Un bond Barclays che può rendere oltre il 7%

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Negli Stati Uniti, l’S&P 500 e il Nasdaq hanno toccato nuovi record nella scorsa settimana. Il rally è stato guidato dal comparto tecnologico, con titoli come Nvidia, AMD e Taiwan Semiconductor protagonisti di performance eccellenti, soprattutto dopo il via libera alla ripresa delle vendite in Cina (Investors).

Nonostante i rialzi, venerdì il mercato ha mostrato segnali di consolidamento: l’S&P 500 ha chiuso leggermente negativo (−0,1 %), il Dow ha ceduto lo 0,3 %, mentre il Nasdaq ha continuato il suo cammino record (+0,1 %). È stata la terza settimana positiva in quattro per l’S&P (≈ +0,6 %) e il Nasdaq (≈ +1,5 %).

Il FTSE 100 ha toccato nuovi massimi in scia alle trimestrali brillanti di alcuni blue‑chip inglesi.

In Asia, Hong Kong ha chiuso bene (+1,3%), mentre Tokyo ha indebolito leggermente (−0,2%) in attesa delle elezioni.

I driver principali di queste dinamiche sono stati:

1. Risultati aziendali in crescita
La stagione degli utili ha permesso al mercato di mantenere il focus sui fondamentali: società tech, banche e industriali hanno superato le attese, dando fiducia agli investitori.

2. Pressione inflazionistica e rendimenti in leggera discesa
L’inflazione USA ha mostrato segnali di rallentamento. Il rendimento del Treasury a 10 anni è sceso a ~4,42 %, complice il miglioramento del sentiment della U. Michigan e le attese di un possibile taglio dei tassi a settembre.

3. Nuove tensioni tariffarie
Il rinnovato avvertimento di dazi sulle importazioni europee – ipotizzati tra il 15–20% – non ha spaventato i mercati, che sembrano fiduciosi nel potenziale “TACO trade” (Trump Always Chickens Out). In Europa, però, l’incertezza resta, influenzando alcuni flussi nei fondi azionari. Vediamo fin quando questo ottimismo andrà ancora avanti a dispetto dei cambiamenti geopolitici a cui stiamo assistendo.

Sul fronte dei flussi globali, i fondi azionari hanno registrato deflussi netti di 5,3 mld USD, in particolare da Stati Uniti e tech, compensati da acquisti in Europa e Asia (Reuters).

📉 Mercato obbligazionario: flussi verso i bond

Con la scarsa pressione inflazionistica e l’attesa di mosse accomodanti da parte della Fed, la scorsa settimana ha visto un rotazione significativa verso il reddito fisso. I fondi obbligazionari hanno ottenuto afflussi per 12,85 mld USD, sostenuti da bond governativi, high-yield e in euro. Anche i TLT hanno mostrato una leggera stabilità, riflettendo i movimenti del Treasury.

In sintesi, la scorsa settimana ha confermato la connotazione “risk‑on” del mercato USA: territori record per S&P 500 e Nasdaq bilanciati da prompt rendimenti decennali che ritornano sotto la soglia del 4,5 %, mentre i bond raccolgono attrazione. In Europa e Asia, la situazione è più eterogenea, con opportunità e tensioni geopolitiche che rimangono sullo sfondo.

In questo contesto, da buon seguace de “The Intelligent Investor”, sto gradualmente riducendo l’esposizione dirette verso l’equity per dirigermi verso certificati e bond.

Oggi presenterò un’obbligazione callable con cedole ad accumulazione che ritengo molto interessante.

Colgo prima l’occasione per ricordarvi che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Queste ultime due possibilità non vi costano nulla! Inoltre ora potete farlo anche tramite un trasferimento di bitcoin a questo indirizzo: bc1qy0kr074kdpnlrzszgwfnrdrlv2srnmkdzltl8s od utilizzando il seguente QR Code:

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Oro e Petrolio per oltre il 12% annuo

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La settimana appena trascorsa si è conclusa dal tema delle tariffe imposte dagli Stati Uniti, che hanno visto un ritorno ai livelli di aprile con un’imposizione fino al 30% sui beni europei e messicani, superando di gran lunga le aspettative di un accordo su livelli attorno al 10%. Bisognerà vedere se la notizia colpirà i mercati solo parzialmente o ci sarà un ribasso più profondo come ad Aprile, nel frattempo il DAX ha registrato un calo dell’1%, Wall Street dello 0,5%, mentre il dollaro si è rafforzato contro l’euro a 1,1650.

Questo apparente distacco dei mercati dalle dichiarazioni di Trump riflette la convinzione che la sua sia una strategia negoziale – il cosiddetto approccio TACO – che prevede il rilancio aggressivo per poi chiudere un accordo più equilibrato. Tuttavia, molti analisti ritengono ormai ottimistico aspettarsi un ripiego verso tariffe più basse. Trump ha osservato che, anche con dazi al 10%, le entrate per gli Stati Uniti sono state superiori ai 27 miliardi di dollari al mese, incoraggiandolo a proseguire con politiche commerciali aggressive.

Gli operatori stanno prezzando politiche fiscali fortemente espansive non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa e in Messico, in risposta ai dazi. Si ipotizzano sussidi e aiuti ai settori strategici nazionali, con un conseguente aumento dei deficit pubblici e un potenziale ritorno di spinte inflattive. Allo stesso tempo, la necessità di finanziare un debito crescente spinge verso forme di repressione finanziaria: mantenere artificialmente bassi i tassi di interesse, specialmente sulla parte lunga della curva, per consentire una crescita del PIL superiore al costo del debito. Secondo alcuni, come Bessent, il rendimento decennale americano potrebbe stabilizzarsi tra 3,50% e 3,75%, ben al di sotto delle previsioni di molti che lo vedono sopra il 5%.

Questa analisi pecca, ahimè del solito bias cognitivo occidentale, cioè di non considerare chi, in tutti questi anni ha assorbito in gran parte il deficit USA e quindi il dollaro (proprio grazie a “quell’ingiusto deficit commerciale” contro il quale il nostro Donald “lame duck” Trump).

Questo attore è stato principalmente la Cina, ma le cose sono radicalmente cambiate (e lo stanno tutt’ora facendo):

Capite perché da tempo vi dico di vendere asset in dollari e comprare oro con hedge sull’euro? Capite perché non si può contemporaneamente smettere di essere compratore netto di merci (e quindi smettere di essere un impero) e finanziare il proprio debito?

C’è poi chi come Fugnoli osserva come l’azione di Trump sia tutt’altro che casuale: il presidente americano calibra annunci e decisioni in base al comportamento dei mercati. Quando questi sono deboli, rassicura con promesse di tagli dei tassi o accordi imminenti; quando invece sono forti, rilancia con nuovi dazi o misure radicali, spingendosi a ipotizzare anche tassazioni sugli asset detenuti da stranieri. Questa dinamica genera un paradosso: se i mercati salgono pensando che Trump farà marcia indietro, egli invece intensifica le sue politiche; se i mercati scendono, Trump è costretto a moderarsi.

Inoltre, l’amministrazione americana sta valutando di abbassare i tassi di almeno tre punti percentuali rispetto agli attuali livelli, combinando l’azione della Fed con l’emissione di titoli di brevissima scadenza a tassi quasi nulli e il riacquisto di titoli a lunga. Una strategia che, se attuata, spingerebbe al rialzo il valore degli asset statunitensi, dalle azioni agli immobili, mentre il dollaro più debole favorirebbe le esportazioni e obbligherebbe altre banche centrali ad adeguarsi, sostenendo la domanda globale.

Infine, resta forte la spinta all’acquisto di asset reali: bitcoin, oro e altre materie prime hanno toccato nuovi massimi nella settimana, riflettendo l’attesa di inflazione e la ricerca di protezione reale in un contesto di tassi reali molto bassi.

In sintesi, la combinazione tra politiche fiscali espansive, repressione finanziaria e guerra commerciale crea un quadro complesso per i mercati. Gli investitori devono interrogarsi: continuare a comprare scommettendo su una retromarcia di Trump o prepararsi a un mondo dove le sue politiche più radicali verranno davvero implementate?

La mia risposta è data dal seguente prodotto, ma prima l’occasione per ricordarvi che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Queste ultime due possibilità non vi costano nulla! Inoltre ora potete farlo anche tramite un trasferimento di bitcoin a questo indirizzo: bc1qy0kr074kdpnlrzszgwfnrdrlv2srnmkdzltl8s od utilizzando il seguente QR Code:

Partiamo subito dalla descrizione del certificato:

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Guadagnare il 12% l’anno con una protezione del -70%

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Nella settimana chiusa il 3 luglio i listini azionari USA hanno chiuso in moderato rialzo: l’S&P 500 e il Nasdaq Composite hanno guadagnato circa l’1-1,2%. L’EuroStoxx 50 ha segnato un lieve calo (-0,3%), mentre l’MSCI Emerging Markets ha guadagnato circa lo 0,7%. Il petrolio è rimasto sostanzialmente stabile, e l’oro ha superato quota 3.300 $/oncia (+0,1% settimanale). Sul fronte obbligazionario, il rendimento del Treasury USA a 10 anni è salito verso il 4,33% (circa +12 centesimi di punto), mentre il Bund tedesco decennale è sceso verso il 2,57% (–3 bp). Il Dollar Index ha chiuso attorno a 96,8 punti (praticamente invariato).

Indice Chiusura Variazione settimanale
S&P 500 6.279,35 +1,2%
Nasdaq Composite 20.601,10 +1,1%
EuroStoxx 50 5.288,81 –0,3%
MSCI Emerging Markets 1.231,63 +0,7%
Treasury 10Y (yield) 4,33% +0,12 % (salita)
Bund 10Y (yield) 2,57% –0,03 % (discesa)
Gold (USD/oncia) 3.346,50 +0,1%
Dollar Index 96,82 0,0%

La chiusura positiva di Wall Street è avvenuta nonostante dati macro contrastanti. Venerdì l’ISM servizi USA è sceso a 49,7 (in territorio di contrazione) dopo aspettative più alte, evidenziando un rallentamento della fiducia delle imprese. Al tempo stesso l’ISM manifatturiero è salito a 49,0 (contro 48,5 atteso). Il mercato del lavoro mostra ancora segnali di solidità (JOLTS a 7,77 mln a giugno, ben oltre le previsioni). A Sintra il presidente Powell ha ribadito che l’economia US resta solida e invita la Fed alla pazienza: per ora la Fed mantiene una politica moderatamente restrittiva, monitorando la situazione prima di cambiare i tassi.

Sul versante politico-economico, l’attenzione si è concentrata sul “Big Beautiful Bill” voluto da Trump – un pacchetto fiscale da oltre 3.400 miliardi $ di tagli alle tasse e spending cuts – approvato alla Camera e ora in Senato. Questo piano introduce un grande stimolo fiscale (con aumento del tetto del debito di 5.000 miliardi) e potrà influenzare inflazione e dinamica dei tassi, ma ce ne occuperemo tra poco. Nei giorni precedenti i mercati hanno reagito con cautela alle notizie: l’oro ha raggiunto nuovi massimi (oltre 3.350 $) spinto dall’incertezza fiscale e dalle tensioni commerciali, mentre il dollaro ha recuperato parte del suo calo dopo l’avanzamento del Bill. In Europa gli indici hanno corretto (-1% il DAX, –0,6% il FTSE MIB) in una settimana di incertezza sulle trattative commerciali con gli USA.

“Big Beautiful Bill”: rischi inflazione, obbligazionario e tail risk

Lo stratega Scott Bessent, oggi segretario al Tesoro USA e una delle poche figure razionali dell’amministrazione Trump , aveva un anno fa proposto il piano “3-3-3” (crescita reale al 3%, produzione petrolifera +3 mb/giorno, deficit al 3% del PIL). Invece oggi solo il prezzo del petrolio è sensibilmente diminuito (circa 6 $ sotto i valori di gennaio) grazie a fattori geopolitici. Sulla crescita la prima metà 2025 è intorno all’1% annuo (ben al di sotto del 3%), e il deficit federale è previsto salire verso l’8% del PIL nel 2026. Sulla sua news letter Fugnoli osserva che Bessent ha quindi rinunciato alla componente fiscale del 3-3-3, puntando ora sulla “crescita a tappe forzate” finanziata dal disavanzo e dalla probabile politica monetaria più accomodante della Fed.

In pratica il piano originale è stato sostituito da misure espansive ancora più forti: alcuni ironizzano sul nuovo obiettivo “8-8-8” (deficit 8%, inflazione 8%, crescita nominale 8%). Secondo Fugnoli i mercati stanno assorbendo bene il nuovo orientamento: vedono il deficit come “generosamente espansivo, ma non così eccessivo da generare serie preoccupazioni” sull’inflazione o sulla domanda di titoli di Stato. Si pensa infatti che qualsiasi rallentamento economico sarà prontamente compensato da una Fed destinata a interrompere la sua fase restrittiva e addirittura tagliare i tassi nel 2026. Lo scenario che ne emerge è quello di un “mini-2021” nel 2026: politiche fiscali e monetarie ben allineate in senso espansivo, con le banche domestiche USA (grazie a nuove regole di leva) pronte ad assorbire gran parte dei Treasuries emessi. Anche in Europa alcune banche centrali (es. Cina, Giappone) mostrano orientamenti espansivi analoghi, rafforzando l’idea di una fase globale di sostegno congiunto.

Questa stessa lettura, benché ottimista e non tiene conto di quanto sia cambiata la posizione del dollaro negli ultimi anni, non esclude tuttavia rischi al rialzo per inflazione e volatilità obbligazionaria. Si stima che il nuovo pacchetto fiscale finale costerà circa lo 0,4% del PIL, ma spingerà comunque il deficit USA oltre il 6-8% del PIL nei prossimi anni. Naturalmente un tale deterioramento fiscale aumenta la volatilità dei mercati obbligazionari. In uno scenario estremo di tail risk, se la Fed non riuscisse a domare un’impennata dei rendimenti, la monetizzazione del debito americano potrebbe portare a un balzo dell’inflazione e a un forte deprezzamento del dollaro. In sintesi, il “Big Beautiful Bill” stimola la crescita potenziale ma innalza i rischi inflazionistici: sarà cruciale l’equilibrio fra stimolo fiscale e controllo dei prezzi. Gli investitori si attendono perciò che la Fed mantenga l’attuale restrizione solo finché serve, per poi concedere spazio a orientamenti più accomodanti in caso di rallentamento economico.

In questo quadro complesso, i mercati azionari restano sostenuti dalle prospettive di crescita e da banche centrali pazienti, ma scontano gradualmente i timori su inflazione e politiche fiscali USA. La settimana passata ha visto oscillazioni moderate: il rialzo degli indici US riflette la fiducia su una Fed più tollerante verso la spinta fiscale, mentre i future sui bond riflettono il possibile aumento dell’offerta debitoria. Le tensioni sul fronte commerciale e le politiche daziarie (ad esempio sui metalli) alimentano pressioni inflazionistiche settoriali, come evidenziato dalla nuova ascesa dell’oro oltre i 3.300$.

Il prodotto che andrò a presentare di seguito presenta proprio un profilo di resilienza molto profondo per i motivi sopra enunciati.

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Questo certificato è emesso Barclays Bank PLC è un Phoenix Memory Step-Down su un basket worst-of di quattro azioni bancarie (BPER Banca, Banca MPS, Banco BPM e Commerzbank) .

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Cavalcare l’hype dei titoli della difesa ma con un piano B

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Diciamo subito che la settimana appena trascorsa ha ampiamente smentito la visione di breve termine che ho enunciato nell’articolo precedente.

Ne prendo atto, benché anche questa settimana ha confermato che vendere dollari ed accumulare oro protetto dal rischio cambio è comunque una buona idea.

Vediamo più nel dettaglio cosa è successo questa settimana.

Negli ultimi sette giorni i mercati azionari hanno mostrato un moderato rimbalzo complessivo, dopo l’escalation geopolitica dei giorni scorsi. A Milano il FTSE MIB ha chiuso venerdì 27 giugno a quota 39.742 punti, in rialzo di circa il 2,3% rispetto al lunedì precedente (da 38.840 a 39.742). La settimana ha visto un andamento altalenante: un primo calo a inizio settimana (condizionato dall’incertezza mediorientale) seguito da un recupero negli ultimi giorni, spinto anche da dati macro favorevoli negli Stati Uniti. A Wall Street gli indici principali hanno chiuso in rialzo la seduta di giovedì 27 giugno: il Dow Jones +0,9%, l’S&P 500 +0,8% (a 6.141 punti) e il Nasdaq +1,0% (a 20.168 punti). Sia l’S&P 500 che il Nasdaq si stanno avvicinando a nuovi massimi storici, sostenuti dall’ottimismo sui tagli dei tassi Fed e dal prevalere di notizie rassicuranti nel fronte commerciale USA-Cina e geopolitico.

I mercati obbligazionari hanno perlopiù consolidato i livelli: il rendimento del BTP Italia a 10 anni si è attestato intorno al 3,49% il 27 giugno, sostanzialmente stabile rispetto a inizio settimana, riflettendo lo smorzarsi del premio per il rischio dopo la ritrovata calma geopolitica. Analogamente, il rendimento del Treasury USA a 10 anni si è leggermente ridotto a circa 4,26% il 26 giugno (era intorno al 4,38% il 20 giugno), suggerendo che gli investitori non vedono (al momento) spinte inflazionistiche tali da mantenere i tassi ai massimi. In breve, le tensioni (e la conseguente domanda di rifugio) hanno inizialmente fatto salire i rendimenti (crollo dei prezzi), ma il cessate il fuoco ha riportato un po’ di tranquillità.

Sul fronte delle materie prime, il prezzo dell’oro ha scontato il progressivo calo delle tensioni mediorientali. Venerdì scorso l’oro in dollari è sceso a circa 3.260,70 USD/oncia, in ribasso del 2,0% rispetto al giorno precedente; complessivamente segna un calo settimanale di circa il 3%, dopo due settimane consecutive di guadagni. Secondo Trading Economics, la contrazione dei timori (il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran è stato mantenuto) ha ridotto la domanda di asset rifugio. Nonostante questo ultimo calo, l’oro rimane comunque su livelli elevati (+40% da un anno) grazie alle robuste vendite da parte di banche centrali e alle attese di ulteriori tagli ai tassi Fed più avanti nell’anno.

La settimana è stata fortemente influenzata dalle turbolenze geopolitiche. Fra il 22 e il 24 giugno gli Stati Uniti avevano lanciato attacchi a impianti nucleari iraniani, in risposta al conflitto in Medio Oriente; l’Iran aveva reagito lanciando missili contro basi USA (ad es. Al Udeid in Qatar). Questi eventi avevano inizialmente generato nuovi timori di escalation, spingendo gli investitori verso obbligazioni e oro. Tuttavia, una rapida mediazione ha portato venerdì 23 giugno all’annuncio di un “cessate il fuoco totale” fra USA e Iran, dopo 12 giorni di conflitto attivo. L’annuncio (rilanciato anche dal Presidente Trump sui social) ha rafforzato il sentimento di rischio: le borse hanno ritracciato al rialzo e i beni rifugio sono diminuiti di valore. In pratica, il miglioramento del clima geopolitico ha “rimosso” il premio per il rischio, come evidenziato dal leggero rialzo degli indici azionari e dal calo dei rendimenti obbligazionari citati.

Infine, sul piano politico-economico, al recente vertice NATO de L’Aja i paesi membri hanno concordato di aumentare progressivamente gli investimenti militari fino al 5% del PIL nei prossimi anni. Il patto prevede di dedicare il 3,5% del PIL alle spese militari tradizionali e un ulteriore 1,5% a spese correlate (infrastrutture, cyberdifesa, R&S). Per l’Europa e l’Italia, quest’obiettivo implica un forte incremento delle spese pubbliche in difesa (oggi intorno al 2% del PIL nel caso italiano), con importanti riflessi sui mercati finanziari. In termini di mercati obbligazionari, l’aumento del debito sovrano necessario a finanziare queste spese potrebbe esercitare pressioni al rialzo sui rendimenti in futuro. Sul mercato azionario, invece, i titoli dei settori difesa e aerospazio (caratteristica dei sottostanti di molti certificati) potrebbero essere favoriti da questa spesa extra. In sintesi, l’accordo NATO segnala per ora un maggior “peso” della difesa nell’economia, potenzialmente espansivo per il settore – ma anche fonte di squilibri di bilancio nel lungo termine.

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Calma e sangue freddo

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Avevo già per metà concluso l’articolo di questa settimana ma gli eventi di questa notte, con l’attacco degli Stati Uniti all’Iran, hanno sicuramente cambiato la situazione.

Il presidente Donald Trump ha definito l’operazione militare un “successo spettacolare”, evidenziando che “tutti gli obiettivi sono stati colpiti” e sostenendo che “nessun altro esercito al mondo sarebbe stato in grado di eseguire un’azione simile”. Trump ha inoltre lanciato un avvertimento diretto all’Iran, affermando che Teheran deve “scegliere la pace oppure affrontare conseguenze ben peggiori”.

Dall’Iran, l’Organizzazione per l’Energia Atomica ha confermato l’avvenuto attacco, definendolo una “violazione del diritto internazionale” e avviando una campagna diplomatica per sollevare la questione presso le Nazioni Unite. Fonti iraniane riferiscono che la struttura principale dell’impianto nucleare di Fordow non è stata danneggiata, mentre i danni avrebbero interessato unicamente i tunnel di accesso. Il governo iraniano ha ribadito che l’attacco non avrà ripercussioni sul proseguimento del proprio programma nucleare.

Esprimo tutta la mia solidarietà e compassione verso quelli che ritenevano che Trump avrebbe portato la pace nel mondo (anime belle) ed ai fissati della stagionalità che continuavano a sostenere che tra giugno e luglio i mercati sono principalmente rialsisti senza guardare minimamente lo scenario globale attuale.

Sui mercati OTC aperti nel weekend, i principali indici americani ed europei sono in calo dell’1,5%, mentre il petrolio vola a +7,5%

L’articolo sarebbe stato sulla sostituzione del certificato andato a scadenza e presentato in “Guadagno oltre il 17% e protezione fino al 50% dei ribassi: oggi è possibile“. Vista la situazione consiglio a tutti di tenersi la liquidità ed attendere di capire meglio l’evoluzione della guerra. Per chi volesse addirittura coprirsi dall’inevitabile aumento della volatilità, tra i tanti, c’è ad esempio questo prodotto sul Vix: LU0832435464, ma ce ne sono molti altri.

Per il resto calma e sangue freddo.

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Il certificato che resiste anche a -70% con cedole fisse e airbag

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La settimana è stata dominata dall’escalation militare tra Israele e Iran. Giovedì sera, Israele ha lanciato una serie di raid contro siti nucleari e militari in Iran (Operazione “Rising Lion”), provocando la reazione iraniana con missili balistici e droni lanciati verso Tel Aviv e Gerusalemme. Questo intensificarsi delle tensioni ha nuovamente aperto il dibattito sul rischio di un conflitto regionale più ampio, con timori forti sul controllo del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz .

Wall Street ha chiuso in calo netto venerdì: Dow -1,8 %, S&P500 -1,1 %, Nasdaq -1,3 % . Il Dow ha perso circa 770 punti, mentre il Nasdaq e l’indice S&P si sono ritirati da un piccolo guadagno settimanale . Le vendite hanno colpito in particolare settori sensibili al petrolio e ai viaggi (compagnie aeree, crociere), mentre difesa ed energia hanno beneficiato del clima bellico In Europa e Asia si sono registrate perdite comparabili: in Germania e Francia ogni indice ha perso circa l’1 %, così come le borse asiatiche in Giappone, Corea del Sud e Hong Kong .

Contrariamente alle aspettative di flussi verso i titoli di Stato considerati rifugio sicuro, i rendimenti dei Treasury USA sono saliti lievemente a fine settimana, con il decennale che ha toccato il 4,42 % (+6,5 punti base). Secondo gli analisti, questo comportamento riflette una combinazione di sfiducia sulle dinamiche fiscali statunitensi, incertezza sulla traiettoria del conflitto sul lungo termine e l’avvicinarsi della riunione Fed di giugno .

Sul fronte dei commodities, si è assistito a una corsa del petrolio: il WTI ha superato i 73 $/barile (+7‑14 % settimanale), con il Brent intorno a 74 $ . Questa escalation è guidata dal rischio di interruzioni nell’export mediorientale, soprattutto nello Stretto di Hormuz .

Gli investitori si sono rifugiati anche in oro, che ha raggiunto livelli record attorno a 3.431‑3.500 $/oncia, anche perché gli acquisti su Treasury sono stati limitati . Il dollaro, sebbene inizialmente consolidato come safe haven, ha perso terreno nella seconda parte della settimana a causa di fattori fiscali interni USA.

Mai come oggi bisogna rimanere cauti: se l’escalation dovesse allargarsi e coinvolgere alleanze o bloccare lo Stretto di Hormuz, i prezzi energetici e l’inflazione ne risentirebbero significativamente, costringendo la Fed (ma anche la BCE) a rivedere la propria strategia .

L’ultima settimana ha confermato che i mercati finanziari sono sensibili a episodi geopolitici, anche quando di breve durata. La robusta risposta iniziale del petrolio e dell’oro, unita alla debolezza dei bond governativi, segnalano una spaccatura nelle logiche tradizionali di safe‑haven. Gli investitori ora saranno all’erta per la direzione della Fed e gli sviluppi sul terreno mediorientale.

Capite come in una situazione del genere sono andato a pescare tra i certificati per struttura più “resilienti” sul mercato: Fixed Cash Collect Airbag Step-Down.

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Questa settimana ho deciso di presentare il certificato in maniera un po’ diversa dal solito, spero vi piaccia.

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Fare il 10% all’anno con tecnologia ed oro

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Negli Stati Uniti i principali indici hanno chiuso la settimana in rialzo, sostenuti da dati economici solidi e dal clima più disteso sulle trattative commerciali, ma secondo me durerà ancora poco. Lo S&P 500 ha guadagnato circa l’1% da inizio settimana, superando quota 6.000 punti (chiuso a 6.003 il 6 giugno), il Nasdaq Composite ha messo a segno un progresso di circa il 2% nell’arco settimanale e il Dow Jones ha chiuso anch’esso in leggero rialzo. A spingere i corsi sono stati dati sul lavoro migliori delle attese (+139mila nuovi posti di lavoro a maggio negli USA) e il raggiungimento di un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Cina per ridurre i dazi reciproci sui beni (tregua di 90 giorni). Sul fronte tecnologico, titoli come Nvidia (+1,2%), Meta (+1,9%) e Apple (+2,1%) hanno beneficiato del quadro positivo.

In Europa la tendenza è stata analoga: gli indici azionari hanno recuperato terreno dopo un breve scivolone iniziale. Il DAX tedesco è salito circa dell’1,7% mercoledì 28 maggio, mentre l’Euro Stoxx 50 (il paniere delle Blue Chip dell’eurozona) ha registrato un rialzo nel corso della settimana, spinto dal calo dell’inflazione. Secondo i dati preliminari Eurostat, l’inflazione annuale nell’area euro è scesa al 1,9% a maggio (da 2,2% di aprile), ben al di sotto dell’obiettivo BCE. Anche in Italia Piazza Affari ha terminato la settimana con un segno positivo: il FTSE MIB ha guadagnato circa lo 0,55%, chiudendo a 40.602 punti venerdì 6 giugno.

Sul fronte obbligazionario, i rendimenti dei titoli di Stato sono rimasti sostanzialmente stabili con segnali di moderato calo in Europa. Il BTP decennale italiano rende attorno al 3,5%, grazie anche al restringimento dello spread sotto i 95 punti base. In Germania il Bund 10 anni tratta intorno al 2,6%, coerentemente con le attese di un nuovo taglio dei tassi da parte della BCE dopo il dato di inflazione debole. Negli Stati Uniti, il rendimento del Treasury 10 anni si attesta poco sotto il 4,5% (circa 4,50%), in rialzo rispetto alla settimana precedente per via dell’ottimismo sull’economia e sarà questa una delle variabili principali da monitorare nei prossimi mesi.

Infatti i mercati guardano ora ai prossimi appuntamenti macro: questa settimana la BCE ha effettivamente tagliato i tassi di 25 punti base, mentre negli USA è attesa la riunione della Fed di metà giugno. La politica monetaria resta quindi al centro delle attenzioni. Sul fronte geopolitico, oltre all’intesa sui dazi USA-Cina, si segnala la decisione di Trump di rinviare le tariffe previste sull’Europa, notizia che ha alleviato la pressione sul mercato europeo. In sintesi, l’ultima settimana ha visto prevalere umori positivi, con azioni e obbligazioni che hanno digerito dati chiave e novità politiche, confermando un clima di attendismo costruttivo sui listini globali.

In questo contesto aumentare la componente liquida del portafoglio è comunque un’ottima idea. Un’alternativa può essere trovare dei certificati che hanno una buona probabilità di essere richiamati a breve in modo tale da essere pronti a sfruttare futuri ribassi.

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Quattro assicurativi per un 11.5% annuo

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I principali indici azionari USA sono cresciuti, con il Nasdaq in rialzo del 2,01%, l’S&P 500 dell’1,88% e il Dow Jones dell’1,60%. La settimana è stata dominata dalle notizie sui dazi (tanto per cambiare): Trump ha rinviato al 9 luglio l’introduzione di un nuovo dazio del 50% sull’UE. Tuttavia, un tribunale ha stabilito che Trump non aveva l’autorità per la maggior parte dei dazi globali, provocando forti rialzi di borsa giovedì, ma poi un tribunale d’appello ha sospeso temporaneamente questa decisione, limitando i guadagni. Inoltre, l’ottimismo si è smorzato a causa di dichiarazioni di stallo nei negoziati USA-Cina.

L’inflazione core PCE di aprile è scesa al 2,5% (minimo da 4 anni), ma resta oltre il target del 2% della Fed. I verbali della Fed di inizio maggio hanno confermato rischi inflazionistici legati alle incertezze commerciali. La fiducia dei consumatori è migliorata bruscamente, con l’indice del Conference Board in forte rialzo grazie all’allentamento delle tensioni commerciali. I Treasury hanno beneficiato del temporaneo stop ai dazi, mentre i bond ad alto rendimento hanno sovraperformato, sostenuti dalla fiducia dei consumatori e da emissioni limitate.
Lo STOXX Europe 600 è salito dello 0,65% dopo il rinvio dei dazi USA-UE. L’inflazione si è moderata in Spagna e Italia (1,9%), in Francia (0,6%) e leggermente in Germania (2,1%). Tuttavia, le aspettative d’inflazione delle famiglie restano al 3,1%. In Germania, la disoccupazione è salita più del previsto a 2,96 milioni. Nel Regno Unito, la fiducia nel settore servizi è calata a minimi da 2,5 anni.
Gli indici Nikkei 225 (+2,17%) e TOPIX (+2,41%) sono saliti, sostenuti da progressi nei colloqui commerciali con gli USA. L’inflazione a Tokyo ha accelerato (3,6% annuo), mentre la produzione industriale è scesa dello 0,9%. La BoJ mantiene la linea accomodante nonostante le pressioni inflazionistiche. Su quanto sia cruciale la posizione del Giappone nell’attuale assetto finanziario internazionale sarà (probabilmente) argomento di un prossimo post, soprattutto vedremo come stia cambiando il carry trade.
Per rimanere in Asia, gli indici CSI 300 e Shanghai Composite hanno chiuso in calo, con investitori prudenti per la pausa nei negoziati USA-Cina. Il governo cinese investirà 500 miliardi di RMB in infrastrutture e prevede di mantenere forte il settore manifatturiero.

In sintesi, la settimana è stata caratterizzata dalle oscillazioni dei mercati legate alle incertezze commerciali globali, alla frenata dell’inflazione in Europa e Giappone, e a segnali contrastanti sulla crescita economica.

In questo contesto mi sono orientato verso un certificato con quattro sottostanti che, assieme a quello delle utility, considero tra i settori più stabili, quello assicurativo.

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Proteggersi dai ribassi di oltre il 50% con due banche straniere con un rendimento del 13.67%

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Per ragioni di tempo il post di questa settimana sarà in formato più ridotto.

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I principali indici azionari statunitensi hanno chiuso la settimana in calo, influenzati dalla volatilità dei titoli di Stato e dalle rinnovate tensioni commerciali. L’S&P 500 e il Dow Jones sono tornati in territorio negativo da inizio anno, mentre il Nasdaq ha contenuto le perdite (-2,47%). La debolezza è stata accentuata da un’asta deludente di titoli del Tesoro a 20 anni, che ha fatto salire i rendimenti, raggiungendo il livello più alto dal 2023 per i titoli trentennali. Le preoccupazioni sono aumentate dopo il downgrade del debito sovrano USA da parte di Moody’s e l’approvazione di una legge fiscale del presidente Trump, vista come potenzialmente espansiva per il debito pubblico.

I mercati sono scesi ulteriormente dopo che Trump ha annunciato nuove tariffe del 50% sulle importazioni dall’UE, a partire dal 1° giugno, e ha minacciato tariffe del 25% sugli iPhone se Apple non trasferirà la produzione negli USA.

Nel frattempo, l’attività economica statunitense è migliorata a maggio. L’indice PMI dei servizi è salito da 50,8 a 52,3, mentre quello manifatturiero è cresciuto a 52,3, segnando una ripresa rispetto ad aprile. Tuttavia, i prezzi sono aumentati al ritmo più alto da agosto 2022, legati in gran parte ai dazi.

Nel settore immobiliare, le vendite di case esistenti sono scese ai minimi da aprile 2009, mentre le vendite di nuove case sono salite inaspettatamente a 743.000 unità. I tassi ipotecari a 30 anni hanno toccato i livelli più alti da metà febbraio.

In Europa, l’indice STOXX Europe 600 ha perso lo 0,75% dopo l’annuncio delle tariffe USA. Gli indici principali di Germania, Francia e Italia sono scesi, mentre il FTSE 100 del Regno Unito ha guadagnato. Il PMI dell’Eurozona è sceso sotto 50, indicando contrazione. La Commissione Europea ha rivisto al ribasso la crescita del 2025 allo 0,9%.

Io in questo contesto continuo a mantenermi molto liquido, vendo dollari in tutte le suo forme (ETF in USD, azioni e obbligazioni), compro oro con hedge in euro e prodotti che mi garantiscano un importante flusso di cassa a fronte di una buona protezione.

Il certificato di questa settimana si inquadra proprio in questo contesto.

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Tre società per la ricostruzione in Ucraina per quasi il 9% annuo

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La scorsa settimana ha segnato un importante punto di svolta per i mercati azionari statunitensi. Dopo il violento drawdown di aprile, l’indice S&P 500 e il Nasdaq hanno chiuso in territorio positivo da inizio anno, con una distanza di poco superiore al 3% dai massimi storici. Si è trattato di un recupero tanto rapido quanto sorprendente, favorito da due catalizzatori principali: l’allentamento delle tensioni commerciali e il ritorno degli acquisti sui titoli tecnologici.

L’amministrazione americana ha infatti sospeso per 90 giorni gran parte delle tariffe doganali introdotte ad aprile (esclusa la tariffa base del 10%) e, a sorpresa, ha annunciato una drastica riduzione delle tariffe verso la Cina, passate dal 145% al 30%. In parallelo, numerose aziende USA hanno siglato importanti accordi commerciali in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, con una forte componente legata alla tecnologia avanzata. Queste intese, sebbene sollevino interrogativi sul piano della sicurezza nazionale, hanno riacceso l’interesse del mercato per il comparto AI.

Proprio in questo contesto si inserisce la revoca della “AI Diffusion Rule”, una norma introdotta da Biden a gennaio che limitava l’export di chip AI verso numerosi Paesi. La sua eliminazione favorisce attori come Nvidia, AMD e Intel, che hanno già iniziato a recuperare parte delle perdite, riducendo il drawdown dal 30% di aprile a circa il 9%.

Tenete a mente questo aspetto perché la competizione sulla tecnologia tra USA e Cina sarà uno degli aspetti dirimenti nei prossimi anni.

Crescita solida, inflazione sotto controllo

L’economia reale mostra segnali di tenuta. Le attese di recessione, che a fine aprile raggiungevano il 65% su piattaforme di prediction market come Polimarket, sono ora scese al 38%. Il modello GDP Now della Fed di Atlanta prevede una crescita del PIL USA del 2,4% per il trimestre in corso. Nel frattempo, i dati sull’inflazione sorprendono in positivo: il CPI è uscito al 2,3% (vs 2,4% atteso), il PPI al 2,4% (vs 2,5% previsto), smentendo i timori di una nuova fiammata inflattiva.

Eppure, il sentiment dei consumatori rimane fragile. Il sondaggio dell’Università del Michigan indica aspettative di inflazione a un anno al 7,3%, un valore distorto da fattori psicologici e polarizzazione politica. A questo si aggiungono le prime avvisaglie di rincari nei beni soggetti a dazi, come segnalato dal CEO di Walmart.

Moody’s declassa gli Stati Uniti: impatto psicologico, ma non sistemico

A mercati chiusi, Moody’s ha annunciato il downgrade del debito USA da Aaa ad Aa1, citando l’incapacità del governo di contenere deficit e spesa per interessi. La decisione, pur attesa da alcuni analisti, è un campanello d’allarme sulla traiettoria del debito: si stima che nel 2025 il 30% delle entrate federali sarà destinato al pagamento degli interessi. Il downgrade non implica un rischio di default, ma rende evidente l’erosione della fiducia nel debito sovrano statunitense, definito da tempo “risk free” solo nominalmente.

Treasuries sotto pressione, attesa per l’autunno

A mio avviso, il vero freno al rialzo dei mercati non è il rischio di recessione, bensì la fragilità dei Treasury. L’elevato disavanzo, la fine del QE, il Quantitative Tightening in atto e l’assenza di nuovi acquirenti istituzionali esteri mettono pressione sulle aste. Se i rendimenti dei decennali si avvicinassero al 5%, l’azionario ne risentirebbe.

Proprio per affrontare questi problemi, esiste la proposta di modifica dei ratio patrimoniali bancari, attesa per l’autunno, potrebbe sbloccare nuova domanda da parte delle banche USA. Inoltre, nel 2026, la Fed potrebbe vedere un cambio alla guida, con un profilo più accomodante.

Il quadro attuale resta di temporaneo equilibrio: l’azionario cavalca un rimbalzo tecnico e macroeconomico, ma le fondamenta fiscali e obbligazionarie restano fragili. Estate e autunno si prospettano come banchi di prova. Fino ad allora, momentum e speranza restano le forze trainanti.

Benché, lo sapete, io non abbia approfittato di questo ultimo movimento a V, rimango ancora in posizione attendista rispetto all’azionario e continuo con i miei due principi base: protezione e diversificazione.

In questa direzione va il prodotto descritto di seguito che ha due caratteristiche principali: barriera distante e sottostanti che non si hanno in portafoglio.

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Il certificate che presento questa settimana è incentrato sulla futura ricostruzione dell’Ucraina. Per completezza riporto i motivi per cui è stato proposto, fermo restando che i motivi principali che mi hanno spinto a sceglierlo sono quelli detti sopra.

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