Da oggi la nostra analisi quantitativa e la scomposizione chirurgica degli strumenti finanziari hanno una nuova casa. Ci spostiamo su Substack per offrirvi approfondimenti ancora più rigorosi, grafici e strategie direttamente nella vostra casella di posta.
Abbiamo inaugurato il canale con i primi due articoli imperdibili:
1️⃣ Decodificare la Complessità: Il Triplo Shock Inflattivo e le Nuove Traiettorie di Mercato
Un’analisi macroeconomica top-down per comprendere le divergenze strutturali tra USA, Europa e Asia e capire dove si sta spostando il vero valore sistemico.
👉 Leggi il primo articolo
2️⃣ Una Strategia sugli Indici per un Rendimento Extra del 13,80% Annuo
L’ingegneria finanziaria applicata a un certificato decisamente fuori dal comune, capace di generare l’1,15% mensile sfruttando la bassa volatilità degli indici globali.
👉 Leggi il secondo articolo
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L’attuale configurazione
dei mercati dei metalli preziosi ci pone di fronte a uno scenario che
ha pochissimi precedenti storici. Da un lato, abbiamo un quadro
macroeconomico globale segnato da squilibri strutturali profondi;
dall’altro, stiamo assistendo a una disconnessione quasi irrazionale
tra il prezzo dell’oro fisico e le valutazioni delle società
azionarie che quell’oro lo estraggono. In questo articolo uniremo i
puntini tra le dinamiche macro-valutarie, l’azione istituzionale
delle Banche Centrali e l’analisi tecnica dei prezzi, per capire
perché l’attuale fase di mercato rappresenti un’asimmetria
rischio-rendimento di proporzioni colossali.
Il
Quadro Macroeconomico: Disavanzi, Debito e Svalutazione
Partiamo
dal substrato macroeconomico, magistralmente delineato anche da note
strategiche recenti (come il report “Il Rosso e il Nero” di
Kairos). Per decenni, l’economia statunitense ha prosperato
nonostante i “disavanzi gemelli” (bilancio federale e
partite correnti). Se ai tempi dell’amministrazione Bush questi
deficit spaventavano i mercati arrivando a toccare il 9% del PIL,
sotto l’amministrazione Biden l’asticella è stata drammaticamente
alzata fino al 21% complessivo.
Oggi,
in una fase di tentata reindustrializzazione e tensioni commerciali
con la Cina, il debito pubblico americano sfiora i 40.000 miliardi di
dollari, generando oneri per interessi superiori a 1.000 miliardi
l’anno. Questo innesca un meccanismo inesorabile noto come “dominanza
fiscale”. Quando uno Stato non può più sostenere
matematicamente il costo reale del proprio debito, l’unica via
d’uscita storica è il debasement trade, ovvero la
svalutazione monetaria e l’inflazione finanziaria. Sebbene nel breve
termine fattori tattici abbiano tenuto a galla il dollaro, le
dinamiche di lungo periodo lo vedono proiettato verso un
indebolimento strutturale in area 1.20, cedendo pesantemente il passo
soprattutto al Renminbi cinese.
Non
è un caso che la Cina (insieme a decine di altre banche centrali
emergenti) stia scaricando i titoli di Stato USA per accumulare
aggressivamente riserve auree: solo a maggio sono state importate 163
tonnellate, segnando il diciannovesimo mese consecutivo di acquisti
ufficiali cinesi.
La
Correzione: Anatomia di un’Opportunità
In
questo quadro di forte sfiducia verso il debito governativo, l’oro ha
toccato i massimi storici a inizio anno per poi subire una brutale
correzione del 29%, mentre l’argento si è letteralmente dimezzato
(-46%). Per l’investitore retail meno avvezzo ai cicli, è suonato il
campanello d’allarme della “fine della corsa”. Per chi
applica i princìpi di Investment Engineering e analizza le serie
storiche, si tratta di un déjà-vu.
Negli anni ’70 e nel 2008, all’interno di maestosi mercati rialzisti secolari dell’oro, abbiamo assistito a violente correzioni (anche del 50%, come tra il ’74 e il ’76) indotte da improvvisi picchi dei tassi reali o da liquidazioni forzate su altre asset class. Il dolore di breve periodo è stato storicamente il biglietto d’ingresso per i rally più imponenti.
Qui arriviamo al cuore
dell’anomalia di mercato, visibile cristallinamente nel grafico qui
sotto:
Prima di iniziare rispondo
a un po’ di commenti che sono stati fatti nell’articolo precedente,
che ringrazio fin da ora per gli apprezzamenti fatti.
Prima
di tutto cos’è Substack? Substack è una piattaforma che permette a
chiunque di creare e pubblicare una propria newsletter e, allo stesso
tempo, un blog personale. Iscriversi è gratuito; gli autori possono
offrire contenuti gratis o a pagamento tramite abbonamento.
Forse
forse potrei pensare di lasciare un articolo (che solitamente in
questo blog è la prima parte introduttiva di carattere generale)
gratuito come al solito, mentre la seconda parte, quella in cui si
presenta la strategia operativa, potrebbe essere sottoposta ad
abbonamento. Anche se la mettessi sotto abbonamento sarebbe comunque
un prezzo poco più che simbolico, più per verificare il reale
apprezzamento del mio lavoro piuttosto che generare introiti extra,
di cui fortunatamente non ho bisogno. Vedremo…
Rispondo
anche a chi ha detto che il sito andrebbe ristrutturato, è
indubbiamente vero solo che tempo e voglia sono al solito quello che
mi manca..
Oltre l’Illusione Ottica del
Greggio: Dinamiche Macro e l’Opportunità Strategica
Nei
quattro mesi seguiti all’attacco a sorpresa all’Iran del 28 febbraio,
i mercati finanziari hanno vissuto il dramma reale della guerra
trasformandolo in un vero e proprio psicodramma. Si è parlato della
più grave crisi energetica di tutti i tempi, di un petrolio lanciato
verso i 150-200 dollari, di recessione globale e di un’inflazione
fuori controllo che avrebbe costretto le banche centrali ad alzare
vertiginosamente i tassi. Si temeva persino il default per i paesi
emergenti importatori di greggio. Discorsi apparentemente sensati, ma
che all’atto pratico hanno trascurato una variabile fondamentale: la
ferrea volontà politica di America e Cina. Pur di calmierare la
situazione, le due superpotenze hanno attinto aggressivamente alle
proprie scorte strategiche, avvicinandosi pericolosamente
(soprattutto in America) al loro totale esaurimento.
Il Paradosso dei Prezzi e
l’Anomalia del Mercato
Il
risultato di questa imponente iniezione di greggio artificiale sul
mercato è che oggi il prezzo spot del petrolio è praticamente
invariato: era a 67 dollari il giorno prima della guerra e oggi si
attesta sui 69 dollari. Eppure, tutto il resto del panorama
finanziario è stato radicalmente stravolto.
Le
divergenze sono macroscopiche. Il dollaro americano si è rafforzato
prepotentemente (da 1.18 a 1.13 contro l’euro), mentre l’oro —
tradizionalmente il bene rifugio per eccellenza — ha subito un
tracollo inaspettato, precipitando da 5280 a 4010 dollari l’oncia.
Anche sul fronte obbligazionario il Treasury decennale americano ha
visto i rendimenti salire dal 3.96% al 4.40%. Per quanto riguarda le
borse, l’S&P 500 è salito notevolmente, mentre in Europa il Dax
ha ceduto terreno. Come si spiega questa perturbazione generale se la
“stella” del petrolio è tornata fissa?
La
risposta al collasso dell’oro e al rally del dollaro risiede nello
stress del sistema dei paesi emergenti, e in particolare di quelli
del Golfo. Con le scorte di greggio esaurite (o con le infrastrutture
produttive danneggiate dal conflitto), questi paesi stanno liquidando
le riserve auree accumulate negli anni tramite le esportazioni per
comprare i dollari necessari alla ricostruzione e per ripagare i
costi della guerra agli Stati Uniti. Aggiungiamo il fatto che, a
Washington, un dollaro forte fa molto comodo per importare deflazione
in vista del voto di novembre.
Europa vs USA: Il Peso
dell’Energia e del Ritardo Tecnologico
Prima di entrare nel vivo degli argomenti di questa settimana fatemi comunicare due cose. La prima riguarda la mia posizione Long sul petrolio: è evidente che le dinamiche della settimana appena trascorsa abbiano clamorosamente confessato la mia visione, malgrado ciò io rimango comunque rialzista da questi livelli. Secondo me il sottostante fisico sconterà un problema di offerta fino alla fine dell’anno. La seconda riguarda invece i destini di questo blog. Ancora non ho preso una decisione definitiva ma sto pensando che entro la fine dell’estate questo blog possa chiudere. A questo punto avrei due possibilità: smettere completamente di pubblicare o aprire un account su Substack. Sarei molto curioso di sapere cosa ne pensiate anche voi. Ma veniamo ora agli argomenti di questa settimana.
L’ecosistema globale dei semiconduttori, tracciato in modo rappresentativo dal Philadelphia Semiconductor Index (spesso replicato tramite l’ETF SOXX), continua a correre a ritmi che sfidano la gravità. L’indice di settore abbia registrato performance sbalorditive: oltre il 108% di rialzo da inizio anno e un +134% su base annua. Non ci troviamo di fronte a una singola “stock story” fortunata, ma a un intero comparto industriale composto dai 30 principali player globali che sta trainando i listini mondiali.
Alla base di questa impennata ci sono i fondamentali ciclopici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Gli hyperscaler americani (come Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta) hanno pianificato e impegnato tra i 600 e i 750 miliardi di dollari in spese in conto capitale (CapEx) entro il 2026, con circa il 75% di questi fondi destinati esplicitamente a infrastrutture AI. L’intero mercato globale dei chip viaggia ormai verso il trilione di dollari, e la componente AI ne assorbe la metà. Solo quindici anni fa, questa specifica categoria di semiconduttori praticamente non esisteva.
Questa massiccia polarizzazione della domanda ha innescato un fenomeno macroeconomico inedito definito “Chip Inflation” (inflazione da chip). Dopo oltre un decennio di costante deflazione tecnologica, i prezzi delle memorie DRAM e dei sistemi SSD enterprise sono aumentati di sei volte nell’ultimo anno. Il paradosso industriale è evidente: nonostante la capacità produttiva di DRAM cresca a ritmi del 30%, si stima un deficit del 15% per l’industria dei PC e del 12% per gli smartphone. L’assorbimento vorace di silicio da parte delle GPU e dei server AI sta drenando risorse dagli usi tradizionali, spingendo al rialzo i prezzi dell’elettronica di consumo e alterando la nostra comprensione del ciclo economico tecnologico.
I flussi finanziari confermano l’entusiasmo: gli ETF legati al comparto tech e semiconduttori continuano a registrare afflussi record (oltre 12 miliardi in singole settimane), a testimonianza di un posizionamento istituzionale e retail fortemente “Long”. L’80% dei gestori intervistati dalla Global Fund Manager Survey di BofA indica i semiconduttori come il trade più affollato e strategico del momento.
Questa settimana non vi parlerò di spacex visto che ne hanno parlato in lungo il lago tutti quanti e chi mi segue da un po’ penso che possa intuire qual è la mia visione su questa azienda, per essere più chiari ne sono rimasto ben alla larga.
Vediamo invece la mia visione su quello che ritengo ben più determinante ossia le dinamiche tra Iran e USA. Io rimango estremamente critico per quanto riguarda la possibilità di un accordo. A mio avviso le possibilità sono tre: 1) l’accordo semplicemente non si firma. 2) l’accordo sarà talmente generico che non avrà alcuno effetto nell’immediato e si rimanderà tutto a data da destinarsi (tipo 60 giorni). 3) quello più improbabile Ma non necessariamente impossibile (mi rendo conto che siamo nella fanta-diplomazia), è che si fidino due accordi con sfumature diverse e che ognuna delle parti racconti quella che più gli conviene. Ormai mancano poche ore per vedere se una delle mie ipotesi è corretta o se in realtà l’accordo si firmerà e tutto andrà a posto. Coerentemente con la mia visione ho aperto una posizione rialzista su il WTI con un pezzo di ingresso pari a circa 86,5 dollari.
Per capire davvero cosa sta succedendo e il perché della mia posizione fortemente rialzista, dobbiamo necessariamente svestirci dei panni dei trader da scrivania e guardare al mercato reale, quello fisico. Spesso chi investe o fa trading si ferma al numerino sul monitor: si vede il WTI crollare verso gli 80 dollari e si pensa “il mercato prezza la pace e il rientro dell’emergenza”. Follia. Questo è il tipico bias di chi non ha mai visto dal vivo le infrastrutture estrattive e crede ciecamente che la borsa rispecchi perfettamente l’economia industriale. La discrepanza tra il “paper market” – fatto di derivati speculativi mossi da algoritmi che reagiscono al decimo di secondo a un tweet presidenziale – e il mercato reale è arrivata a livelli critici e paradossali.
La nuda e cruda realtà dei fatti è che, a prescindere dai proclami di Washington, il mondo sta attualmente subendo un deficit produttivo e logistico di circa 15 milioni di barili al giorno. Le ostilità e la conseguente interruzione delle rotte ottimali nel Golfo hanno di fatto inceppato l’intero ciclo marittimo. Ma l’ingenuità più clamorosa è credere che una firma su un memorandum o una stretta di mano in diretta TV risolva magicamente il problema in ventiquattr’ore. Vi spiego l’inghippo logistico: in caso di accordo istantaneo, ci troviamo comunque di fronte a un ineludibile collo di bottiglia. Le navi cisterna che in questo momento sono state deviate, o che si trovano ferme chissà dove, devono prima navigare verso i terminal occidentali e asiatici per scaricare, e successivamente dovranno impiegare settimane per tornare fisicamente nei porti del Medio Oriente (Kuwait, Emirati, Iraq) per caricare nuovo greggio. Finché questo ciclo andata-ritorno non si completa, gli impianti estrattivi locali non hanno letteralmente lo spazio fisico per pompare e stoccare il materiale. Si tratta di un ritardo fisiologico e marittimo che imporrà al mercato un ammanco garantito di altri due o tre mesi post-firma.
Come fa il mondo ad assorbire questo disavanzo nel frattempo? Raschiando letteralmente il fondo del barile. Se andiamo a leggere i dati fisici veri, notiamo prelievi settimanali record dagli stoccaggi di mezzo mondo, uniti a una progressiva emorragia delle scorte strategiche statunitensi. Hub vitali come Cushing in Oklahoma (punto di consegna fisico del WTI), oltre ai centri di Singapore e dei porti ARA (Amsterdam-Rotterdam-Anversa) in Europa, si stanno pericolosamente avvicinando al cosiddetto “tank bottom”. Stiamo parlando del limite tecnico operativo inferiore: sotto quel livello non c’è fisicamente più abbastanza pressione nei serbatoi per pompare il prodotto. E i ritmi attuali indicano che si potrebbe toccare questo limite critico a ridosso di metà estate.
La Nostra View Confermata: Il De-risking Inevitabile del Nasdaq
Investire senza comprendere le dinamiche strutturali dei flussi di cassa è un puro esercizio di speranza. Chi segue regolarmente le analisi di Investment Engineering sa bene che avevamo lanciato un avviso ai naviganti con largo anticipo: i violenti ribassi che hanno investito i mercati azionari internazionali, travolgendo in particolare il Nasdaq e l’intero comparto dei semiconduttori, erano ampiamente prevedibili.
Nelle nostre ultime note operative avevamo evidenziato una palese anomalia nel premio al rischio e una divergenza fondamentale insostenibile: valutazioni aggregate tirate a multipli storici estremi, euforia ingegnerizzata e una concentrazione di mercato pericolosamente polarizzata su pochissimi nomi legati alla narrativa dell’Intelligenza Artificiale. Il mercato scambiava per certezze quelle che erano solo opzioni call su flussi di cassa futuri e altamente speculativi. La correzione in corso, lungi dall’essere un mero incidente di percorso, rappresenta il necessario richiamo della gravità finanziaria sui fondamentali delle aziende tech.
Il Catalizzatore Broadcom e l’Architettura dei Numeri “Fugazi”
A innescare la capitolazione del settore sono state le Forward Guidance di Broadcom, rilasciate sensibilmente sotto le aspettative di Wall Street. Questo singolo evento ha rimosso il velo di ipocrisia dai modelli di valutazione degli analisti, agendo da detonatore per una struttura macroeconomica che poggia su fondamenta intrinsecamente fragili.
Se si analizza in profondità la filiera dell’AI, emerge un meccanismo macro-finanziario che evoca le più grandi distorsioni del passato, un sistema che potremmo definire “fugazi”: polvere di fata, numeri che appaiono come crescita organica dirompente ma che, dietro la facciata dei bilanci, nascondono una fitta rete di finanziamenti circolari (vendor financing).
Il circuito si articola attraverso passaggi bizantini ma concettualmente lineari:
I colossi tecnologici e i produttori di hardware investono massicciamente, sia in equity che in debito, in startup focalizzate sullo sviluppo di modelli di Intelligenza Artificiale.
Queste startup utilizzano immediatamente i capitali ricevuti per acquistare o noleggiare potenza di calcolo, GPU e servizi infrastrutturali dagli stessi colossi che le hanno finanziate.
Di conseguenza, i ricavi dei fornitori tecnologici registrano incrementi artificiali. Questi dati eccezionali giustificano multipli di borsa ipertrofici, i quali consentono di attrarre nuova liquidità sul mercato o di emettere nuovo debito strutturato per alimentare nuovamente il ciclo.
In questa architettura finanziaria, lo stesso soggetto economico ricopre simultaneamente il ruolo di investitore, fornitore e cliente. La liquidità reale non esce mai dal perimetro dell’ecosistema, mentre il rischio di insolvenza viene sistematicamente spinto al di fuori dei bilanci societari ordinari.
Attraverso l’intervento dei giganti del private credit (come Apollo e Blackstone) e la costituzione di complesse società veicolo (SPV) localizzate in giurisdizioni off-shore, il debito necessario per l’espansione dei data center viene cartolarizzato e collocato sul mercato. Destinatari finali di queste emissioni obbligazionarie sono spesso le compagnie di assicurazione e i veicoli che gestiscono le rendite vitalizie dei fondi pensione.
Il legame con la recente correzione è diretto: in operazioni colossali come quella strutturata per finanziare l’infrastruttura di Antropic con chip proprietari (i TPU di Google), Broadcom interviene come garante terzo del valore residuo dei chip stessi al termine del contratto di locazione. Nel momento in cui Broadcom riduce le proprie stime di crescita, l’intera catena delle garanzie strutturate subisce un de-rating immediato. Considerato che le analisi indipendenti stimano che ben il 95% dei progetti enterprise legati all’AI non stia generando alcun ritorno economico misurabile (ROI), lo scenario più probabile per il comparto non è un crash repentino, bensì uno sgonfiamento lento e doloroso dei multipli di borsa su un orizzonte di 18-24 mesi.
L’Ingegneria dei Certificati: Vendere Volatilità Quando il Mercato Trema
Nel paradigma di Investment Engineering, l’incremento del rischio e il panico degli investitori direzionali rappresentano le condizioni ideali per implementare strategie asimmetriche. Il crollo del Nasdaq ha provocato un’impennata della volatilità implicita sulle opzioni azionarie. Quando i mercati scendono rapidamente, il costo per assicurare i portafogli si impenna a dismisura.
Un investitore consapevole sa che acquistare un certificato a capitale condizionatamente protetto equivale a vendere volatilità. Chi inserisce questi strumenti in portafoglio sta assumendo la posizione del “banco”, vendendo implicitamente opzioni Put al desk di strutturazione dell’emittente. Poiché in questo momento la volatilità è prezzata a livelli estremi, la banca è costretta a riconoscerci premi straordinariamente ricchi e, al contempo, a posizionare i livelli di protezione a distanze siderali. È l’applicazione della pura razionalità matematica contro l’emotività della massa.
Anche questa settimana
rischierò di ripetermi, ma l’attuale fase macroeconomica e
geopolitica ci pone di fronte a uno degli scenari più complessi e,
per certi versi, irrazionali dell’ultimo decennio. Osservando le
dinamiche di prezzo di alcune tra le principali materie prime e
confrontandole con i fondamentali fisici, emerge una divergenza che
sfida i classici modelli di valutazione. In questo contesto,
l’approccio agli investimenti richiede un approccio di questo tipo
secondo me: la scommessa direzionale di lungo periodo cede il passo a
una gestione tattica e opportunistica, progettata per estrarre
rendimento dalla volatilità piuttosto che dalla direzionalità pura.
L’Irrazionalità
dei Mercati
Per
comprendere a fondo questa disconnessione tra economia reale e
finanza, è estremamente utile evidenziare la profonda irrazionalità
dei mercati, in particolare per quanto concerne le dinamiche legate
al prezzo del petrolio e al delicato scacchiere geopolitico tra Stati
Uniti e Iran.
Nonostante
una situazione esplosiva nello Stretto di Hormuz – un hub cruciale
per il passaggio del greggio a livello globale – il prezzo del WTI
(West Texas Intermediate) ha continuato a mostrare una debolezza
strutturale, stazionando intorno agli 88 dollari al barile. Secondo
me, il mercato sta prezzando uno scenario basato quasi esclusivamente
su aspettative e “fake news” di natura politica, ignorando
del tutto la realtà dell’offerta fisica.
Le
indiscrezioni su un imminente accordo tra l’amministrazione
statunitense e l’Iran continuano a rincorrersi, alimentate da fughe
di notizie (spesso smentite) che parlano di una riapertura imminente
dello stretto e di una distensione sui tavoli nucleari. Tuttavia, la
realtà dei fatti è ben diversa:
La
questione dell’uranio arricchito: Le autorità iraniane hanno
ribadito, in via ufficiale e definitiva, che l’uranio arricchito non
uscirà dal Paese. Questo rende di fatto impossibile un accordo che
possa essere politicamente sostenibile per gli Stati Uniti,
considerati anche i veti incrociati e le “linee rosse”
imposte dalle varie fazioni in gioco.
La
logistica dello Stretto di Hormuz: Anche nell’ipotesi remota di
una firma immediata, la riapertura non sarebbe istantanea. La
presenza di mine e le nuove imposizioni di pedaggi richiederebbero
settimane, se non mesi, per ripristinare un flusso commerciale
sicuro.
Il
deficit produttivo: Attualmente, la produzione aggregata di
Paesi chiave come Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Iran
è inferiore di decine di milioni di barili rispetto ai livelli
pre-crisi, con un deficit giornaliero tra domanda e offerta stimato
intorno ai 10-11 milioni di barili.
I
Fondamentali Ignorati: Scorte in Calo e Rischio Geopolitico
Il
dato più allarmante, che il mercato azionario e i future sul
petrolio sembrano ignorare deliberatamente, riguarda le scorte
fisiche. Faccio sommessamente notare (informazione appresa da chi ne
sa un bel po’ più di me) come i recenti ritiri di barili siano stati
imponenti: parliamo di oltre 17 milioni di barili ritirati in una
sola settimana, attingendo a piene mani dalle riserve strategiche
americane (SPR), che si stanno assottigliando verso livelli critici
di guardia.
Contemporaneamente,
le scorte di prodotti raffinati come benzina (gasoline) e distillati
stanno crollando ben al di sotto delle medie degli ultimi cinque
anni, e questo sta avvenendo prima ancora dell’inizio della vera e
propria “driving season” estiva, periodo in cui la domanda
di carburante negli Stati Uniti tocca i suoi massimi fisiologici.
Come
sottolineato anche dai vertici di colossi come Chevron ed Exxon, ci
stiamo dirigendo verso un imbuto logistico e produttivo. Mantenere i
prezzi artificialmente bassi attraverso il rilascio di riserve e la
narrativa di accordi inesistenti non fa che stimolare ulteriormente
la domanda. Quando il mercato si renderà conto che l’offerta fisica
non è in grado di sostenere questo ritmo, il rischio è quello di
assistere a spike di prezzo violentissimi e incontrollabili.
Dalla
Macroeconomia all’Operatività: Privilegiare la Tattica
Alla
luce di questa profonda irrazionalità, in cui i prezzi sono guidati
da titoli di giornale e aspettative politiche piuttosto che dalla
dura legge della domanda e dell’offerta, prendere una posizione
direzionale di lungo termine diventa un esercizio di pura scommessa,
non di investimento. Se si va long sul petrolio sperando nei
fondamentali, si rischia di subire crolli improvvisi causati
dall’ennesima dichiarazione politica; se si va short, si rischia di
essere spazzati via non appena la realtà della carenza fisica
busserà alla porta.
In
un contesto simile, l’unica strategia sensata è quella di limitarsi
a posizioni tattiche, sfruttando la volatilità intrinseca e i
rendimenti asimmetrici offerti dai certificati di investimento.
Questo approccio permette di generare flussi di cassa o rendimenti in
conto capitale con un orizzonte temporale definito, proteggendo il
portafoglio da scenari estremi grazie alle barriere di protezione.
Operatività
Pratica: Turnover dei Certificati Scaduti
La
gestione attiva del portafoglio richiede un turnover disciplinato,
rimpiazzando i prodotti giunti a scadenza con nuove strutture in
grado di massimizzare il rendimento nel contesto attuale. Proprio in
questa settimana sono giunti a scadenza due certificati che avevamo
analizzato nei mesi scorsi e che hanno brillantemente raggiunto i
loro obiettivi:
Avendo
incassato la liquidità derivante da questi due rimborsi, l’obiettivo
è ora quello di riallocare il capitale in modo efficiente,
mantenendo un profilo di rischio/rendimento coerente con la nostra
visione tattica.
Allora, niente strategia questa settimana, ma perché quando, come
nel mio caso, il mercato va nella direzione opposta a quella che mi
aspetterei, la cosa migliore da fare è non andare contro il mercato
ma anche non farsi conteggiare da questo eccesso irrazionale di
ottimismo.
Prendiamo ad esempio lo Shiller CAPE dell’S&P 500. Con un valore che ha raggiunto quota 42, ci troviamo di fronte a livelli che, nella storia, si sono visti soltanto durante il picco della bolla dot-com del 2000. Questa valutazione così elevata solleva una questione cruciale: siamo di fronte a una bolla speculativa o il mercato sta semplicemente scontando una rivoluzione economica senza precedenti?
La tesi prevalente,
sostenuta dal mercato, è che l’Intelligenza Artificiale rappresenti
un salto tecnologico capace di incrementare la produttività globale
in modo strutturale. In questo scenario, gli attuali prezzi elevati
non sarebbero altro che un’anticipazione di utili futuri
straordinari, ancora non pienamente visibili nei dati attuali ma già
riflessi nelle valutazioni odierne. Tuttavia, questa visione
ottimistica poggia su un equilibrio molto fragile. Il rischio reale
non è necessariamente un crollo immediato, quanto piuttosto una
“compressione dei multipli”: se la crescita dell’AI dovesse
rivelarsi meno trasformativa del previsto, o se il costo del capitale
dovesse aumentare a causa di rendimenti obbligazionari in crescita,
gli investitori non sarebbero più disposti a pagare prezzi così
alti per gli stessi utili, innescando una dolorosa revisione delle
quotazioni.
Recentemente ho letto l’analisi di Michael Burry (quello di “The Big Short”), il quale suggerisce che gli utili delle grandi aziende tecnologiche siano artificialmente gonfiati da pratiche contabili riguardanti l’ammortamento dell’hardware AI. Se questa ipotesi fosse corretta, le valutazioni sarebbero ancora più tese di quanto appaia.
La lezione storica è
chiara: quando si parte da valutazioni così spinte, i rendimenti
attesi per il prossimo decennio tendono a essere significativamente
inferiori alla media storica. Per gli investitori, il messaggio è
quello di moderare le aspettative, evitare di proiettare i guadagni
eccezionali degli ultimi anni nel futuro e puntare con decisione
sulla diversificazione.
L’unica operazione
che ho effettuato questa settimana è l’acquisto di questo
certificato: IT0005705006,
ma non ve lo presento perché è già ad un prezzo abbonamenti sopra
la parità. Naturalmente chi vuole analizzarlo può partire dal ISIN,
io sono entrato a 99,5€.
Per quanto riguarda
le voci di accordo tra Stati Uniti ed Iran, la mia posizione è
sempre la stessa: o si va verso una ulteriore proseguimento dei
tentativi da parte degli Stati Uniti di egemonizzare lo Stato
persiano tramite ulteriori attacchi militari, oppure si andrà verso
una ritirata de facto dell’impero americano che cesserebbe di essere
una talassocrazia. Quest’ultima ipotesi significa che nel medio e
lungo termine anche il ruolo centrale del dollaro verrà
ulteriormente indebolito con una conseguente rivoluzione
dell’Economia e della finanza per come l’abbiamo conosciuta dal 1945
ad oggi!
Mi scuso con chi si
aspettava di analizzare una strategia nuova per questa settimana ma
io sono in posizione di Wait and see…
Per chi pensava che l’incontro tra Xi e Trump potesse risolvere tutto e avremmo ricominciato a vivere tutti quanti d’economia (e non di potenza tra nazioni), s’è risvegliato venerdì un po’ scosso.
Il panorama macroeconomico e geopolitico del 2026 si configura come un ecosistema in cui le vecchie certezze della globalizzazione cooperativa sono state definitivamente sostituite da quella che definiamo una “stagflazione bellica” strutturale. In questo scenario, l’analisi dei mercati non può prescindere da una comprensione profonda delle dinamiche di potere tra le grandi potenze, poiché ogni movimento dei listini azionari è ormai un sottoprodotto di decisioni prese nelle stanze della diplomazia coercitiva o sui campi di battaglia tecnologici. La recente evoluzione delle relazioni internazionali, segnata dal fallimento dei vertici tra Stati Uniti, Cina e Iran, ha innescato un mutamento di regime nei mercati finanziari, passando da una fase di “Low Vol Bull” a una di incertezza radicale, dove le divergenze tra l’andamento dei prezzi e la forza sottostante dei trend iniziano a manifestarsi con preoccupante chiarezza.
Il Tramonto della Diplomazia: Il Collasso delle Aspettative USA-Cina e USA-Iran
L’illusione che ha alimentato i mercati nella prima parte dell’anno, basata sulla speranza di una ricomposizione pragmatica delle crisi tra Washington e i suoi principali antagonisti sistemici, è ufficialmente tramontata. La narrativa di una distensione, spesso sostenuta da analisti poco inclini a considerare la realtà delle frizioni strutturali, si è scontrata con la durezza dei fatti geopolitici. Le aspettative di un ritorno alla normalità nei rapporti con l’Iran e di una tregua commerciale duratura con la Cina sono completamente cadute, lasciando il posto a una logica di attrito permanente che condiziona pesantemente le catene di approvvigionamento e i premi per il rischio globale.
Il Fallimento del Vertice Trump-Xi Jinping e il Ritracciamento degli Indici
Il punto di rottura definitivo è stato rappresentato dall’incontro tra il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping, un vertice che era stato caricato di aspettative eccessive dai media mainstream. La realtà emersa dal tavolo negoziale è stata quella di un fallimento totale, sia sul fronte diplomatico che su quello commerciale. Non solo non sono stati raggiunti accordi sulla riduzione dei dazi o sulla protezione della proprietà intellettuale, ma l’incontro ha evidenziato una reciproca sfiducia che preclude qualsiasi cooperazione nel medio periodo. Gli Stati Uniti continuano a vedere nell’ascesa tecnologica cinese una minaccia esistenziale alla propria sicurezza nazionale, mentre Pechino non è disposta a sacrificare il proprio modello di sviluppo industriale per compiacere le richieste di Washington.
Questo fallimento ha fornito il catalizzatore fondamentale per il recente ritracciamento degli indici azionari mondiali. Gli investitori, realizzando che la “diplomazia della necessità” non avrebbe prodotto i frutti sperati, hanno iniziato a prezzare uno scenario di costi operativi più elevati e di mercati frammentati. La fine dell’era del “Grand Bargain” sino-americano significa che le aziende multinazionali, specialmente quelle del settore tecnologico e manifatturiero, dovranno navigare in un ambiente caratterizzato da barriere tariffarie crescenti e da una costante minaccia di sanzioni incrociate.
La Questione Iraniana e lo Stallo nel Medio Oriente
Parallelamente al fronte cinese, la crisi tra Stati Uniti e Iran rimane una ferita aperta che minaccia la stabilità energetica globale. Le speranze di un nuovo accordo sul nucleare o di una de-escalation regionale sono state spazzate via da una serie di ultimatum reciproci che hanno riportato la tensione ai massimi livelli. Questo stallo non è solo un problema di sicurezza militare, ma agisce come un potente freno economico attraverso il canale dei prezzi dell’energia e dei costi di assicurazione marittima per i transiti nello Stretto di Hormuz. In un regime di stagflazione bellica, l’instabilità nel Golfo Persico garantisce che l’inflazione rimanga “appiccicosa”, limitando il margine di manovra delle banche centrali e costringendo gli investitori a cercare rifugio in strumenti di protezione del capitale.
Evento Geopolitico
Aspettativa Iniziale
Realtà Post-Vertice
Impatto sui Mercati
Incontro Trump-Xi
Accordo commerciale “fase 2”
Fallimento diplomatico e commerciale
Ritracciamento indici globali
Crisi USA-Iran
De-escalation e nuovo accordo
Stallo messicano e minacce militari
Rialzo volatilità e costi energetici
Transizione Multipolare
Egemonia unipolare stabile
Rafforzamento del blocco BRICS+
Multipolarismo valutario e incertezza
Analisi Tecnica del FTSE MIB: La Divergenza come Segnale d’Allarme
Mentre il quadro macroeconomico si deteriora, i segnali provenienti dall’analisi tecnica confermano la fragilità dell’attuale struttura dei prezzi, specialmente sul listino milanese. L’osservazione attenta del grafico del FTSE MIB rivela un fenomeno classico di esaurimento del momentum, che spesso precede correzioni profonde o inversioni di tendenza.
Il Paradosso tra Nuovi Massimi e Oscillatori Decrescenti
L’immagine tecnica del FTSE MIB mostra una chiara e pericolosa divergenza ribassista. Mentre l’indice dei prezzi ha continuato a spingersi verso nuovi massimi relativi (superando quota 49.000 punti), l’oscillatore stocastico (21, 7, 7) ha segnato massimi decrescenti, evidenziati graficamente dalle linee blu che collegano i picchi dell’indicatore. Questa discrepanza indica che, nonostante il prezzo conti di salire, la forza interna del movimento sta svanendo. In termini di ingegneria finanziaria, stiamo assistendo a una fase di distribuzione latente, in cui i “mani forti” stanno alleggerendo le posizioni mentre la narrativa mainstream continua a spingere il pubblico verso l’ottimismo.
Storicamente, le divergenze tra prezzo e stocastico sono tra i segnali più affidabili per identificare i punti di svolta del mercato. Quando lo stocastico non riesce a seguire il prezzo nella creazione di nuovi massimi, significa che la pressione di vendita sta iniziando a sopraffare la domanda proprio sui livelli più alti. Nel contesto attuale, segnato dal fallimento diplomatico tra le grandi potenze, questa divergenza agisce come un segnale d’allarme critico: la calma apparente della borsa è solo la superficie di un ecosistema che si sta preparando a un brusco riposizionamento.
Il Settore Automotive: Tra Crisi Strutturale e Opportunità di Rendimento
Il comparto automobilistico europeo rappresenta perfettamente le contraddizioni del mondo multipolare del 2026. Schiacciato tra una transizione elettrica forzata e la concorrenza aggressiva dei produttori cinesi, il settore sta attraversando una metamorfosi che ne mette in discussione la stessa sopravvivenza nel lungo termine. Giganti come Stellantis si trovano a dover gestire un declino della domanda nei mercati tradizionali e una perdita di competitività tecnologica nell’elettrificazione.
Nonostante le difficoltà macroscopiche del settore, l’approccio basato su strategie asimmetriche ha dato frutti eccezionali. Sei mesi fa, avevamo presentato un certificatoReverse Bonus Cap (ISIN DE000UG81M71) emesso da UniCredit, focalizzato sulla debolezza di Stellantis. La tesi di fondo era che la debolezza del titolo avrebbe permesso di estrarre valore attraverso una struttura che trae profitto dalla stabilità o dal ribasso delle quotazioni, a differenza dei tradizionali certificati long.
L’operazione è andata molto bene: lo strumento, che rimborserà tra circa un mese (giugno 2026), ha permesso di ottenere un rendimento complessivo superiore al 22% in un orizzonte semestrale. Questo risultato sottolinea l’efficacia dell’ingegneria finanziaria nel creare profili di rendimento positivi anche in settori sotto pressione, trasformando la volatilità negativa in un vantaggio per l’investitore prudente.
Questa settimana la prenderò un po’ alla larga, ma penso sia doveroso visti i tempi mutevoli.
L’architettura dei mercati finanziari globali, nel maggio del 2026, si presenta come un ecosistema radicalmente trasformato rispetto alle turbolenze sistemiche osservate soltanto due mesi addietro. Se il marzo del 2026 è stato segnato dal timore di un collasso logistico e da una “stagflazione bellica” alimentata dalle tensioni nel Golfo Persico, il contesto attuale riflette una transizione verso quello che potremmo definire un “Low Vol Bull regime”. Questa calma apparente, tuttavia, non deve essere scambiata per un ritorno alla normalità pre-crisi. Ci troviamo in un punto di inflessione dove la diplomazia della necessità e l’evoluzione tecnologica dell’Intelligenza Artificiale (AI) stanno riscrivendo le regole del valore. Per l’investitore consapevole, questa metamorfosi impone un aggiornamento degli strumenti operativi: il passaggio da strutture ad altissimo rendimento e alta volatilità, tipiche del clima di “Epic Fury”, verso soluzioni di ingegneria finanziaria più resilienti, capaci di estrarre valore in uno scenario di stabilità negoziata.
L’Impero di Mezzo e la risoluzione pragmatica del conflitto globale
La centralità della Cina nel processo di risoluzione delle crisi internazionali ha raggiunto nel maggio 2026 una dimensione precedentemente inesplorata. Mentre gli attori regionali come il Pakistan hanno cercato di agire da mediatori tra Washington, Teheran e Riad con alterne fortune, Pechino si è imposta non come un semplice intermediario, ma come il terzo protagonista della fase conclusiva del conflitto accanto ad America e Iran. Questa evoluzione non è casuale, ma rappresenta il fallimento della strategia di accerchiamento energetico tentata dall’amministrazione statunitense.
L’attacco all’Iran e il tentativo di controllo dello Stretto di Hormuz rientravano in un piano strategico volto a indebolire strutturalmente la Cina. Washington ha cercato di riprendere il controllo sui punti critici della logistica mondiale: dal Canale di Panama alla cattura del petrolio venezuelano, fino al controllo della rotta artica in Groenlandia. L’obiettivo finale era privare Pechino non solo di un fornitore di greggio fondamentale, ma anche di un punto di transito essenziale nella rotta terrestre eurasiatica, progettata per sfuggire alla storica “strozzatura di Malacca”.
Tuttavia, la reazione cinese ha dimostrato che le leve del potere si sono spostate. Pechino ha inizialmente mantenuto un profilo basso, rispettando le sanzioni e lavorando dietro le quinte, ma il recente “pugno sul tavolo” ha cambiato gli equilibri. Comunicando con chiarezza le proprie linee rosse — l’intangibilità del regime iraniano e la riapertura di Hormuz — la Cina ha reso poroso il blocco navale americano, costringendo le parti a una trattativa diretta. La dinamica che stiamo osservando è quella di un “adulto nella stanza” che, pur sospendendo i finanziamenti alle proprie raffinerie come tocco finale di pressione diplomatica, ha di fatto garantito la stabilità dei mercati azionari sui massimi storici.
Dinamiche macroeconomiche e shock energetico: un confronto
Variabile Economica
Scenario Marzo 2026
Scenario Maggio 2026
Implicazione Finanziaria
Prezzo del Petrolio (Brent)
Verso $120/barile
Stabilizzato sopra $100
Riduzione del premio al rischio militare
Transiti Stretto di Hormuz
Calo dell’81% rispetto a gennaio
Riapertura graduale in corso
Normalizzazione dei costi assicurativi marittimi
Volatilità Implicita (VIX)
Spike sopra quota 31
Compressione in area 17
Passaggio da strategie Short-Gamma a Yield Enhancement
Valuta di Regolamento
Emergenza Petroyuan
Consolidamento multipolarismo valutario
Debolezza strutturale del Dollaro USA
Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale: tra valutazioni e pragmatismo
Mentre la geopolitica trova un equilibrio precario, il settore tecnologico vive una dicotomia profonda tra il modello americano e quello cinese. Oggi la capitalizzazione delle società collegate all’AI negli Stati Uniti ha raggiunto i 22 trilioni di dollari, includendo laboratori di linguaggi, hyperscalers e fornitori di semiconduttori. I soli laboratori indipendenti come OpenAI e Anthropic valgono più di 3 trilioni, una cifra che giustifica le attuali valutazioni solo se si assume un progresso inarrestabile nei prossimi 24 mesi.
Il confronto con la Cina è stridente: DeepSeek, Kimi, MiniMax e Zhipu valgono complessivamente meno di un ventesimo delle controparti americane. Eppure, il ritardo tecnologico di Pechino è stimato in soli 3-6 mesi. La differenza fondamentale risiede nell’approccio: mentre l’America corre verso la potenza di calcolo bruta, la Cina punta sulle applicazioni pratiche immediate e sull’indipendenza da Nvidia attraverso modelli open source e l’utilizzo di semiconduttori diversificati.
Inoltre, stiamo assistendo a un fenomeno di “cinesizzazione” del modello di business degli hyperscalers americani. Queste società reinvestono ormai la quasi totalità del cash flow in Capex (spese in conto capitale) legate all’AI, portando il free cash flow vicino allo zero. Sebbene il rapporto prezzo/utili (P/E) appaia ragionevole, un’analisi basata sul Discounted Cash Flow (DCF) rivelerebbe valutazioni molto più compresse, simili a quelle che storicamente hanno penalizzato l’azionario cinese. Per l’investitore, questo significa che la presenza dell’AI in portafoglio è imprescindibile, ma deve essere indirizzata verso società con tassi di crescita sostenibili e valutazioni meno sature.
Dall’instabilità di Marzo alla resilienza di Maggio: cambio di guardia nei certificati