2026, si presenta come un ecosistema radicalmente trasformato rispetto alle turbolenze sistemiche osservate soltanto due mesi addietro. Se il marzo del 2026 è stato segnato dal timore di un collasso logistico e da una “stagflazione bellica” alimentata dalle tensioni nel Golfo Persico, il contesto attuale riflette una transizione verso quello che potremmo definire un “Low Vol Bull regime”. Questa calma apparente, tuttavia, non deve essere scambiata per un ritorno alla normalità pre-crisi. Ci troviamo in un punto di inflessione dove la diplomazia della necessità e l’evoluzione tecnologica dell’Intelligenza Artificiale (AI) stanno riscrivendo le regole del valore. Per l’investitore consapevole, questa metamorfosi impone un aggiornamento degli strumenti operativi: il passaggio da strutture ad altissimo rendimento e alta volatilità, tipiche del clima di “Epic Fury”, verso soluzioni di ingegneria finanziaria più resilienti, capaci di estrarre valore in uno scenario di stabilità negoziata.

L’Impero di Mezzo e la risoluzione pragmatica del conflitto globale

La centralità della Cina nel processo di risoluzione delle crisi internazionali ha raggiunto nel maggio 2026 una dimensione precedentemente inesplorata. Mentre gli attori regionali come il Pakistan hanno cercato di agire da mediatori tra Washington, Teheran e Riad con alterne fortune, Pechino si è imposta non come un semplice intermediario, ma come il terzo protagonista della fase conclusiva del conflitto accanto ad America e Iran. Questa evoluzione non è casuale, ma rappresenta il fallimento della strategia di accerchiamento energetico tentata dall’amministrazione statunitense.

L’attacco all’Iran e il tentativo di controllo dello Stretto di Hormuz rientravano in un piano strategico volto a indebolire strutturalmente la Cina. Washington ha cercato di riprendere il controllo sui punti critici della logistica mondiale: dal Canale di Panama alla cattura del petrolio venezuelano, fino al controllo della rotta artica in Groenlandia. L’obiettivo finale era privare Pechino non solo di un fornitore di greggio fondamentale, ma anche di un punto di transito essenziale nella rotta terrestre eurasiatica, progettata per sfuggire alla storica “strozzatura di Malacca”.

Tuttavia, la reazione cinese ha dimostrato che le leve del potere si sono spostate. Pechino ha inizialmente mantenuto un profilo basso, rispettando le sanzioni e lavorando dietro le quinte, ma il recente “pugno sul tavolo” ha cambiato gli equilibri. Comunicando con chiarezza le proprie linee rosse — l’intangibilità del regime iraniano e la riapertura di Hormuz — la Cina ha reso poroso il blocco navale americano, costringendo le parti a una trattativa diretta. La dinamica che stiamo osservando è quella di un “adulto nella stanza” che, pur sospendendo i finanziamenti alle proprie raffinerie come tocco finale di pressione diplomatica, ha di fatto garantito la stabilità dei mercati azionari sui massimi storici.

Dinamiche macroeconomiche e shock energetico: un confronto

Variabile EconomicaScenario Marzo 2026Scenario Maggio 2026Implicazione Finanziaria
Prezzo del Petrolio (Brent)Verso $120/barile Stabilizzato sopra $100 Riduzione del premio al rischio militare
Transiti Stretto di HormuzCalo dell’81% rispetto a gennaio Riapertura graduale in corso Normalizzazione dei costi assicurativi marittimi
Volatilità Implicita (VIX)Spike sopra quota 31 Compressione in area 17 Passaggio da strategie Short-Gamma a Yield Enhancement
Valuta di RegolamentoEmergenza Petroyuan Consolidamento multipolarismo valutario Debolezza strutturale del Dollaro USA

Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale: tra valutazioni e pragmatismo

Mentre la geopolitica trova un equilibrio precario, il settore tecnologico vive una dicotomia profonda tra il modello americano e quello cinese. Oggi la capitalizzazione delle società collegate all’AI negli Stati Uniti ha raggiunto i 22 trilioni di dollari, includendo laboratori di linguaggi, hyperscalers e fornitori di semiconduttori. I soli laboratori indipendenti come OpenAI e Anthropic valgono più di 3 trilioni, una cifra che giustifica le attuali valutazioni solo se si assume un progresso inarrestabile nei prossimi 24 mesi.

Il confronto con la Cina è stridente: DeepSeek, Kimi, MiniMax e Zhipu valgono complessivamente meno di un ventesimo delle controparti americane. Eppure, il ritardo tecnologico di Pechino è stimato in soli 3-6 mesi. La differenza fondamentale risiede nell’approccio: mentre l’America corre verso la potenza di calcolo bruta, la Cina punta sulle applicazioni pratiche immediate e sull’indipendenza da Nvidia attraverso modelli open source e l’utilizzo di semiconduttori diversificati.

Inoltre, stiamo assistendo a un fenomeno di “cinesizzazione” del modello di business degli hyperscalers americani. Queste società reinvestono ormai la quasi totalità del cash flow in Capex (spese in conto capitale) legate all’AI, portando il free cash flow vicino allo zero. Sebbene il rapporto prezzo/utili (P/E) appaia ragionevole, un’analisi basata sul Discounted Cash Flow (DCF) rivelerebbe valutazioni molto più compresse, simili a quelle che storicamente hanno penalizzato l’azionario cinese. Per l’investitore, questo significa che la presenza dell’AI in portafoglio è imprescindibile, ma deve essere indirizzata verso società con tassi di crescita sostenibili e valutazioni meno sature.

Dall’instabilità di Marzo alla resilienza di Maggio: cambio di guardia nei certificati

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Sfruttare la volatilità per quasi +16% sugli indici

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un post abbastanza interlocutorio viste le variabili geopolitiche che erano esplose proprio nel weekend. Oltre al principio di non perdere la calma, avevo enunciato due linee guida: star lontano dai BTP (ed eventualmente andare short) e stare lontano dal dollaro (ed eventualmente andare long sul cambio euro dollaro).

Vediamo come ci sono messi le cose per questi due aspetti:

L’idea è che il grafico parli chiaro, una violenta discesa del BTP a dieci anni e penso che ci sia poco da aggiungere se non ribadire che vi avevo avvertito, soprattutto ai sottoscrittori di BTP valore!

Storia diversa invece è andata per l’euro dollaro:

Malgrado i T-Bond americani abbiano visto il loro rendimento aumentare, anche se non di molto, si è assistito ad un rafforzamento della valuta americana. Anche qui in assoluta trasparenza vi dico che sono entrato long ad 1.17, quindi attualmente la mia posizione è in perdita, ma conto di incrementarla se il cambio dovesse tornare attorno ai 15,8, poiché questa guerra non sarà sicuramente breve e gli Stati Uniti non potranno fare altro che mettere liquidità (ossia stampare dollari) per diverso tempo.

Del perché di questa ultima mia affermazione proverò a darvi delle giustificazioni nel seguito di questo articolo, per poi presentarmi l’unico ingresso nuovo che ho fatto questa settimana su un prodotto basato sugli indici.

Settimana durissima, forse una delle più complesse dell’ultimo biennio. Mentre gli indici europei chiudono l’ottava con una performance vicina al -8% e il greggio mette a segno un rally del +30% (livelli di volatilità che non vedevamo dall’inizio del conflitto in Ucraina), il mercato si trova a dover prezzare un nuovo paradigma. Non si tratta solo di una fiammata inflattiva, ma di una mutazione genetica della geopolitica e, di riflesso, delle strategie di asset allocation.

Come abbiamo spesso sottolineato su questo blog, l’ingegneria finanziaria richiede di guardare oltre il dato puntuale per comprendere i flussi e le asimmetrie sottostanti. Oggi, l’asimmetria più pericolosa non è in un certificato badly priced, ma nel costo della guerra e nella sua durata imprevedibile.

La Settimana della Grande Ricalibrazione: Il Dato NFP e lo Spettro Stagflazione

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Guadagnare fino allo 85% sull’indice della paura!

Rieccoci qua dopo una lunga pausa estiva e ricominciamo con la nostra consueta analisi dei mercati. Vi anticipo subito che ho deciso da ora in poi di alternare i classici certificati a cedola periodica con strategie più tattiche, che potremmo definire da trading “morbidi e fuggi”. Queste queste strategie certificati a leva variabile con una barriera knockout sotto la quale, o sopra la quale se il prodotto è di tipo short, il valore del certificato si annulla, perciò fate attenzione alla vostra allocazione del capitale!

Ma iniziamo prima con un’analisi generale.

Negli ultimi giorni emerge con chiarezza un quadro macroeconomico e geopolitico di crescente complessità, che sta plasmando i mercati finanziari. Sul fronte macro, i dati del mercato del lavoro statunitense mostrano un rallentamento evidente: le buste paga non agricole e le revisioni recenti indicano un indebolimento che ha convinto i mercati a scontare con decisione un taglio dei tassi da parte della Fed già nel prossimo meeting. Questo spostamento delle aspettative ha avuto effetti immediati sui rendimenti: i Treasury a 2 anni si sono portati ai minimi recenti, mentre anche la parte lunga della curva mostra segnali di discesa; al contempo permane il dibattito su possibili ripercussioni inflazionistiche e sul comportamento dei tassi a lunga in caso di politiche fiscali o monetarie non convenzionali. Io è da molto tempo che mi aspetto un abbassamento della curva, finora il mercato non è andato in quella direzione, ma ora sembra che le cose stiano cambiando.

La reazione dei mercati è duplice: da un lato si osserva un forte interesse per asset rifugio come l’oro, che ha raggiunto nuovi massimi storici, sintomo di attese di “debasement” valutario e di tassi reali più bassi; dall’altro vi è attenzione alle possibili tensioni fiscali e geopolitiche che potrebbero riaccendere volatilità e margini di incertezza sui mercati obbligazionari. Gli scenari di politica — incluse misure protezionistiche e contenziosi commerciali — aggiungono un ulteriore elemento di rischio per i flussi di capitale e per le aspettative sui rendimenti reali.

Sul piano geopolitico e strutturale, il confronto USA-Cina è descritto come una partita tra “costruzione” e “litigio”: la Cina, con una classe dirigente formata in larga parte da ingegneri, ha puntato su capacità di realizzazione infrastrutturale e tecnologica su larga scala; gli Stati Uniti, con una cultura istituzionale più legata alla litigiosità e alla tutela legale, si stanno però mobilitando per recuperare capacità produttive strategiche (chip, data center, cantieri militari). Questo riassetto produttivo e le politiche industriali di risposta possono generare sia opportunità sia shock di breve termine, con impatti distinti su valuta, rendimenti e asset risk-on/risk-off.

Nel complesso, la combinazione di Fed orientata al taglio dei tassi, rischio politico-fiscale e rivalità geopolitica crea uno scenario in cui conviene monitorare la liquidità, privilegiare profili di duration breve nel reddito fisso e mantenere esposizioni difensive (oro, coperture di volatilità) come protezione contro shock imprevisti.

È proprio da qui che parte la strategia di questa settimana.

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Che cos’è l’indice VIX e perché potrebbe salire

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Fare il 13,8% con un mix di indici e bond USA

Negli ultimi giorni, i mercati finanziari hanno mostrato segnali misti, riflettendo l’incertezza generata dalla strategia commerciale dell’amministrazione Trump e dalla difficile lettura dello scenario macroeconomico globale. Al centro della scena si trovano le tensioni con la Cina, i dati economici distorti e le implicazioni sulle politiche monetarie e fiscali. Mentre alcuni indicatori mostrano resilienza, la volatilità resta alta e la direzione futura appare tutt’altro che chiara.

Nel breve termine io consiglio estrema prudenza perché il recente movimento a V non è assolutamente sostenibile, soprattutto perché fatta a strappi lasciando molti gap aperti. L’indice FTSE-MIB ne è un esempio ma vale anche per gli altri indici:

La politica dei dazi adottata da Trump ha rappresentato un chiaro ritorno al protezionismo. Il team economico presidenziale, guidato da Robert Lighthizer e Peter Navarro, ha dato un’impronta fortemente interventista, puntando a correggere lo squilibrio commerciale con la Cina attraverso tariffe e barriere. Questa impostazione ha segnato una discontinuità rispetto alla dottrina liberista repubblicana degli ultimi decenni, riaffermando l’interesse nazionale sopra l’integrazione globale. La logica è chiara: ridurre la dipendenza americana dalle importazioni, riequilibrare il deficit commerciale e rilocalizzare la produzione interna. Tuttavia, le conseguenze di questa scelta si stanno manifestando in modo complesso, sia in termini economici che geopolitici.

Va inoltre sempre ricordato che, se magari gli USA, forse, possono permettersi, per puri motivi di contrapposizione geopolitica, tentare di isolare commercialmente la Cina, non possono assolutamente rinunciare al loro ruolo di “compratore globale di ultima istanza”, ossia continuerà ad avere un deficit commerciale strutturale, Trump o non Trump.

D’altronde l’economia americana, pur non avendo ancora subito un vero rallentamento, mostra segnali ambigui. Come sottolinea Alessandro Fugnoli in un recente articolo, molti dati macroeconomici sono difficili da interpretare, anche per la loro raccolta asincrona. Ad esempio, un dato positivo potrebbe riflettere la corsa agli acquisti per anticipare gli effetti dei dazi, e non una reale solidità dell’economia. Inoltre, l’impatto dei dazi si configura come uno shock da offerta, diverso da quello causato dalla pandemia di Covid-19: non esiste un forte supporto monetario e fiscale e la previsione è di una crescita più debole accompagnata da una bassa inflazione.

In parallelo, la Cina resta l’incognita più rilevante. Da un lato, l’economia cinese non si è fermata e continua a crescere, sebbene con una certa fragilità. Dall’altro, la resistenza reciproca di Stati Uniti e Cina rischia di trasformarsi in un lungo stallo negoziale, con esiti imprevedibili. Entrambi i paesi sembrano sopravvalutare la propria capacità di resistere a un eventuale embargo incrociato, e sottovalutano gli effetti sistemici sulle catene di fornitura globali. Le trattative potrebbero comunque sbloccarsi, magari con una moratoria sulle misure restrittive, qualora emergesse una volontà politica comune di rassicurare i mercati.

Intanto, la risposta delle autorità americane mostra sfumature contrastanti. La Federal Reserve, almeno ufficialmente, mantiene un atteggiamento freddo e prudente. Le recenti parole di Christopher Waller, che ha aperto a possibili tagli dei tassi in caso di peggioramento del mercato del lavoro, vanno lette anche in chiave politica: Waller è uno dei candidati a succedere a Jerome Powell e potrebbe voler guadagnare consensi interni alla Casa Bianca. Al contrario, l’amministrazione Trump sembra oggi più attenta al comportamento dei mercati finanziari rispetto al passato, pronta a intervenire per sostenere i corsi azionari in caso di debolezza.

Sul fronte operativo, emerge una preferenza per le borse europee, considerate relativamente più resilienti rispetto a quelle americane e asiatiche. Anche l’euro appare in fase di consolidamento e potrebbe rafforzarsi ulteriormente, mentre i bond europei beneficiano nel breve termine delle pressioni deflazionistiche. I titoli obbligazionari in dollari sono invece da gestire con prudenza, privilegiando le scadenze brevi in attesa di sviluppi sulla curva dei rendimenti. L’oro, infine, mantiene un ruolo difensivo, sostenuto dalla continua domanda cinese. Il grafico sottostante penso sia abbastanza esplicativo:

Nel contesto appenda descritto io personalmente sto approfittando di questo momento di rimbalzo per liquidare alcune azioni a favore di liquidità, oro in hedge con euro e certificati.

Quello che segue è tra quelli che sto monitorando.

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Guadagnare fino al 22% annualizzato grazie alle follie altrui

Ne avrei fatto volentieri a meno ma questa settimana non posso esimermi dal commentare anche io cosa stia succedendo sul fronte di dazi e della alta volatilità provocata da Trump. Sapete che di solito sono molto moderato nei toni, ma questa volta permettetemi di cambiare registro perché certe cose non si possono più né ascoltare né vedere.

Facciamo un po’ di riassunto sulle idee che sono passate per questo blog. Inizio ad esempio con il riportare un articolo dove si parlava della de-dollarizzazione e di quali effetti questo fenomeno avrebbe avuto sui prezzi dell’oro. La cronaca delle ultime settimane penso che sia stata la più palese conferma di questa visione.

Molti si chiedono come mai i tassi dei T-bond americani salgano (il trentennale è arrivato a sfiorare il 5%) ed il dollaro si deprezzi. Esattamente perché molti stanno entrando nell’ottica che il dollaro non sarà più moneta di riserva privilegiata come lo è stata dopo la fine degli accordi di Bretton Woods.

Questo era cominciato ad essere intuibile quando le sanzioni contro la Russia avevano bloccato i conti in dollari, ma lo sta diventando evidente nel tentativo, disperato e fallimentare, di riequilibrare La bilancia commerciale degli Stati Uniti da parte di Trump.

Un impero che rinuncia ad avere un surplus monetario, a fronte quindi di un deficit commerciale, smetterebbe di essere tale. Ora potrebbe anche darsi che Trump si riveli storicamente come un Gorbacëv in salsa

yankee ma sarebbe troppo bello per essere vero.

La retromarcia fatta nel giro di qualche giorno sui dazi al resto del mondo ne è una conferma.

È notizia di ieri sera che addirittura sono stati tolti i dazi anche per la Cina per quanto riguarda i prodotti tecnologici. Domani quindi in apertura ad esempio aspettatevi che un titolo come STM venga sospeso in asta di apertura per eccesso di rialzo.

Faccio notare inoltre che mantenere i dazi sulla sola Cina è sostanzialmente inutile vista la sua integrazione nella catena della produzione globale.

E qui adesso veniamo a quello che succederà: vedrete che nei prossimi giorni passeremo dal nemico russo a quello che cinese in men che non si dica. Della serie ” come stare sempre dalla parte sbagliata della storia”.

Infatti una classe dirigente degna di questo nome, sfrutterebbe immediatamente questa occasione per emanciparsi dal dominio di un impero in decadenza per trovare nuovi sbocchi economici, industriali e geopolitici per il proprio paese.

La prima iniziativa che si dovrebbe prendere sarebbe quella di ripristinare la via della seta, annullata da questo governo, per aggraziarsi non solo al sistema produttivo cinese (di gran lunga il primo al mondo), ma a tutto il blocco euro-asiatico che sarà il futuro dei decenni a venire.

Ricordo anche che la Cina attuale dipende molto meno dalle sue esportazioni di quanto non lo facesse 20 anni fa ma anche rispetto a paesi come l’Italia o la Germania.

Italia: 33,73% (sul PIL)

Germania: 42,1% (sul PIL)

Cina: 19.72% (sul PIL)

Quindi, quando sentirete castronerie sulla sovra-produzione cinese, ricordatevi questi dati.

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Resistere a ribassi del 40% e guadagnare il 9% con gli indici mondiali

Wall Street continua la sua corsa senza sosta, toccando nuovi massimi storici. L’indice S&P 500 ha raggiunto quota 6100, segnando un incremento del 6% rispetto al giorno delle elezioni presidenziali. Gli investitori sembrano ignorare le incertezze globali, sostenuti da una serie di dati economici positivi.

Il mercato del lavoro americano si dimostra robusto: a novembre sono stati creati 227.000 nuovi posti di lavoro, superando le previsioni di 200.000. La disoccupazione è stabile al 4,2%, vicino a livelli storicamente bassi. Anche la crescita salariale, sebbene elevata al 4% annuo, non dovrebbe impedire alla Federal Reserve di tagliare ulteriormente i tassi di interesse nella prossima riunione del 18 dicembre, già data per quasi certa dagli operatori finanziari.

Nel frattempo, le grandi società tecnologiche ribattezzate “Le Magnifiche 7” stanno riprendendo slancio dopo una fase di rallentamento. Tesla, che ad aprile registrava un calo del 42% dall’inizio dell’anno, è ora in crescita del 56%, trainando l’intero comparto. Il settore tecnologico sembra beneficiare di un rinnovato interesse per l’intelligenza artificiale: Salesforce ha visto le sue azioni salire del 10% grazie a una trimestrale solida, alimentata dall’integrazione di funzionalità AI nei suoi prodotti.

Dall’altra parte dell’Atlantico, la Francia è scossa da una crisi politica senza precedenti. Il governo guidato da Michel Barnier è stato sfiduciato dopo che il partito di Marine Le Pen ha deciso di unirsi alla sinistra per votare contro il bilancio. Un evento raro nella politica francese, che non vedeva un governo cadere dal 1962.

Sorprendentemente, però, i mercati finanziari hanno reagito con ottimismo: il CAC 40 è salito e lo spread dei titoli di Stato francesi si è ridotto a 77 punti base, il livello più basso delle ultime settimane. Sembra che gli investitori avessero già scontato il peggio, vedendo nella caduta del governo un’opportunità per una possibile stabilizzazione.

Marine Le Pen, leader della destra francese, ha assunto un tono sorprendentemente conciliante. Non ha chiesto le dimissioni del presidente Emmanuel Macron e ha dichiarato che il suo partito non ostacolerà gli sforzi per ridurre il deficit di bilancio, lasciando intendere che è pronta a collaborare con un eventuale nuovo governo.

In un contesto globale dominato da incertezze politiche e turbolenze economiche, l’economia americana e i mercati europei sembrano trovare la forza per guardare avanti con fiducia, ma uno storno può essere sempre dietro l’angolo.

È proprio da queste considerazioni che sono partito per impostare la strategia di questa settimana.

ma prima, come al solito, vi ricordo che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete “valorizzare” le inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Ogni contributo è un piccolo mattoncino per l’indipendenza di questo blog.

Vi ricordo inoltre come l’operazione della scorsa settimana su Moncler con il certificato a leva ha già portato a casa circa un +60% essendo io entrato a 4,75€ ed oggi è vendibile a 7,61€.

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L’importanza dei dividendi nella storia ed ai tempi di Trump

Un aspetto di solito sottovalutato e/o frainteso è l’importanza del dividendo nella scelta degli investimenti. Partiamo dalle basi: possiamo vedere il dividendo come la redistribuzione degli utili che l’azienda gira ai suoi azionisti. La quota degli utili girati si chiama Payout Ratio, minore è il Payout Ratio maggiore è la sostenibilità del dividendo. Cosa significa?

Facciamo un esempio chiarificatore: supponiamo che la azienda A abbia registrato un utile di 100 e decida di redistribuire 60 ad i suoi azionisti, il Payout Ratio è pari al 60%. Significa che il restante 40 sarà impiegato in altro modo (cassa, reinvestimenti, riduzione del debito etc…). Mettiamo poi che l’anno successivo ci sia una contrazione degli utili ad 80. L’azienda può comunque decidere di remunerare i propri azionisti dello stesso importo portando il Continua a leggere…