Per il weekend del Primo Maggio pubblico una versione short del post settimanale senza la consueta introduzione generale. Ci tenevo Comunque a pubblicare questo post poiché il certificato di cui tratterò è veramente interessante ed è l’unica posizione nuova che ho aperto questa settimana oltre ad un piccolo acquisto incrementale sull’oro. Per il resto mi sento solamente di dire che il rialzo a V a cui stiamo assistendo è veramente privo di alcuna razionalità secondo me, quindi, se le cose continueranno così, continuerò ad incrementare la mia posizione sul mix. Ma vediamo il certificato della settimana:
Nel panorama attuale dei mercati finanziari, caratterizzato da valutazioni azionarie compresse in alcuni settori e segnali di incertezza macroeconomica, la ricerca di rendimento non può prescindere da una rigorosa gestione del rischio di coda. Oggi analizziamo una struttura che ridefinisce il concetto di “difensività”: il nuovo Memory Cash Collect.
Acquistabile attualmente sotto la pari, a circa 995 euro, questo certificato si distingue per una configurazione tecnica raramente osservabile sul mercato: una barriera di protezione posizionata al 30% dei livelli iniziali. In termini pratici, l’investitore è protetto fino a ribassi dei sottostanti nell’ordine del 70%.
La metamorfosi del conflitto:
Dal dominio terrestre alla strategia del blocco
La realtà geopolitica e
finanziaria dell’aprile 2026 impone un’analisi che superi la visione
lineare dei mercati, troppo spesso ancorata a modelli di crescita
prepandemici o prebellici. L’articolo “Il Blocco” di Kairos
Partners delinea una trasformazione profonda nella condotta delle
ostilità globali, utilizzando la metafora storica del blocco navale
per spiegare l’attuale fase di logoramento tra le grandi potenze.
Storicamente, i blocchi navali hanno dimostrato un’efficacia
strategica spesso superiore alle battaglie terrestri, come
evidenziato dalla Guerra dei Sette Anni, dalle Guerre Napoleoniche,
dalla Guerra di Secessione e dalla Crisi di Cuba.
L’approccio attuale contro
l’Iran riflette questa evoluzione dottrinale. I teorici della
supremazia navale come Alfred Mahan e quelli della guerra aerea come
Giulio Douhet avevano previsto la capacità di strangolamento
economico derivante dal controllo delle rotte marittime e dello
spazio aereo. La strategia americana si è spostata da una fase
prettamente aerea a una navale, mirando al cuore del sistema
economico iraniano: l’esportazione di greggio. Il blocco navale
statunitense sta costringendo Teheran a stoccare il proprio petrolio
nell’isola di Kharg, ma la capacità fisica di stoccaggio è prossima
al limite critico. Con una produzione di 1,9 milioni di barili al
giorno, si stima che lo spazio disponibile si esaurirà entro due
settimane, rendendo la chiusura dei pozzi una necessità tecnica e,
purtroppo per Teheran, una decisione “praticamente
irreversibile” che priverebbe il paese dell’85% delle proprie
entrate.
Tuttavia, l’efficacia del
blocco non è assoluta. L’Iran continua a utilizzare tattiche di
bypass, facendo uscire petroliere verso le acque pakistane e indiane,
mentre persiste il contro-blocco iraniano nello Stretto di Hormuz.
Questo “stallo messicano” ha ridotto le scorte globali di
petrolio da 8 a 7 miliardi di barili. Tale decremento non può
proseguire indefinitamente, poiché le riserve strategiche devono
essere preservate per la possibilità di nuovi fronti, in particolare
quello di Taiwan.
Confronto storico e strategico
dei blocchi navali
Conflitto
Tipologia di
Blocco
Obiettivo
Strategico
Esito Economico
Guerra dei Sette
Anni
Navale Totale
Interruzione
rifornimenti coloniali
Collasso del commercio
marittimo francese
Guerre Napoleoniche
Sistema Continentale
Isolamento commerciale
del Regno Unito
Fallimento dovuto al
contrabbando e alla superiorità della Royal Navy
Guerra di Secessione
Piano Anaconda
Strangolamento della
Confederazione
Collasso della capacità
bellica del Sud
Crisi di Cuba (1962)
Quarantena Navale
Rimozione missili
nucleari
Risoluzione diplomatica
sotto pressione militare
Iran-USA (2026)
Coercizione Marittima
Riduzione entrate (85%)
e regime change
Esaurimento scorte
fisiche e rischio stagflazione
Lo scontro di civiltà e il
declino dell’egemonia unipolare
Il conflitto tra l’Iran e
gli Stati Uniti nel 2026 non deve essere interpretato esclusivamente
attraverso lenti economiche o energetiche. Si tratta di una
manifestazione macroscopica dello scontro tra un impero che si
percepisce in fase di declino e nuovi attori revisionisti che cercano
un cambiamento radicale dei rapporti di forza mondiali. Gli
economisti che prevedono una risoluzione semplice e lineare
sottovalutano la natura ontologica di questa crisi. Non è solo una
questione di prezzo del petrolio, ma di chi controllerà le
infrastrutture del potere nel prossimo secolo.
La Russia e la Cina, in
particolare, osservano e abilitano la resistenza iraniana come parte
di una strategia più ampia per erodere l’influenza globale degli
Stati Uniti e l’ordine internazionale liberale. La Russia fornisce
all’Iran imagery satellitare, assistenza tecnica e droni di nuova
generazione, aumentando la resilienza di Teheran senza formalizzare
un’alleanza dichiarata, riducendo così la soglia di escalation
denunziabile. Pechino, dal canto suo, adotta una “ambiguità
calcolata”, sfruttando la crisi per consolidare un “circuito
chiuso” di scambi in Renminbi (RMB) attraverso il sistema CIPS,
riducendo la dipendenza dal dollaro e proteggendosi da future
sanzioni.
Questa dinamica trasforma
l’Iran in un laboratorio per il multipolarismo. Gli Stati Uniti,
adottando una postura di blocco navale e cyber-guerra contro le
infrastrutture industriali iraniane (PLC/SCADA), stanno
paradossalmente accelerando la formazione di blocchi di potere
anti-occidentali. La crisi iraniana non è dunque un evento isolato,
ma il catalizzatore di un riposizionamento strutturale che vede la
Cina emergere come mediatore pragmatico e la Russia come fornitore di
capacità militari asimmetriche.
Il settore della difesa come
pilastro della nuova economia globale
In un mondo caratterizzato
da blocchi contrapposti e da una “stagflazione bellica”, il
settore della difesa cessa di essere un comparto ciclico per
diventare il cuore pulsante delle politiche industriali. Il 2026 vede
il consolidamento di un vero e proprio “Superciclo della
Difesa”, alimentato dall’instabilità geopolitica e dai massicci
incrementi dei budget NATO, con una spinta senza precedenti verso
l’autonomia strategica europea.
Le aziende europee come
Leonardo e Rheinmetall stanno vivendo una fase di espansione senza
precedenti. Rheinmetall, il gigante tedesco, ha visto il proprio
backlog ordini salire a 64 miliardi di euro alla fine del 2025, con
una previsione di crescita dei ricavi del 40-45% per il 2026. La
domanda di munizioni da 155mm e di sistemi di difesa aerea come la
famiglia Skyranger è tale da richiedere una scalabilità produttiva
che non si vedeva dalla Guerra Fredda. Leonardo, d’altra parte, si
sta posizionando come leader nei sistemi avanzati e nell’elettronica
per la difesa, assicurandosi contratti miliardari come quello con il
Regno Unito per gli elicotteri AW149.
La trasformazione
tecnologica è il driver principale: le forze armate non richiedono
più solo hardware, ma sistemi integrati che combinano intelligenza
artificiale, analisi dei dati in tempo reale e architetture digitali
complesse. Questo mutamento del modello industriale sta portando a un
miglioramento strutturale dei margini operativi, rendendo il settore
della difesa uno dei pochi in grado di offrire crescita e resilienza
in un contesto macroeconomico incerto, segnato dal rincaro delle
materie prime e delle insolvenze aziendali.
Proiezioni di spesa e indicatori del settore difesa 2026-2027
Indicatore
Valore Stimato
2026
Trend 2027
Driver
Principale
Spesa Difesa Europea
€381 Mrd
> €426 Mrd
Richiesta NATO 5% PIL &
Trump Greenland Policy
Produzione Munizioni
(155mm)
0,9 M unità
1,1 M unità
Riempimento scorte &
supporto Ucraina
Insolvenze Globali
+6%
+10% (Escalation)
Shock energetico e
tassi d’interesse
Crescita Ricavi
Leonardo
~8,4%
In revisione al rialzo
Elettronica, Cyber &
Contratto elicotteri UK
Ingegneria Finanziaria: Il
Certificato sulla difesa
Nessun articolo per questa settimana per due regioni fondamentali: La prima personale ed è la solita mia mancanza di tempo, la seconda, la più importante, è che di questo mercato non mi fido assolutamente. L’unica operazione che ho effettuato infatti nella settimana appena trascorsa è stata l’apertura di una posizione al rialzo sull’indice VIX utilizzando questo strumento a Leva variabile con ISIN NLBNPIT34P72 ad un prezzo di ingresso pari a 5,9€. Se il VIX dovesse scendere ancora incrementerò ulteriormente la mia posizione. Per il resto ho chiuso in profitto metà della mia posizione rialzista su euro dollaro e continuo a rimanere Short sui titoli di Stato. Il mio consiglio è: non fatevi prendere dal FOMO, sì ballerà ancora tanto e la situazione tra USA ed Iran è lontana dall’essere risolta. Stay tuned per la prossima settimana!
Il panorama finanziario e geopolitico globale si trova attualmente in una fase di transizione critica, dove la retorica del conflitto frontale inizia a mostrare i primi segni di logoramento, lasciando spazio a una diplomazia della necessità che appare, tuttavia, carica di incertezze e contraddizioni. La transizione da un ultimatum atomico a un tavolo negoziale a Islamabad rappresenta un momento di singolarità per i mercati, un punto di flesso in cui la percezione del rischio oscilla tra la speranza di una de-escalation e il timore di un fallimento strutturale dei colloqui. In questo scenario, la gestione dei portafogli richiede non solo una profonda comprensione delle dinamiche macroeconomiche, ma anche una capacità di riallocazione tattica che sfrutti le asimmetrie create dalla volatilità, come dimostrato nella strategica verso strumenti come il certificato che andrò a presentare.
Il Precipizio di Aprile: Dalla Minaccia di Trump al Cessate il Fuoco
Il mese di aprile 2026 è iniziato sotto l’ombra di quello che molti analisti hanno definito come l’ultimatum finale dell’amministrazione statunitense nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. La tensione ha raggiunto il suo apice martedì 7 aprile, quando la presidenza Trump ha minacciato esplicitamente la cancellazione della civiltà iraniana nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto completamente e in sicurezza entro una finestra temporale di poche ore. La dichiarazione, diffusa attraverso i canali social presidenziali, delineava uno scenario apocalittico, prefigurando attacchi devastanti sulle infrastrutture civili, le centrali elettriche e i ponti strategici del paese.
Tuttavia, meno di due ore prima della scadenza di tale ultimatum, la mediazione del primo ministro pakistano ha permesso di siglare un cessate il fuoco provvisorio di due settimane. Questo evento ha innescato una reazione violenta e immediata sui mercati energetici, portando al maggiore crollo giornaliero del prezzo del petrolio dai tempi della pandemia di COVID-19, con una flessione del 16% in una singola sessione. Nonostante questo sollievo temporaneo, la stabilità dell’accordo è apparsa subito fragile, minata da azioni militari collaterali in Libano che hanno rischiato di far deragliare i colloqui ancor prima del loro inizio formale.
Le Dinamiche Negoziali a Islamabad: Un Tavolo di Distanze Incolmabili
L’apertura dei negoziati a Islamabad, in Pakistan, vede contrapposte due delegazioni con mandati e obiettivi che appaiono, allo stato attuale, quasi inconciliabili. Da una parte, gli Stati Uniti, guidati dal vicepresidente Vance, presentano una lista di richieste che mira a una ristrutturazione radicale dell’influenza iraniana nella regione. Washington esige l’apertura immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, lo smantellamento del programma nucleare, una riduzione drastica dell’arsenale missilistico e la fine del sostegno ai gruppi proxy come Hezbollah e gli Houthi.
Dall’altra parte, la delegazione iraniana, guidata dallo speaker del Parlamento Ghalibaf e dal ministro degli esteri Araghchi, punta a obiettivi diametralmente opposti: la fine permanente di ogni attacco militare, il risarcimento dei danni di guerra subiti, la cancellazione totale delle sanzioni economiche e il riconoscimento della sovranità iraniana sulla gestione dello Stretto di Hormuz. L’analisi di queste posizioni rivela che molti dei punti sul tavolo appartengono alla sfera della tattica negoziale estrema; l’Iran è consapevole dell’impossibilità di ottenere riparazioni belliche, così come le minacce di distruzione totale di Trump erano finalizzate a forzare la mano dell’avversario.
Il mio scetticismo riguardo al successo di questi negoziati è alimentato dalla discrepanza tra le percezioni di forza delle parti. Teheran opera sotto la consapevolezza che sta vivendo una guerra esistenziale che ha ricompattato assieme la società, compresa anche gran parte delle opposizioni. Gli Stati Uniti, invece, faticano a uscire dallo schema di una trattativa commerciale unilaterale, non comprendendo appieno che il fattore tempo e la complessità delle nuove alleanze globali non giocano più a loro favore. La realtà sul campo indica che, anche in caso di un accordo formale, la normalizzazione del traffico navale attraverso Hormuz richiederebbe settimane o mesi, mantenendo elevata la pressione sulle supply chain globali.
Richieste degli Stati Uniti
Richieste della Repubblica Islamica dell’Iran
Apertura sicura e immediata dello Stretto di Hormuz
Fine permanente degli attacchi USA e israeliani
Smantellamento del programma nucleare
Cancellazione totale delle sanzioni economiche
Limitazione drastica dei missili balistici
Riparazione dei danni di guerra subiti
Stop al sostegno ai proxy (Hezbollah, Houthi)
Sovranità nella gestione dello Stretto di Hormuz
Cessate il fuoco regionale duraturo
Diritto all’arricchimento dell’uranio a fini civili
L’Economia di Guerra e il Paradigma Stagflazionistico
A dire il vero questa settimana pensavo semplicemente di pubblicare gli auguri di Pasqua, che colgo comunque subito l’occasione per farvi. Nel frattempo, per fatti miei, sono un po’ di giorni che faccio ricerche per tentare di capire come faccia l’Iran ad applicare dei pedaggi per il passaggio sullo stretto di Hormuz. Siccome sono della vecchia scuola, man mano che trovo cose interessanti, prendo appunti oppure mi segno i link.
Ad un certo punto ho pensato che potesse uscirne fuori un articolo un po’ diverso dal solito, perché non indica alcuna strategia operativa, ma che potesse essere comunque interessante visto che alcuni aspetti non vengono così approfonditi dai vari media.
Vi faccio nuovamente gli auguri di una buona e serena Pasqua e spero che quanto segue possa comunque interessavi:
Sovranità Digitale e Controllo Marittimo: Il Nuovo Regime di Pedaggio Cripto-Valutario nello Stretto di Hormuz
L’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz tra il 2025 e il 2026 ha segnato un punto di svolta senza precedenti nella gestione delle rotte marittime globali, vedendo la transizione di un corridoio naturale di navigazione in un’infrastruttura di transito a pagamento gestita militarmente e finanziata tramite asset digitali. L’Iran, attraverso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI), ha implementato un sistema di pedaggio che non solo sfida i principi del diritto internazionale del mare, ma integra tecnologie blockchain e valute alternative come lo yuan cinese per aggirare l’architettura finanziaria dominata dal dollaro statunitense. Questo nuovo regime, battezzato dagli analisti del settore “Tehran Toll Booth” (il casello di Teheran), rappresenta la materializzazione di una strategia di lungo termine volta a monetizzare il controllo dei chokepoint geografici in risposta a sanzioni economiche asfissianti.
Il Quadro Normativo e il Piano di Gestione dello Stretto di Hormuz
Il fondamento giuridico di questa iniziativa risiede in una serie di atti legislativi e dichiarazioni ufficiali che hanno ridefinito la sovranità iraniana sulle acque dello stretto. Il 30 marzo 2026, la Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano ha approvato il “Piano di Gestione dello Stretto di Hormuz”. Questo piano non è semplicemente una misura d’emergenza bellica, ma un tentativo di codificare formalmente il controllo iraniano su una delle rotte energetiche più vitali al mondo, attraverso la quale transita circa un quinto della fornitura globale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).
La legislazione stabilisce un sistema di regole di sicurezza, misure di protezione ambientale e, soprattutto, un sistema di pedaggi denominato ufficialmente in rial iraniani (IRR), ma che in pratica viene regolato attraverso yuan cinesi o criptovalute stablecoin. Il piano prevede inoltre una stretta coordinazione con l’Oman, stato costiero che condivide la sovranità sullo stretto, sebbene Mascate abbia mantenuto una posizione di cauta neutralità diplomatica senza avallare esplicitamente la riscossione dei pedaggi.
La Disputa Legale: UNCLOS vs. Legge Nazionale Iraniana 1993
La legittimità di tale sistema è oggetto di un aspro dibattito internazionale. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), lo Stretto di Hormuz è uno stretto internazionale in cui vige il diritto di “passaggio di transito” (transit passage), che non può essere sospeso né soggetto a tassazione. Tuttavia, l’Iran, pur avendo firmato la convenzione nel 1982, non l’ha mai ratificata formalmente. Teheran si appoggia alla propria legge marittima nazionale del 1993, la quale sostiene che lo stretto sia soggetto al regime del “passaggio innocuo” (innocent passage), garantendo allo stato costiero il diritto di sospendere o regolare il traffico per ragioni di sicurezza nazionale e protezione ambientale.
Principio Legale
Interpretazione UNCLOS (Internazionale)
Interpretazione Iraniana (Legge 1993)
Tipo di Passaggio
Passaggio di Transito (Libero e Gratuito)
Passaggio Innocuo (Regolamentato)
Sovranità
Acque internazionali all’interno dello stretto
Acque territoriali iraniane estese
Tassazione
Vietata esplicitamente (Art. 26)
Ammessa per servizi di sicurezza e ambiente
Sospensione
Non consentita nemmeno in guerra
Consentita per motivi di sicurezza
Le autorità iraniane giustificano il pedaggio come un contributo necessario per coprire i costi della fornitura di sicurezza e della manutenzione della rotta, paragonando lo stretto a canali artificiali come Suez o Panama. Questa posizione è stata condannata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2817 dell’11 marzo 2026, che descrive ogni tentativo di impedire il transito come una minaccia alla pace globale.
Meccanismi Operativi del Pedaggio: Il “Casello” del CGRI
Anche
questa settimana la mia operatività è stata estremamente limitata,
con un’unica operazione su un certificato che ho ritenuto essere
un’occasione, altrimenti avrei mantenuto intatta la mia liquidità.
Ma partiamo dell’inizio:
il panorama macroeconomico e geopolitico del marzo 2026 segna un
punto di inflessione sistemica che trascende la semplice cronaca
bellica. L’avvio dell’Operazione Epic Fury nel Golfo Persico non deve
essere interpretato esclusivamente come un intervento militare di
precisione, bensì, a mio modesto avviso, come l’evento catalizzatore
di un mutamento strutturale negli equilibri di potere globali. Mentre
i mercati azionari affrontano la quinta settimana consecutiva di
ribassi, emerge con chiarezza una realtà divergente: la tradizionale
funzione degli Stati Uniti come garante delle rotte marittime globali
e il primato del petrodollaro sono sottoposti a una pressione senza
precedenti, ridefinendo i parametri del rischio sovrano e della
stabilità valutaria.
La Crisi della Talassocrazia
Statunitense e la Paralisi dei Chokepoint Marittimi
La proiezione di potenza
marittima è stata, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il
pilastro invisibile su cui si è retta la globalizzazione. Tuttavia,
l’attuale scenario nel Medio Oriente evidenzia una fragilità
strutturale nel modello di “sea control” americano.
L’incapacità di garantire la libera navigazione attraverso lo
Stretto di Hormuz e il passaggio di Bab el-Mandeb non rappresenta
solo un fallimento tattico, ma mette in discussione la natura stessa
degli Stati Uniti come talassocrazia dominante.
L’implosione della sicurezza
assicurativa e logistica
Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG), è attualmente in uno stato di chiusura de facto per gran parte del naviglio commerciale occidentale. Al 4 marzo 2026, i transiti commerciali hanno subito un crollo dell’81% rispetto alle medie del mese di gennaio. Questo blocco non è solo il risultato diretto degli strike militari, ma deriva da un collasso del mercato assicurativo: i principali assicuratori marittimi hanno cancellato la copertura per i rischi di guerra nel Golfo Persico e nelle acque adiacenti, rendendo i costi operativi insostenibili per le compagnie di navigazione.
Rotta Marittima
Stato Attuale
(Marzo 2026)
Impatto sui
Tempi di Transito
Incremento
Costi Trasporto
Stretto di Hormuz
Chiuso de facto (calo
transiti 81%)
–
Estremo / Premi
assicurativi negati
Bab el-Mandeb
Sotto attacco Houthi
(missili balistici)
–
Rischio critico
Capo di Buona Speranza
Rotta alternativa
obbligata
+10-14 giorni
+20% – 50%
Canale di Suez
Flussi ridotti per
blocco meridionale
–
Rallentamento sistemico
L’allargamento del
conflitto agli Houthi nello Yemen ha creato un “doppio collo di
bottiglia” che colpisce simultaneamente il Golfo di Aden e il
Mar Rosso. Se gli Stati Uniti e Israele considerano gli Houthi un
obiettivo militarmente più accessibile rispetto all’Iran per la
mancanza di difese aeree avanzate, la realtà sul campo dimostra che
la minaccia asimmetrica è sufficiente a deviare il commercio
mondiale verso il Capo di Buona Speranza. Questa deviazione non è
una semplice variazione logistica; è il segnale tangibile della fine
dell’era in cui gli oceani erano considerati un bene pubblico sicuro
garantito da Washington.
Dalla protezione globale al
realismo transazionale
La dottrina di politica
estera degli Stati Uniti ha subito una trasformazione verso un
modello transazionale. La priorità accordata alla difesa della
“Homeland” e dell’emisfero occidentale segna un
ripiegamento strategico rispetto alla dissuasione globale. In questo
contesto, l’Operazione Epic Fury, pur mirando alla distruzione
dell’infrastruttura missilistica e navale iraniana, agisce in un
vuoto di leadership internazionale dove gli alleati europei e
asiatici sono chiamati a contribuire direttamente alla propria
sicurezza marittima. La percezione diffusa è che gli Stati Uniti
stiano dismettendo il ruolo di garante universale, accettando
implicitamente una frammentazione del controllo dei mari che
favorisce l’ascesa di potenze regionali e schemi di protezione
paralleli.
Il Crepuscolo del Petrodollaro:
Verso un Sistema Multivalutario dell’Energia
Il legame tra il dollaro
statunitense e il commercio globale di petrolio, stabilito negli anni
’70, è stato per decenni il fondamento della supremazia finanziaria
di Washington. Questo sistema ha permesso agli Stati Uniti di
esportare inflazione e di mantenere una domanda costante per i titoli
del Tesoro americano. Tuttavia, le sanzioni aggressive e l’attuale
instabilità nel Golfo stanno accelerando un processo di
de-dollarizzazione che molti analisti ritenevano ancora lontano.
L’Iran e il Petroyuan:
Un’alleanza di necessità
L’Iran è diventato il
laboratorio principale per il commercio di energia in divise
alternative al dollaro. Teheran non effettua transazioni petrolifere
in USD dal 2008, ma nel 2026 questa pratica ha raggiunto una scala
sistemica attraverso l’uso dello Yuan cinese. Attualmente, l’Iran
consente il passaggio delle navi attraverso Hormuz a condizione che i
pagamenti siano regolati in Yuan, favorendo direttamente la Cina, che
importa il 90% della produzione petrolifera iraniana a prezzi
scontati.
Questo non è un fenomeno isolato. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a sperimentare pagamenti in valute diverse dal dollaro e a localizzare le proprie industrie della difesa, riducendo la dipendenza dal “ombrello” tecnologico e monetario statunitense. Il conflitto in corso funge da catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro, aprendo la strada a quello che Deutsche Bank definisce “la nascita del petroyuan”.
Paese
Valute
utilizzate per il Petrolio (2025-2026)
Partner
Principali
Status della
de-dollarizzazione
Iran
Yuan Cinese, Valute
Locali
Cina, India
Completa / Forzata da
sanzioni
Russia
Rublo, Yuan, Dirham,
Rupia
Cina, India
Avanzata / Transazioni
bilaterali
Arabia Saudita
Dollaro, Yuan
(sperimentale)
Cina, Asia
Iniziale /
Diversificazione strategica
India
Rupia, Dirham
Emirati Arabi Uniti
In crescita / Accordi
bilaterali
L’architettura finanziaria dei
BRICS+
L’ingresso di Iran, Egitto,
Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Indonesia nel blocco BRICS tra il 2024
e il 2025 ha creato una massa critica di produttori e consumatori di
energia determinati a ridurre l’esposizione al sistema SWIFT e alla
giurisdizione del dollaro. Sebbene il dollaro rimanga la valuta di
riserva predominante, la perdita della sua esclusività nel settore
energetico comporta una riduzione del potere di acquisto della valuta
americana e un aumento della volatilità inflattiva interna agli
Stati Uniti. Con il calo della fiducia internazionale nella stabilità
del dollaro, il sistema basato sulla valuta fiat garantita dalla
potenza militare americana deve confrontarsi con una realtà
multipolare dove l’oro e le valute garantite da materie prime tornano
a essere considerati asset strategici.
Dinamiche di Mercato e la
Fragilità del Portafoglio Tradizionale
L’impatto economico del
conflitto e della transizione geopolitica si riflette in una
correlazione positiva tra azioni e obbligazioni, un fenomeno che
invalida il classico portafoglio diversificato 60/40. Quando
l’inflazione torna a preoccupare a causa degli shock dal lato
dell’offerta (energia e logistica), i rendimenti obbligazionari
salgono (prezzi scendono) simultaneamente ai cali dei mercati
azionari. Vi ricordate quando poche settimane fa vi dicevo di stare
alla larga dai BTP?
L’energia come unico Safe Haven
Mentre i settori
tecnologico e finanziario soffrono, il comparto energetico è l’unico
a mostrare una resilienza eccezionale, con performance che superano
il 40% dall’inizio dell’anno. Questo avviene nonostante i tentativi
di de-escalation e gli annunci di pause negli attacchi alle
infrastrutture (non cascateci) , che tuttavia non riescono a
rassicurare gli investitori. La percezione è che le soluzioni
diplomatiche siano ormai insufficienti e che solo un’azione militare
di terra o un accordo strutturale con Teheran possano stabilizzare i
prezzi, opzioni che al momento appaiono entrambe complesse e ad alto
rischio.
Il “Big Tobacco Moment”
della Tecnologia
Oltre ai rischi macro, le
“Magnifiche 7” del settore tecnologico stanno affrontando
una crisi endogena. La recente sentenza contro Meta e Google per la
negligenza nel design delle proprie applicazioni ha innescato timori
di una ondata di contenziosi legali simili a quelli che colpirono
l’industria del tabacco decenni fa. Questo rischio regolatorio, unito
alla saturazione dei modelli di business basati sull’IA che tendono a
“commoditizzare” il settore, sta portando a una revisione
al ribasso dei multipli di valutazione per i giganti della Silicon
Valley. In questo contesto, l’esposizione a singoli titoli azionari
diventa estremamente rischiosa, favorendo strumenti che puntano sulla
diversificazione degli indici.
In un contesto di
instabilità sistemica, l’investitore deve ricercare strutture che
offrano un’asimmetria positiva tra rischio e rendimento. I
certificati di investimento, se basati su indici piuttosto che su
singoli titoli, offrono una barriera protettiva contro la volatilità
idiosincratica.
Questa volta mi sono voluto
allargare: non vi presenterò 1 e neanche 2 prodotti, bensì 3!
L’unica cosa che vi chiedo è di avere un po’ di pazienza nel
leggere tutti i passaggi per capire l’ottica con cui ho effettuato
le scelte.
Vi
anticipo subito che personalmente sono entrato sui primi due
prodotti, visto che sul terzo, il più “classico”, sono già
esposto da molto tempo.
La
settimana compresa tra il 16 e il 20 marzo 2026 rimarrà impressa
negli annali dei mercati finanziari come il momento in cui la teoria
della “correlazione perfetta” ha ceduto il passo alla
realtà brutale della liquidità forzata. Attraverso una lente
analitica di matrice ingegneristica, è possibile osservare come la
convergenza di tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, una postura
monetaria inflessibile della Federal Reserve e una crisi strisciante
nel settore del Private Credit statunitense abbiano generato
un’anomalia tecnica di proporzioni storiche nel mercato dell’oro.
Mentre il metallo prezioso scambiava a quota 5.020,33 dollari l’oncia
nella mattinata di mercoledì 18 marzo, un sell-off improvviso di 400
dollari ha scosso le fondamenta del comparto delle materie prime,
portando alla luce le fragilità strutturali del posizionamento
speculativo e la necessità sistemica di reperire liquidità
immediata.
Il Nuovo Paradigma della
Fragilità: Geopolitica e Frammentazione Energetica
Il contesto globale attuale
non è semplicemente caratterizzato da una tensione transitoria, ma
da un processo di frammentazione economica accelerato dal conflitto
in Medio Oriente. L’analisi del panorama geopolitico suggerisce che
il mercato stia navigando tra l’ipotesi di una tregua fragile e il
rischio di una guerra d’attrito prolungata. La storia del Golfo
Persico, dai tempi del re assiro nel 694 a.C. fino all’era degli
“Stati della Tregua” (Trucial States) nel XIX secolo,
insegna che il controllo delle rotte marittime e la pirateria, oggi
trasformatasi in guerra asimmetrica, sono variabili costanti e
difficilmente eradicabili.
L’attuale escalation, che
vede l’Iran minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz — un
passaggio vitale per il 20% della fornitura globale di petrolio —
ha creato una divergenza senza precedenti tra i prezzi del greggio
fisico e quelli del “paper oil”. Mentre il WTI domestico
statunitense mostra una relativa stabilità dovuta alla produzione
interna, le qualità di petrolio fisico mediorientale hanno toccato
prezzi tra i 140 e i 160 dollari al barile. Questo spread, che
solitamente si attesta sui 4-5 dollari, è esploso fino a sfiorare i
20 dollari nel caso del Brent vs WTI, segnalando una crisi di
approvvigionamento reale che le statistiche ufficiali non riescono
ancora a catturare appieno.
Statistiche di Mercato e
Performance delle Asset Class (Settimana 16-20 Marzo 2026)
L’impatto
di questa frammentazione si è riflesso in una settimana di
“risk-off” generalizzato, dove quasi tutte le asset class
hanno subito ribassi correlati, ad eccezione del comparto energetico.
Asset Class
Variazione
Settimanale
YTD (Valuta
Locale)
YTD (€)
Petrolio (Brent/WTI
Physical)
+1.2%
71,2%
70,9%
Obbligazioni Corporate
IG USA
-0,3%
-1,4%
0,1%
Azionario Globale
-1,8%
-3,0%
-1,5%
Azionario USA (S&P
500)
-1,9%
4,9%
-3,4%
Azionario Europa
(EuroStoxx)
-3,9%
-2,7%
-2,7%
Oro (XAU/USD)
-10,5%
4,0%
5,6%
Obbligazioni Govt Euro
(7-10y)
-0,7%
-1,2%
-1,2%
L’elemento di maggiore
distorsione è rappresentato dall’oro, che ha registrato la peggiore
performance settimanale dal 1983. Questa capitolazione è avvenuta
nonostante lo scenario di guerra oggettivo, un paradosso che può
essere spiegato solo analizzando i flussi di capitale e la necessità
di margine dei grandi gestori istituzionali. La distruzione
potenziale delle infrastrutture energetiche in Iran e Qatar
rappresenta una “linea rossa” geologica: danni
significativi a questi impianti richiederebbero anni di riparazioni,
minacciando una recessione globale che solo pochi mesi fa sembrava
impensabile in un mondo lanciato verso una crescita surriscaldata.
L’Eclissi Aurea: Anatomia di un
Sell-off da 400 Dollari
Il panorama macroeconomico
e geopolitico di metà marzo 2026 si presenta come un intricato
mosaico di tensioni militari, interventi di stabilizzazione monetaria
e asimmetrie di mercato che richiedono una gestione del capitale
estremamente razionale e priva di condizionamenti emotivi. La
capacità di guardare oltre il dato puntuale e di interpretare i
flussi di capitale attraverso una lente quasi ingegneristica è oggi
la sola difesa efficace contro una volatilità che ha smesso di
essere un semplice parametro statistico per diventare un’arma di
pressione politica e sociale. In questo contesto, l’analisi delle
dinamiche correnti nello Stretto di Hormuz e la risposta delle
autorità finanziarie statunitensi forniscono le basi logiche per una
transizione tattica necessaria: il passaggio da una strategia
direzionale sul petrolio a una posizione di vendita di volatilità su
un paniere diversificato di giganti dell’energia europea attraverso
lo strumento del certificato di investimento.
L’Escalation nello Stretto di
Hormuz e la Crisi Energetica Globale
La settimana compresa tra
il 9 e il 13 marzo 2026 ha segnato un punto di inflessione critico
nella crisi mediorientale, con l’assenza totale di segnali di
de-escalation tra l’asse USA-Israele e l’Iran. Il mercato
petrolifero, termometro sensibilissimo di tali tensioni, ha visto le
quotazioni del greggio stabilizzarsi intorno ai 100 dollari al
barile, nonostante i tentativi coordinati delle amministrazioni
occidentali di calmierare i prezzi attraverso il rilascio di oltre
400 milioni di barili di riserve strategiche. La chiusura dello
Stretto di Hormuz, ribadita dal nuovo leader iraniano Mojtaba
Khamenei, non rappresenta solo un blocco logistico, ma un atto di
guerra economica che mette a rischio il 20% del traffico petrolifero
globale.
La Geopolitica delle
Infrastrutture e l’Isola di Kharg
L’azione militare
statunitense si è concentrata sull’isola di Kharg, bombardata nella
notte di venerdì 13 marzo. Si tratta di un obiettivo di importanza
vitale, poiché l’isola funge da hub cruciale per circa il 90% delle
esportazioni petrolifere iraniane. L’amministrazione Trump ha
chiarito che ulteriori ostilità porteranno a colpire direttamente le
infrastrutture di estrazione, un’escalation che i mercati del weekend
hanno già iniziato a prezzare con rialzi stimati nell’ordine del 5%.
Tuttavia, emerge una
strategia iraniana volta a frammentare la risposta globale attraverso
passaggi selettivi delle petroliere. Teheran ha approvato il transito
per tanker destinati a paesi considerati non ostili, come l’India e
potenzialmente la Cina. Se tale politica venisse implementata con
successo, si potrebbe riaprire quasi la metà del traffico navale
dello stretto, permettendo all’Iran di non indispettire i propri
partner orientali pur mantenendo una pressione soffocante sull’Europa
e sugli Stati Uniti. Tale scenario crea una segmentazione del mercato
globale del petrolio che genera tensioni non solo nel settore dei
carburanti, ma anche nella petrolchimica e nella produzione di
fertilizzanti, con ricadute dirette sui prezzi alimentari globali.
Asset Class
Performance
Settimana 9-13 Marzo
Performance YTD
(Valuta Locale)
Petrolio (Brent/WTI)
+8,6%
+71,9%
Materie Prime
+2,6%
+23,0%
Oro
-2,9%
+16,2%
Azionario USA
-1,6%
-3,15%
Azionario Europa
+0,2%
+1,2%
Azionario Emergente
-2,0%
+4,9%
Obbligazionario
Governativo USA (10y)
+0,9%
0,0%
I dati evidenziano una
netta divergenza tra il settore delle commodity energetiche e il
resto dei mercati azionari, che soffrono l’incertezza sulla durata
del conflitto e l’impatto delle spinte stagflattive.
Il Fronte Interno e la Gestione
Tecnica dei Mercati
In ogni conflitto moderno,
la battaglia si gioca su due fronti: quello esterno, rivolto al
nemico, e quello interno, mirato alla costruzione e conservazione del
consenso tra elettori e mercati finanziari. L’amministrazione Trump
si trova a gestire una narrazione complessa: da un lato la promessa
di una guerra brevissima e indolore per il cittadino americano,
dall’altro la necessità di azioni militari che, per loro natura,
tendono a destabilizzare i prezzi dell’energia.
Scott Bessent e la
Stabilizzazione dei Mercati Finanziari
Un ruolo centrale in questa
fase è ricoperto da Scott Bessent, Segretario al Tesoro ed ex
gestore di hedge fund, la cui esperienza tecnica si sta rivelando
fondamentale per “prendere i mercati” e garantire quella
stabilità necessaria per concedere spazio di manovra alla gestione
bellica. La strategia di Bessent si è manifestata con interventi
chirurgici sui margini di garanzia: sono stati aumentati i margini
sul petrolio, per scoraggiare la speculazione al rialzo che avrebbe
alimentato l’inflazione, e contemporaneamente abbassati quelli
sull’oro, indirizzando la protezione del capitale verso un asset che
non impatta direttamente sul ciclo economico produttivo.
Il Tesoro ha inoltre agito
come un “big seller” misterioso sul mercato dei futures,
vendendo petrolio “di carta” per calmierare i prezzi e
stabilizzare cambi e bond. Questa gestione, sebbene criticata da
alcuni come manipolazione del mercato, risponde alla logica della
guerra totale dove la stabilità finanziaria è un obiettivo militare
prioritario. La narrazione interna punta tutto sulla produttività
derivante dall’intelligenza artificiale e dall’automazione come
fattori disinflazionistici strutturali che possono assorbire lo shock
energetico, evitando lo scenario di stagflazione che ha
caratterizzato gli anni Settanta.
Tale
narrazione è secondo me forviante e di brevissima durata.
Il Nodo di Hormuz: Rischio
Logistico e Strategie di Bypass
Nonostante i tentativi di
de-escalation verbale, il problema centrale rimane strategico: è
possibile dichiarare conclusa la guerra se lo Stretto di Hormuz
rimane sotto il controllo o la minaccia costante dell’Iran? La
riconquista militare del Golfo o l’uso di bypass infrastrutturali
come la East-West Pipeline (che devia la produzione saudita verso il
Mar Rosso) sono soluzioni parziali che non eliminano il deficit di
offerta. Rystad Energy stima che il blocco possa comportare un
deficit reale di otto milioni di barili al giorno, trasformando
l’eccesso di offerta previsto per il 2026 in una carenza strutturale.
In questo scenario, gli
investitori devono navigare tra due forze contrapposte: la pressione
rialzista del greggio dovuta al rischio geopolitico e la volontà
politica delle autorità statunitensi di schiacciare tale prezzo per
evitare danni elettorali e macroeconomici. La soluzione risiede
nell’abbandonare le scommesse direzionali e abbracciare strumenti
asimmetrici che permettano di guadagnare dalla persistenza della
tensione senza la necessità di un ulteriore rally dei prezzi.
Analisi della Strategia
Energetica: Dall’Express sul WTI al Basket Multi-Underlying
Nell’ottobre del 2025, la nostra analisi proponeva una strategia tattica focalizzata sul petrolio WTI tramite un certificato Express (ISIN CH1438103900). Quel prodotto, basato su una barriera a 42,55 dollari al barile — livello identificato come pavimento naturale grazie al breakeven dello shale oil — mirava a un rendimento del 10% annuo. Con la scadenza fissata al 4 giugno 2026, tale strategia si avvia verso una conclusione positiva, avendo protetto il capitale durante le fasi di consolidamento dei prezzi.
Tuttavia, il contesto
attuale di marzo 2026 impone una rotazione. Il rischio di una
correzione improvvisa dei prezzi in caso di un accordo diplomatico,
seppur raro, o di un intervento massiccio degli USA sui mercati
futures, suggerisce di spostare il rischio direzionale verso una
struttura che tragga beneficio dalla “vendita di volatilità”.
Il certificato che segue si presenta come una possibile sostituzione,
offrendo un rendimento potenziale superiore e barriere protettive
estremamente profonde su un basket di titoli leader nel settore
energetico europeo.
Analisi Tecnica e Rendimento
Il certificato proposto è
un Phoenix Memory Step Down che si espone a quattro pilastri
dell’energia: Enel, Repsol, Saipem e Siemens Energy. Acquistare
questo strumento oggi a un prezzo di circa 963,44 € significa non
solo puntare sulla tenuta del settore energetico, ma agire
tecnicamente sul fattore Vega, posizionandosi corti di volatilità in
un momento di estrema tensione.
Parametri Strutturali e
Protezione del Capitale
Lo strumento prevede il
pagamento di cedole mensili dell’1,00% (12% annuo) con effetto
memoria, a condizione che nessuno dei sottostanti perda più del 55%
rispetto ai prezzi di fixing iniziale. La barriera è fissata al 45%
del valore iniziale, un livello di protezione che garantisce un ampio
margine d’errore anche in caso di violenti storni di mercato.
La scorsa settimana ci
siamo lasciati con un post abbastanza interlocutorio viste le
variabili geopolitiche che erano esplose proprio nel weekend. Oltre
al principio di non perdere la calma, avevo enunciato due linee
guida: star lontano dai BTP (ed eventualmente andare short) e stare
lontano dal dollaro (ed eventualmente andare long sul cambio euro
dollaro).
Vediamo come ci sono messi le cose per questi due aspetti:
L’idea
è che il grafico parli chiaro, una violenta discesa del BTP a dieci
anni e penso che ci sia poco da aggiungere se non ribadire che vi
avevo avvertito, soprattutto ai sottoscrittori di BTP valore!
Storia diversa invece è andata per l’euro dollaro:
Malgrado
i T-Bond americani abbiano visto il loro rendimento aumentare, anche
se non di molto, si è assistito ad un rafforzamento della valuta
americana. Anche qui in assoluta trasparenza vi dico che sono entrato
long ad 1.17, quindi attualmente la mia posizione è in perdita, ma
conto di incrementarla se il cambio dovesse tornare attorno ai 15,8,
poiché questa guerra non sarà sicuramente breve e gli Stati Uniti
non potranno fare altro che mettere liquidità (ossia stampare
dollari) per diverso tempo.
Del
perché di questa ultima mia affermazione proverò a darvi delle
giustificazioni nel seguito di questo articolo, per poi presentarmi
l’unico ingresso nuovo che ho fatto questa settimana su un prodotto
basato sugli indici.
Settimana
durissima, forse una delle più complesse dell’ultimo biennio. Mentre
gli indici europei chiudono l’ottava con una performance vicina al
-8% e il greggio mette a segno un rally del +30% (livelli di
volatilità che non vedevamo dall’inizio del conflitto in Ucraina),
il mercato si trova a dover prezzare un nuovo paradigma. Non si
tratta solo di una fiammata inflattiva, ma di una mutazione genetica
della geopolitica e, di riflesso, delle strategie di asset
allocation.
Come
abbiamo spesso sottolineato su questo blog, l’ingegneria
finanziaria richiede di guardare oltre il dato puntuale per
comprendere i flussi e le asimmetrie sottostanti. Oggi, l’asimmetria
più pericolosa non è in un certificato badly priced, ma nel
costo della guerra e nella sua durata imprevedibile.
La Settimana della Grande
Ricalibrazione: Il Dato NFP e lo Spettro Stagflazione
Stavo preparando un’analisi
dettagliata dedicata a una strategia di recovery su Stellantis.
Il titolo, dopo i recenti scossoni, presenta livelli tecnici
interessanti che avrebbero meritato un approfondimento operativo,
soprattutto alla luce di nuovi prodotto interessanti emessi
ultimamente. Tuttavia, la realtà geopolitica ha bruscamente cambiato
le priorità.
Le
notizie delle ultime ore riguardanti l’esplosione del conflitto
iraniano impongono un cambio di rotta immediato. Quando i cannoni
tuonano, la prima regola di Investment Engineering non è cercare il
profitto, ma proteggere il capitale. In fasi di incertezza
estrema, l’emotività è il peggior nemico: servono prudenza e,
soprattutto, sangue freddo.
Ecco
i tre principi cardine da seguire in questo delicato passaggio:
1. Non farsi prendere dal panico
Vendere
tutto durante un crollo improvviso trasforma una perdita virtuale in
una perdita reale. Restate lucidi. I mercati reagiscono d’impulso,
ma le strategie di lungo termine si costruiscono sulla razionalità,
non sulla paura.
2. Stare lontani dal Dollaro
Sebbene
storicamente considerato un bene rifugio, l’attuale contesto
macroeconomico e le tensioni globali rendono il biglietto verde uno
strumento estremamente volatile. Entrare ora significa esporsi a
rischi di cambio che potrebbero vanificare qualsiasi rendimento
sottostante.
3. Evitare i BTP (e il nuovo BTP
Valore)
Questo
è il punto più critico. La prossima settimana partirà l’emissione
del nuovo BTP Valore, ma il mio consiglio è categorico: non
cascateci. Quando l’instabilità internazionale morde, i titoli
di stato italiani sono i primi a finire nel mirino delle vendite. La
storia insegna che, in caso di crisi sistemica, lo spread si impenna
e i prezzi dei bond crollano. Rischiereste di trovarvi “incastrati”
con il capitale bloccato per anni o, peggio, costretti a vendere
molto sotto il prezzo d’acquisto per recuperare liquidità.
L’opportunità su Stellantis non scappa, il mercato sarà lì anche i prossimi giorni e mesi. Ma oggi, la priorità è non restare col cerino in mano mentre il quadro geopolitico si infiamma. Mai come ora vale il principio “Cash is King” Io vi ho avvertito.