Un’altra opportunità sui petroliferi per oltre il 12%

Prima di iniziare rispondo a un po’ di commenti che sono stati fatti nell’articolo precedente, che ringrazio fin da ora per gli apprezzamenti fatti.

Prima di tutto cos’è Substack? Substack è una piattaforma che permette a chiunque di creare e pubblicare una propria newsletter e, allo stesso tempo, un blog personale. Iscriversi è gratuito; gli autori possono offrire contenuti gratis o a pagamento tramite abbonamento.

Forse forse potrei pensare di lasciare un articolo (che solitamente in questo blog è la prima parte introduttiva di carattere generale) gratuito come al solito, mentre la seconda parte, quella in cui si presenta la strategia operativa, potrebbe essere sottoposta ad abbonamento. Anche se la mettessi sotto abbonamento sarebbe comunque un prezzo poco più che simbolico, più per verificare il reale apprezzamento del mio lavoro piuttosto che generare introiti extra, di cui fortunatamente non ho bisogno. Vedremo…

Rispondo anche a chi ha detto che il sito andrebbe ristrutturato, è indubbiamente vero solo che tempo e voglia sono al solito quello che mi manca..

Oltre l’Illusione Ottica del Greggio: Dinamiche Macro e l’Opportunità Strategica

Nei quattro mesi seguiti all’attacco a sorpresa all’Iran del 28 febbraio, i mercati finanziari hanno vissuto il dramma reale della guerra trasformandolo in un vero e proprio psicodramma. Si è parlato della più grave crisi energetica di tutti i tempi, di un petrolio lanciato verso i 150-200 dollari, di recessione globale e di un’inflazione fuori controllo che avrebbe costretto le banche centrali ad alzare vertiginosamente i tassi. Si temeva persino il default per i paesi emergenti importatori di greggio. Discorsi apparentemente sensati, ma che all’atto pratico hanno trascurato una variabile fondamentale: la ferrea volontà politica di America e Cina. Pur di calmierare la situazione, le due superpotenze hanno attinto aggressivamente alle proprie scorte strategiche, avvicinandosi pericolosamente (soprattutto in America) al loro totale esaurimento.

Il Paradosso dei Prezzi e l’Anomalia del Mercato

Il risultato di questa imponente iniezione di greggio artificiale sul mercato è che oggi il prezzo spot del petrolio è praticamente invariato: era a 67 dollari il giorno prima della guerra e oggi si attesta sui 69 dollari. Eppure, tutto il resto del panorama finanziario è stato radicalmente stravolto.

Le divergenze sono macroscopiche. Il dollaro americano si è rafforzato prepotentemente (da 1.18 a 1.13 contro l’euro), mentre l’oro — tradizionalmente il bene rifugio per eccellenza — ha subito un tracollo inaspettato, precipitando da 5280 a 4010 dollari l’oncia. Anche sul fronte obbligazionario il Treasury decennale americano ha visto i rendimenti salire dal 3.96% al 4.40%. Per quanto riguarda le borse, l’S&P 500 è salito notevolmente, mentre in Europa il Dax ha ceduto terreno. Come si spiega questa perturbazione generale se la “stella” del petrolio è tornata fissa?

La risposta al collasso dell’oro e al rally del dollaro risiede nello stress del sistema dei paesi emergenti, e in particolare di quelli del Golfo. Con le scorte di greggio esaurite (o con le infrastrutture produttive danneggiate dal conflitto), questi paesi stanno liquidando le riserve auree accumulate negli anni tramite le esportazioni per comprare i dollari necessari alla ricostruzione e per ripagare i costi della guerra agli Stati Uniti. Aggiungiamo il fatto che, a Washington, un dollaro forte fa molto comodo per importare deflazione in vista del voto di novembre.

Europa vs USA: Il Peso dell’Energia e del Ritardo Tecnologico

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Infineon: strategia dal 21% al 25% annuo

Prima di entrare nel vivo degli argomenti di questa settimana fatemi comunicare due cose.
La prima riguarda la mia posizione Long sul petrolio: è evidente che le dinamiche della settimana appena trascorsa abbiano clamorosamente confessato la mia visione, malgrado ciò io rimango comunque rialzista da questi livelli. Secondo me il sottostante fisico sconterà un problema di offerta fino alla fine dell’anno.
La seconda riguarda invece i destini di questo blog. Ancora non ho preso una decisione definitiva ma sto pensando che entro la fine dell’estate questo blog possa chiudere. A questo punto avrei due possibilità: smettere completamente di pubblicare o aprire un account su Substack. Sarei molto curioso di sapere cosa ne pensiate anche voi. Ma veniamo ora agli argomenti di questa settimana.

L’ecosistema globale dei semiconduttori, tracciato in modo rappresentativo dal Philadelphia Semiconductor Index (spesso replicato tramite l’ETF SOXX), continua a correre a ritmi che sfidano la gravità. L’indice di settore abbia registrato performance sbalorditive: oltre il 108% di rialzo da inizio anno e un +134% su base annua. Non ci troviamo di fronte a una singola “stock story” fortunata, ma a un intero comparto industriale composto dai 30 principali player globali che sta trainando i listini mondiali.

Alla base di questa impennata ci sono i fondamentali ciclopici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Gli hyperscaler americani (come Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta) hanno pianificato e impegnato tra i 600 e i 750 miliardi di dollari in spese in conto capitale (CapEx) entro il 2026, con circa il 75% di questi fondi destinati esplicitamente a infrastrutture AI. L’intero mercato globale dei chip viaggia ormai verso il trilione di dollari, e la componente AI ne assorbe la metà. Solo quindici anni fa, questa specifica categoria di semiconduttori praticamente non esisteva.

Questa massiccia polarizzazione della domanda ha innescato un fenomeno macroeconomico inedito definito “Chip Inflation” (inflazione da chip). Dopo oltre un decennio di costante deflazione tecnologica, i prezzi delle memorie DRAM e dei sistemi SSD enterprise sono aumentati di sei volte nell’ultimo anno. Il paradosso industriale è evidente: nonostante la capacità produttiva di DRAM cresca a ritmi del 30%, si stima un deficit del 15% per l’industria dei PC e del 12% per gli smartphone. L’assorbimento vorace di silicio da parte delle GPU e dei server AI sta drenando risorse dagli usi tradizionali, spingendo al rialzo i prezzi dell’elettronica di consumo e alterando la nostra comprensione del ciclo economico tecnologico.

I flussi finanziari confermano l’entusiasmo: gli ETF legati al comparto tech e semiconduttori continuano a registrare afflussi record (oltre 12 miliardi in singole settimane), a testimonianza di un posizionamento istituzionale e retail fortemente “Long”. L’80% dei gestori intervistati dalla Global Fund Manager Survey di BofA indica i semiconduttori come il trade più affollato e strategico del momento.

Il rischio valutazioni: la strada si fa stretta

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Posizione tattica di quasi +10% in un mese sulle rinnovabili

Questa settimana non vi parlerò di spacex visto che ne hanno parlato in lungo il lago tutti quanti e chi mi segue da un po’ penso che possa intuire qual è la mia visione su questa azienda, per essere più chiari ne sono rimasto ben alla larga.

Vediamo invece la mia visione su quello che ritengo ben più determinante ossia le dinamiche tra Iran e USA. Io rimango estremamente critico per quanto riguarda la possibilità di un accordo.
A mio avviso le possibilità sono tre:
1) l’accordo semplicemente non si firma.
2) l’accordo sarà talmente generico che non avrà alcuno effetto nell’immediato e si rimanderà tutto a data da destinarsi (tipo 60 giorni).
3) quello più improbabile Ma non necessariamente impossibile (mi rendo conto che siamo nella fanta-diplomazia), è che si fidino due accordi con sfumature diverse e che ognuna delle parti racconti quella che più gli conviene.
Ormai mancano poche ore per vedere se una delle mie ipotesi è corretta o se in realtà l’accordo si firmerà e tutto andrà a posto.
Coerentemente con la mia visione ho aperto una posizione rialzista su il WTI con un pezzo di ingresso pari a circa 86,5 dollari.

Per capire davvero cosa sta succedendo e il perché della mia posizione fortemente rialzista, dobbiamo necessariamente svestirci dei panni dei trader da scrivania e guardare al mercato reale, quello fisico. Spesso chi investe o fa trading si ferma al numerino sul monitor: si vede il WTI crollare verso gli 80 dollari e si pensa “il mercato prezza la pace e il rientro dell’emergenza”. Follia. Questo è il tipico bias di chi non ha mai visto dal vivo le infrastrutture estrattive e crede ciecamente che la borsa rispecchi perfettamente l’economia industriale. La discrepanza tra il “paper market” – fatto di derivati speculativi mossi da algoritmi che reagiscono al decimo di secondo a un tweet presidenziale – e il mercato reale è arrivata a livelli critici e paradossali.

La nuda e cruda realtà dei fatti è che, a prescindere dai proclami di Washington, il mondo sta attualmente subendo un deficit produttivo e logistico di circa 15 milioni di barili al giorno. Le ostilità e la conseguente interruzione delle rotte ottimali nel Golfo hanno di fatto inceppato l’intero ciclo marittimo. Ma l’ingenuità più clamorosa è credere che una firma su un memorandum o una stretta di mano in diretta TV risolva magicamente il problema in ventiquattr’ore. Vi spiego l’inghippo logistico: in caso di accordo istantaneo, ci troviamo comunque di fronte a un ineludibile collo di bottiglia. Le navi cisterna che in questo momento sono state deviate, o che si trovano ferme chissà dove, devono prima navigare verso i terminal occidentali e asiatici per scaricare, e successivamente dovranno impiegare settimane per tornare fisicamente nei porti del Medio Oriente (Kuwait, Emirati, Iraq) per caricare nuovo greggio. Finché questo ciclo andata-ritorno non si completa, gli impianti estrattivi locali non hanno letteralmente lo spazio fisico per pompare e stoccare il materiale. Si tratta di un ritardo fisiologico e marittimo che imporrà al mercato un ammanco garantito di altri due o tre mesi post-firma.

Come fa il mondo ad assorbire questo disavanzo nel frattempo? Raschiando letteralmente il fondo del barile. Se andiamo a leggere i dati fisici veri, notiamo prelievi settimanali record dagli stoccaggi di mezzo mondo, uniti a una progressiva emorragia delle scorte strategiche statunitensi. Hub vitali come Cushing in Oklahoma (punto di consegna fisico del WTI), oltre ai centri di Singapore e dei porti ARA (Amsterdam-Rotterdam-Anversa) in Europa, si stanno pericolosamente avvicinando al cosiddetto “tank bottom”. Stiamo parlando del limite tecnico operativo inferiore: sotto quel livello non c’è fisicamente più abbastanza pressione nei serbatoi per pompare il prodotto. E i ritmi attuali indicano che si potrebbe toccare questo limite critico a ridosso di metà estate.

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Proteggersi fino a -80% di ribassi per oltre il 14% sui semiconduttori

La Nostra View Confermata: Il De-risking Inevitabile del Nasdaq

Investire senza comprendere le dinamiche strutturali dei flussi di cassa è un puro esercizio di speranza. Chi segue regolarmente le analisi di Investment Engineering sa bene che avevamo lanciato un avviso ai naviganti con largo anticipo: i violenti ribassi che hanno investito i mercati azionari internazionali, travolgendo in particolare il Nasdaq e l’intero comparto dei semiconduttori, erano ampiamente prevedibili.

Nelle nostre ultime note operative avevamo evidenziato una palese anomalia nel premio al rischio e una divergenza fondamentale insostenibile: valutazioni aggregate tirate a multipli storici estremi, euforia ingegnerizzata e una concentrazione di mercato pericolosamente polarizzata su pochissimi nomi legati alla narrativa dell’Intelligenza Artificiale. Il mercato scambiava per certezze quelle che erano solo opzioni call su flussi di cassa futuri e altamente speculativi. La correzione in corso, lungi dall’essere un mero incidente di percorso, rappresenta il necessario richiamo della gravità finanziaria sui fondamentali delle aziende tech.

Il Catalizzatore Broadcom e l’Architettura dei Numeri “Fugazi”

A innescare la capitolazione del settore sono state le Forward Guidance di Broadcom, rilasciate sensibilmente sotto le aspettative di Wall Street. Questo singolo evento ha rimosso il velo di ipocrisia dai modelli di valutazione degli analisti, agendo da detonatore per una struttura macroeconomica che poggia su fondamenta intrinsecamente fragili.

Se si analizza in profondità la filiera dell’AI, emerge un meccanismo macro-finanziario che evoca le più grandi distorsioni del passato, un sistema che potremmo definire “fugazi”: polvere di fata, numeri che appaiono come crescita organica dirompente ma che, dietro la facciata dei bilanci, nascondono una fitta rete di finanziamenti circolari (vendor financing).

Il circuito si articola attraverso passaggi bizantini ma concettualmente lineari:

  • I colossi tecnologici e i produttori di hardware investono massicciamente, sia in equity che in debito, in startup focalizzate sullo sviluppo di modelli di Intelligenza Artificiale.
  • Queste startup utilizzano immediatamente i capitali ricevuti per acquistare o noleggiare potenza di calcolo, GPU e servizi infrastrutturali dagli stessi colossi che le hanno finanziate.
  • Di conseguenza, i ricavi dei fornitori tecnologici registrano incrementi artificiali. Questi dati eccezionali giustificano multipli di borsa ipertrofici, i quali consentono di attrarre nuova liquidità sul mercato o di emettere nuovo debito strutturato per alimentare nuovamente il ciclo.

In questa architettura finanziaria, lo stesso soggetto economico ricopre simultaneamente il ruolo di investitore, fornitore e cliente. La liquidità reale non esce mai dal perimetro dell’ecosistema, mentre il rischio di insolvenza viene sistematicamente spinto al di fuori dei bilanci societari ordinari.

Attraverso l’intervento dei giganti del private credit (come Apollo e Blackstone) e la costituzione di complesse società veicolo (SPV) localizzate in giurisdizioni off-shore, il debito necessario per l’espansione dei data center viene cartolarizzato e collocato sul mercato. Destinatari finali di queste emissioni obbligazionarie sono spesso le compagnie di assicurazione e i veicoli che gestiscono le rendite vitalizie dei fondi pensione.

Il legame con la recente correzione è diretto: in operazioni colossali come quella strutturata per finanziare l’infrastruttura di Antropic con chip proprietari (i TPU di Google), Broadcom interviene come garante terzo del valore residuo dei chip stessi al termine del contratto di locazione. Nel momento in cui Broadcom riduce le proprie stime di crescita, l’intera catena delle garanzie strutturate subisce un de-rating immediato. Considerato che le analisi indipendenti stimano che ben il 95% dei progetti enterprise legati all’AI non stia generando alcun ritorno economico misurabile (ROI), lo scenario più probabile per il comparto non è un crash repentino, bensì uno sgonfiamento lento e doloroso dei multipli di borsa su un orizzonte di 18-24 mesi.

L’Ingegneria dei Certificati: Vendere Volatilità Quando il Mercato Trema

Nel paradigma di Investment Engineering, l’incremento del rischio e il panico degli investitori direzionali rappresentano le condizioni ideali per implementare strategie asimmetriche. Il crollo del Nasdaq ha provocato un’impennata della volatilità implicita sulle opzioni azionarie. Quando i mercati scendono rapidamente, il costo per assicurare i portafogli si impenna a dismisura.

Un investitore consapevole sa che acquistare un certificato a capitale condizionatamente protetto equivale a vendere volatilità. Chi inserisce questi strumenti in portafoglio sta assumendo la posizione del “banco”, vendendo implicitamente opzioni Put al desk di strutturazione dell’emittente. Poiché in questo momento la volatilità è prezzata a livelli estremi, la banca è costretta a riconoscerci premi straordinariamente ricchi e, al contempo, a posizionare i livelli di protezione a distanze siderali. È l’applicazione della pura razionalità matematica contro l’emotività della massa.

Focus Operativo: una Protezione Impressionante

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Indici asiatici per oltre +14% e rimanere fuori dalle follie

Anche questa settimana rischierò di ripetermi, ma l’attuale fase macroeconomica e geopolitica ci pone di fronte a uno degli scenari più complessi e, per certi versi, irrazionali dell’ultimo decennio. Osservando le dinamiche di prezzo di alcune tra le principali materie prime e confrontandole con i fondamentali fisici, emerge una divergenza che sfida i classici modelli di valutazione. In questo contesto, l’approccio agli investimenti richiede un approccio di questo tipo secondo me: la scommessa direzionale di lungo periodo cede il passo a una gestione tattica e opportunistica, progettata per estrarre rendimento dalla volatilità piuttosto che dalla direzionalità pura.

L’Irrazionalità dei Mercati

Per comprendere a fondo questa disconnessione tra economia reale e finanza, è estremamente utile evidenziare la profonda irrazionalità dei mercati, in particolare per quanto concerne le dinamiche legate al prezzo del petrolio e al delicato scacchiere geopolitico tra Stati Uniti e Iran.

Nonostante una situazione esplosiva nello Stretto di Hormuz – un hub cruciale per il passaggio del greggio a livello globale – il prezzo del WTI (West Texas Intermediate) ha continuato a mostrare una debolezza strutturale, stazionando intorno agli 88 dollari al barile. Secondo me, il mercato sta prezzando uno scenario basato quasi esclusivamente su aspettative e “fake news” di natura politica, ignorando del tutto la realtà dell’offerta fisica.

Le indiscrezioni su un imminente accordo tra l’amministrazione statunitense e l’Iran continuano a rincorrersi, alimentate da fughe di notizie (spesso smentite) che parlano di una riapertura imminente dello stretto e di una distensione sui tavoli nucleari. Tuttavia, la realtà dei fatti è ben diversa:

  • La questione dell’uranio arricchito: Le autorità iraniane hanno ribadito, in via ufficiale e definitiva, che l’uranio arricchito non uscirà dal Paese. Questo rende di fatto impossibile un accordo che possa essere politicamente sostenibile per gli Stati Uniti, considerati anche i veti incrociati e le “linee rosse” imposte dalle varie fazioni in gioco.
  • La logistica dello Stretto di Hormuz: Anche nell’ipotesi remota di una firma immediata, la riapertura non sarebbe istantanea. La presenza di mine e le nuove imposizioni di pedaggi richiederebbero settimane, se non mesi, per ripristinare un flusso commerciale sicuro.
  • Il deficit produttivo: Attualmente, la produzione aggregata di Paesi chiave come Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Iran è inferiore di decine di milioni di barili rispetto ai livelli pre-crisi, con un deficit giornaliero tra domanda e offerta stimato intorno ai 10-11 milioni di barili.

I Fondamentali Ignorati: Scorte in Calo e Rischio Geopolitico

Il dato più allarmante, che il mercato azionario e i future sul petrolio sembrano ignorare deliberatamente, riguarda le scorte fisiche. Faccio sommessamente notare (informazione appresa da chi ne sa un bel po’ più di me) come i recenti ritiri di barili siano stati imponenti: parliamo di oltre 17 milioni di barili ritirati in una sola settimana, attingendo a piene mani dalle riserve strategiche americane (SPR), che si stanno assottigliando verso livelli critici di guardia.

Contemporaneamente, le scorte di prodotti raffinati come benzina (gasoline) e distillati stanno crollando ben al di sotto delle medie degli ultimi cinque anni, e questo sta avvenendo prima ancora dell’inizio della vera e propria “driving season” estiva, periodo in cui la domanda di carburante negli Stati Uniti tocca i suoi massimi fisiologici.

Come sottolineato anche dai vertici di colossi come Chevron ed Exxon, ci stiamo dirigendo verso un imbuto logistico e produttivo. Mantenere i prezzi artificialmente bassi attraverso il rilascio di riserve e la narrativa di accordi inesistenti non fa che stimolare ulteriormente la domanda. Quando il mercato si renderà conto che l’offerta fisica non è in grado di sostenere questo ritmo, il rischio è quello di assistere a spike di prezzo violentissimi e incontrollabili.

Dalla Macroeconomia all’Operatività: Privilegiare la Tattica

Alla luce di questa profonda irrazionalità, in cui i prezzi sono guidati da titoli di giornale e aspettative politiche piuttosto che dalla dura legge della domanda e dell’offerta, prendere una posizione direzionale di lungo termine diventa un esercizio di pura scommessa, non di investimento. Se si va long sul petrolio sperando nei fondamentali, si rischia di subire crolli improvvisi causati dall’ennesima dichiarazione politica; se si va short, si rischia di essere spazzati via non appena la realtà della carenza fisica busserà alla porta.

In un contesto simile, l’unica strategia sensata è quella di limitarsi a posizioni tattiche, sfruttando la volatilità intrinseca e i rendimenti asimmetrici offerti dai certificati di investimento. Questo approccio permette di generare flussi di cassa o rendimenti in conto capitale con un orizzonte temporale definito, proteggendo il portafoglio da scenari estremi grazie alle barriere di protezione.

Operatività Pratica: Turnover dei Certificati Scaduti

La gestione attiva del portafoglio richiede un turnover disciplinato, rimpiazzando i prodotti giunti a scadenza con nuove strutture in grado di massimizzare il rendimento nel contesto attuale. Proprio in questa settimana sono giunti a scadenza due certificati che avevamo analizzato nei mesi scorsi e che hanno brillantemente raggiunto i loro obiettivi:

Avendo incassato la liquidità derivante da questi due rimborsi, l’obiettivo è ora quello di riallocare il capitale in modo efficiente, mantenendo un profilo di rischio/rendimento coerente con la nostra visione tattica.

Analisi del Certificato Dinamiche di Volatilità

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Strategia combinata su Stellantis: le possibilità sono molte, sia al ribasso che al rialzo!

Per chi pensava che l’incontro tra Xi e Trump potesse risolvere tutto e avremmo ricominciato a vivere tutti quanti d’economia (e non di potenza tra nazioni), s’è risvegliato venerdì un po’ scosso.

Il panorama macroeconomico e geopolitico del 2026 si configura come un ecosistema in cui le vecchie certezze della globalizzazione cooperativa sono state definitivamente sostituite da quella che definiamo una “stagflazione bellica” strutturale. In questo scenario, l’analisi dei mercati non può prescindere da una comprensione profonda delle dinamiche di potere tra le grandi potenze, poiché ogni movimento dei listini azionari è ormai un sottoprodotto di decisioni prese nelle stanze della diplomazia coercitiva o sui campi di battaglia tecnologici. La recente evoluzione delle relazioni internazionali, segnata dal fallimento dei vertici tra Stati Uniti, Cina e Iran, ha innescato un mutamento di regime nei mercati finanziari, passando da una fase di “Low Vol Bull” a una di incertezza radicale, dove le divergenze tra l’andamento dei prezzi e la forza sottostante dei trend iniziano a manifestarsi con preoccupante chiarezza.

Il Tramonto della Diplomazia: Il Collasso delle Aspettative USA-Cina e USA-Iran

L’illusione che ha alimentato i mercati nella prima parte dell’anno, basata sulla speranza di una ricomposizione pragmatica delle crisi tra Washington e i suoi principali antagonisti sistemici, è ufficialmente tramontata. La narrativa di una distensione, spesso sostenuta da analisti poco inclini a considerare la realtà delle frizioni strutturali, si è scontrata con la durezza dei fatti geopolitici. Le aspettative di un ritorno alla normalità nei rapporti con l’Iran e di una tregua commerciale duratura con la Cina sono completamente cadute, lasciando il posto a una logica di attrito permanente che condiziona pesantemente le catene di approvvigionamento e i premi per il rischio globale.

Il Fallimento del Vertice Trump-Xi Jinping e il Ritracciamento degli Indici

Il punto di rottura definitivo è stato rappresentato dall’incontro tra il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping, un vertice che era stato caricato di aspettative eccessive dai media mainstream. La realtà emersa dal tavolo negoziale è stata quella di un fallimento totale, sia sul fronte diplomatico che su quello commerciale. Non solo non sono stati raggiunti accordi sulla riduzione dei dazi o sulla protezione della proprietà intellettuale, ma l’incontro ha evidenziato una reciproca sfiducia che preclude qualsiasi cooperazione nel medio periodo. Gli Stati Uniti continuano a vedere nell’ascesa tecnologica cinese una minaccia esistenziale alla propria sicurezza nazionale, mentre Pechino non è disposta a sacrificare il proprio modello di sviluppo industriale per compiacere le richieste di Washington.

Questo fallimento ha fornito il catalizzatore fondamentale per il recente ritracciamento degli indici azionari mondiali. Gli investitori, realizzando che la “diplomazia della necessità” non avrebbe prodotto i frutti sperati, hanno iniziato a prezzare uno scenario di costi operativi più elevati e di mercati frammentati. La fine dell’era del “Grand Bargain” sino-americano significa che le aziende multinazionali, specialmente quelle del settore tecnologico e manifatturiero, dovranno navigare in un ambiente caratterizzato da barriere tariffarie crescenti e da una costante minaccia di sanzioni incrociate.

La Questione Iraniana e lo Stallo nel Medio Oriente

Parallelamente al fronte cinese, la crisi tra Stati Uniti e Iran rimane una ferita aperta che minaccia la stabilità energetica globale. Le speranze di un nuovo accordo sul nucleare o di una de-escalation regionale sono state spazzate via da una serie di ultimatum reciproci che hanno riportato la tensione ai massimi livelli. Questo stallo non è solo un problema di sicurezza militare, ma agisce come un potente freno economico attraverso il canale dei prezzi dell’energia e dei costi di assicurazione marittima per i transiti nello Stretto di Hormuz. In un regime di stagflazione bellica, l’instabilità nel Golfo Persico garantisce che l’inflazione rimanga “appiccicosa”, limitando il margine di manovra delle banche centrali e costringendo gli investitori a cercare rifugio in strumenti di protezione del capitale.

Evento GeopoliticoAspettativa InizialeRealtà Post-VerticeImpatto sui Mercati
Incontro Trump-XiAccordo commerciale “fase 2”Fallimento diplomatico e commercialeRitracciamento indici globali
Crisi USA-IranDe-escalation e nuovo accordoStallo messicano e minacce militariRialzo volatilità e costi energetici
Transizione MultipolareEgemonia unipolare stabileRafforzamento del blocco BRICS+Multipolarismo valutario e incertezza

Analisi Tecnica del FTSE MIB: La Divergenza come Segnale d’Allarme

Mentre il quadro macroeconomico si deteriora, i segnali provenienti dall’analisi tecnica confermano la fragilità dell’attuale struttura dei prezzi, specialmente sul listino milanese. L’osservazione attenta del grafico del FTSE MIB rivela un fenomeno classico di esaurimento del momentum, che spesso precede correzioni profonde o inversioni di tendenza.

Il Paradosso tra Nuovi Massimi e Oscillatori Decrescenti

L’immagine tecnica del FTSE MIB mostra una chiara e pericolosa divergenza ribassista. Mentre l’indice dei prezzi ha continuato a spingersi verso nuovi massimi relativi (superando quota 49.000 punti), l’oscillatore stocastico (21, 7, 7) ha segnato massimi decrescenti, evidenziati graficamente dalle linee blu che collegano i picchi dell’indicatore. Questa discrepanza indica che, nonostante il prezzo conti di salire, la forza interna del movimento sta svanendo. In termini di ingegneria finanziaria, stiamo assistendo a una fase di distribuzione latente, in cui i “mani forti” stanno alleggerendo le posizioni mentre la narrativa mainstream continua a spingere il pubblico verso l’ottimismo.

Storicamente, le divergenze tra prezzo e stocastico sono tra i segnali più affidabili per identificare i punti di svolta del mercato. Quando lo stocastico non riesce a seguire il prezzo nella creazione di nuovi massimi, significa che la pressione di vendita sta iniziando a sopraffare la domanda proprio sui livelli più alti. Nel contesto attuale, segnato dal fallimento diplomatico tra le grandi potenze, questa divergenza agisce come un segnale d’allarme critico: la calma apparente della borsa è solo la superficie di un ecosistema che si sta preparando a un brusco riposizionamento.

Il Settore Automotive: Tra Crisi Strutturale e Opportunità di Rendimento

Il comparto automobilistico europeo rappresenta perfettamente le contraddizioni del mondo multipolare del 2026. Schiacciato tra una transizione elettrica forzata e la concorrenza aggressiva dei produttori cinesi, il settore sta attraversando una metamorfosi che ne mette in discussione la stessa sopravvivenza nel lungo termine. Giganti come Stellantis si trovano a dover gestire un declino della domanda nei mercati tradizionali e una perdita di competitività tecnologica nell’elettrificazione.

Nonostante le difficoltà macroscopiche del settore, l’approccio basato su strategie asimmetriche ha dato frutti eccezionali. Sei mesi fa, avevamo presentato un certificato Reverse Bonus Cap (ISIN DE000UG81M71) emesso da UniCredit, focalizzato sulla debolezza di Stellantis. La tesi di fondo era che la debolezza del titolo avrebbe permesso di estrarre valore attraverso una struttura che trae profitto dalla stabilità o dal ribasso delle quotazioni, a differenza dei tradizionali certificati long.

L’operazione è andata molto bene: lo strumento, che rimborserà tra circa un mese (giugno 2026), ha permesso di ottenere un rendimento complessivo superiore al 22% in un orizzonte semestrale. Questo risultato sottolinea l’efficacia dell’ingegneria finanziaria nel creare profili di rendimento positivi anche in settori sotto pressione, trasformando la volatilità negativa in un vantaggio per l’investitore prudente.

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Ancora una posizione prudente sugli indici per un +11%

Questa settimana la prenderò un po’ alla larga, ma penso sia doveroso visti i tempi mutevoli.

L’architettura dei mercati finanziari globali, nel maggio del 2026, si presenta come un ecosistema radicalmente trasformato rispetto alle turbolenze sistemiche osservate soltanto due mesi addietro. Se il marzo del 2026 è stato segnato dal timore di un collasso logistico e da una “stagflazione bellica” alimentata dalle tensioni nel Golfo Persico, il contesto attuale riflette una transizione verso quello che potremmo definire un “Low Vol Bull regime”. Questa calma apparente, tuttavia, non deve essere scambiata per un ritorno alla normalità pre-crisi. Ci troviamo in un punto di inflessione dove la diplomazia della necessità e l’evoluzione tecnologica dell’Intelligenza Artificiale (AI) stanno riscrivendo le regole del valore. Per l’investitore consapevole, questa metamorfosi impone un aggiornamento degli strumenti operativi: il passaggio da strutture ad altissimo rendimento e alta volatilità, tipiche del clima di “Epic Fury”, verso soluzioni di ingegneria finanziaria più resilienti, capaci di estrarre valore in uno scenario di stabilità negoziata.

L’Impero di Mezzo e la risoluzione pragmatica del conflitto globale

La centralità della Cina nel processo di risoluzione delle crisi internazionali ha raggiunto nel maggio 2026 una dimensione precedentemente inesplorata. Mentre gli attori regionali come il Pakistan hanno cercato di agire da mediatori tra Washington, Teheran e Riad con alterne fortune, Pechino si è imposta non come un semplice intermediario, ma come il terzo protagonista della fase conclusiva del conflitto accanto ad America e Iran. Questa evoluzione non è casuale, ma rappresenta il fallimento della strategia di accerchiamento energetico tentata dall’amministrazione statunitense.

L’attacco all’Iran e il tentativo di controllo dello Stretto di Hormuz rientravano in un piano strategico volto a indebolire strutturalmente la Cina. Washington ha cercato di riprendere il controllo sui punti critici della logistica mondiale: dal Canale di Panama alla cattura del petrolio venezuelano, fino al controllo della rotta artica in Groenlandia. L’obiettivo finale era privare Pechino non solo di un fornitore di greggio fondamentale, ma anche di un punto di transito essenziale nella rotta terrestre eurasiatica, progettata per sfuggire alla storica “strozzatura di Malacca”.

Tuttavia, la reazione cinese ha dimostrato che le leve del potere si sono spostate. Pechino ha inizialmente mantenuto un profilo basso, rispettando le sanzioni e lavorando dietro le quinte, ma il recente “pugno sul tavolo” ha cambiato gli equilibri. Comunicando con chiarezza le proprie linee rosse — l’intangibilità del regime iraniano e la riapertura di Hormuz — la Cina ha reso poroso il blocco navale americano, costringendo le parti a una trattativa diretta. La dinamica che stiamo osservando è quella di un “adulto nella stanza” che, pur sospendendo i finanziamenti alle proprie raffinerie come tocco finale di pressione diplomatica, ha di fatto garantito la stabilità dei mercati azionari sui massimi storici.

Dinamiche macroeconomiche e shock energetico: un confronto

Variabile EconomicaScenario Marzo 2026Scenario Maggio 2026Implicazione Finanziaria
Prezzo del Petrolio (Brent)Verso $120/barile Stabilizzato sopra $100 Riduzione del premio al rischio militare
Transiti Stretto di HormuzCalo dell’81% rispetto a gennaio Riapertura graduale in corso Normalizzazione dei costi assicurativi marittimi
Volatilità Implicita (VIX)Spike sopra quota 31 Compressione in area 17 Passaggio da strategie Short-Gamma a Yield Enhancement
Valuta di RegolamentoEmergenza Petroyuan Consolidamento multipolarismo valutario Debolezza strutturale del Dollaro USA

Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale: tra valutazioni e pragmatismo

Mentre la geopolitica trova un equilibrio precario, il settore tecnologico vive una dicotomia profonda tra il modello americano e quello cinese. Oggi la capitalizzazione delle società collegate all’AI negli Stati Uniti ha raggiunto i 22 trilioni di dollari, includendo laboratori di linguaggi, hyperscalers e fornitori di semiconduttori. I soli laboratori indipendenti come OpenAI e Anthropic valgono più di 3 trilioni, una cifra che giustifica le attuali valutazioni solo se si assume un progresso inarrestabile nei prossimi 24 mesi.

Il confronto con la Cina è stridente: DeepSeek, Kimi, MiniMax e Zhipu valgono complessivamente meno di un ventesimo delle controparti americane. Eppure, il ritardo tecnologico di Pechino è stimato in soli 3-6 mesi. La differenza fondamentale risiede nell’approccio: mentre l’America corre verso la potenza di calcolo bruta, la Cina punta sulle applicazioni pratiche immediate e sull’indipendenza da Nvidia attraverso modelli open source e l’utilizzo di semiconduttori diversificati.

Inoltre, stiamo assistendo a un fenomeno di “cinesizzazione” del modello di business degli hyperscalers americani. Queste società reinvestono ormai la quasi totalità del cash flow in Capex (spese in conto capitale) legate all’AI, portando il free cash flow vicino allo zero. Sebbene il rapporto prezzo/utili (P/E) appaia ragionevole, un’analisi basata sul Discounted Cash Flow (DCF) rivelerebbe valutazioni molto più compresse, simili a quelle che storicamente hanno penalizzato l’azionario cinese. Per l’investitore, questo significa che la presenza dell’AI in portafoglio è imprescindibile, ma deve essere indirizzata verso società con tassi di crescita sostenibili e valutazioni meno sature.

Dall’instabilità di Marzo alla resilienza di Maggio: cambio di guardia nei certificati

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Proteggersi da ribassi del -70% e guadagnare il +12%

Per il weekend del Primo Maggio pubblico una versione short del post settimanale senza la consueta introduzione generale. Ci tenevo Comunque a pubblicare questo post poiché il certificato di cui tratterò è veramente interessante ed è l’unica posizione nuova che ho aperto questa settimana oltre ad un piccolo acquisto incrementale sull’oro.
Per il resto mi sento solamente di dire che il rialzo a V a cui stiamo assistendo è veramente privo di alcuna razionalità secondo me, quindi, se le cose continueranno così, continuerò ad incrementare la mia posizione sul mix.
Ma vediamo il certificato della settimana:

Nel panorama attuale dei mercati finanziari, caratterizzato da valutazioni azionarie compresse in alcuni settori e segnali di incertezza macroeconomica, la ricerca di rendimento non può prescindere da una rigorosa gestione del rischio di coda. Oggi analizziamo una struttura che ridefinisce il concetto di “difensività”: il nuovo Memory Cash Collect.

Acquistabile attualmente sotto la pari, a circa 995 euro, questo certificato si distingue per una configurazione tecnica raramente osservabile sul mercato: una barriera di protezione posizionata al 30% dei livelli iniziali. In termini pratici, l’investitore è protetto fino a ribassi dei sottostanti nell’ordine del 70%.

Il Basket: Correlazione Bassa e Driver Specifici

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Ancora opportunità sul settore difesa: rendimenti al 27% e protezione oltre il 50%

La metamorfosi del conflitto: Dal dominio terrestre alla strategia del blocco

La realtà geopolitica e finanziaria dell’aprile 2026 impone un’analisi che superi la visione lineare dei mercati, troppo spesso ancorata a modelli di crescita prepandemici o prebellici. L’articolo “Il Blocco” di Kairos Partners delinea una trasformazione profonda nella condotta delle ostilità globali, utilizzando la metafora storica del blocco navale per spiegare l’attuale fase di logoramento tra le grandi potenze. Storicamente, i blocchi navali hanno dimostrato un’efficacia strategica spesso superiore alle battaglie terrestri, come evidenziato dalla Guerra dei Sette Anni, dalle Guerre Napoleoniche, dalla Guerra di Secessione e dalla Crisi di Cuba.

L’approccio attuale contro l’Iran riflette questa evoluzione dottrinale. I teorici della supremazia navale come Alfred Mahan e quelli della guerra aerea come Giulio Douhet avevano previsto la capacità di strangolamento economico derivante dal controllo delle rotte marittime e dello spazio aereo. La strategia americana si è spostata da una fase prettamente aerea a una navale, mirando al cuore del sistema economico iraniano: l’esportazione di greggio. Il blocco navale statunitense sta costringendo Teheran a stoccare il proprio petrolio nell’isola di Kharg, ma la capacità fisica di stoccaggio è prossima al limite critico. Con una produzione di 1,9 milioni di barili al giorno, si stima che lo spazio disponibile si esaurirà entro due settimane, rendendo la chiusura dei pozzi una necessità tecnica e, purtroppo per Teheran, una decisione “praticamente irreversibile” che priverebbe il paese dell’85% delle proprie entrate.

Tuttavia, l’efficacia del blocco non è assoluta. L’Iran continua a utilizzare tattiche di bypass, facendo uscire petroliere verso le acque pakistane e indiane, mentre persiste il contro-blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. Questo “stallo messicano” ha ridotto le scorte globali di petrolio da 8 a 7 miliardi di barili. Tale decremento non può proseguire indefinitamente, poiché le riserve strategiche devono essere preservate per la possibilità di nuovi fronti, in particolare quello di Taiwan.

Confronto storico e strategico dei blocchi navali

Conflitto Tipologia di Blocco Obiettivo Strategico Esito Economico
Guerra dei Sette Anni Navale Totale Interruzione rifornimenti coloniali Collasso del commercio marittimo francese
Guerre Napoleoniche Sistema Continentale Isolamento commerciale del Regno Unito Fallimento dovuto al contrabbando e alla superiorità della Royal Navy
Guerra di Secessione Piano Anaconda Strangolamento della Confederazione Collasso della capacità bellica del Sud
Crisi di Cuba (1962) Quarantena Navale Rimozione missili nucleari Risoluzione diplomatica sotto pressione militare
Iran-USA (2026) Coercizione Marittima Riduzione entrate (85%) e regime change Esaurimento scorte fisiche e rischio stagflazione

Lo scontro di civiltà e il declino dell’egemonia unipolare

Il conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti nel 2026 non deve essere interpretato esclusivamente attraverso lenti economiche o energetiche. Si tratta di una manifestazione macroscopica dello scontro tra un impero che si percepisce in fase di declino e nuovi attori revisionisti che cercano un cambiamento radicale dei rapporti di forza mondiali. Gli economisti che prevedono una risoluzione semplice e lineare sottovalutano la natura ontologica di questa crisi. Non è solo una questione di prezzo del petrolio, ma di chi controllerà le infrastrutture del potere nel prossimo secolo.

La Russia e la Cina, in particolare, osservano e abilitano la resistenza iraniana come parte di una strategia più ampia per erodere l’influenza globale degli Stati Uniti e l’ordine internazionale liberale. La Russia fornisce all’Iran imagery satellitare, assistenza tecnica e droni di nuova generazione, aumentando la resilienza di Teheran senza formalizzare un’alleanza dichiarata, riducendo così la soglia di escalation denunziabile. Pechino, dal canto suo, adotta una “ambiguità calcolata”, sfruttando la crisi per consolidare un “circuito chiuso” di scambi in Renminbi (RMB) attraverso il sistema CIPS, riducendo la dipendenza dal dollaro e proteggendosi da future sanzioni.

Questa dinamica trasforma l’Iran in un laboratorio per il multipolarismo. Gli Stati Uniti, adottando una postura di blocco navale e cyber-guerra contro le infrastrutture industriali iraniane (PLC/SCADA), stanno paradossalmente accelerando la formazione di blocchi di potere anti-occidentali. La crisi iraniana non è dunque un evento isolato, ma il catalizzatore di un riposizionamento strutturale che vede la Cina emergere come mediatore pragmatico e la Russia come fornitore di capacità militari asimmetriche.

Il settore della difesa come pilastro della nuova economia globale

In un mondo caratterizzato da blocchi contrapposti e da una “stagflazione bellica”, il settore della difesa cessa di essere un comparto ciclico per diventare il cuore pulsante delle politiche industriali. Il 2026 vede il consolidamento di un vero e proprio “Superciclo della Difesa”, alimentato dall’instabilità geopolitica e dai massicci incrementi dei budget NATO, con una spinta senza precedenti verso l’autonomia strategica europea.

Le aziende europee come Leonardo e Rheinmetall stanno vivendo una fase di espansione senza precedenti. Rheinmetall, il gigante tedesco, ha visto il proprio backlog ordini salire a 64 miliardi di euro alla fine del 2025, con una previsione di crescita dei ricavi del 40-45% per il 2026. La domanda di munizioni da 155mm e di sistemi di difesa aerea come la famiglia Skyranger è tale da richiedere una scalabilità produttiva che non si vedeva dalla Guerra Fredda. Leonardo, d’altra parte, si sta posizionando come leader nei sistemi avanzati e nell’elettronica per la difesa, assicurandosi contratti miliardari come quello con il Regno Unito per gli elicotteri AW149.

La trasformazione tecnologica è il driver principale: le forze armate non richiedono più solo hardware, ma sistemi integrati che combinano intelligenza artificiale, analisi dei dati in tempo reale e architetture digitali complesse. Questo mutamento del modello industriale sta portando a un miglioramento strutturale dei margini operativi, rendendo il settore della difesa uno dei pochi in grado di offrire crescita e resilienza in un contesto macroeconomico incerto, segnato dal rincaro delle materie prime e delle insolvenze aziendali.

Proiezioni di spesa e indicatori del settore difesa 2026-2027

Indicatore Valore Stimato 2026 Trend 2027 Driver Principale
Spesa Difesa Europea €381 Mrd > €426 Mrd Richiesta NATO 5% PIL & Trump Greenland Policy
Produzione Munizioni (155mm) 0,9 M unità 1,1 M unità Riempimento scorte & supporto Ucraina
Insolvenze Globali +6% +10% (Escalation) Shock energetico e tassi d’interesse
Crescita Ricavi Leonardo ~8,4% In revisione al rialzo Elettronica, Cyber & Contratto elicotteri UK

Ingegneria Finanziaria: Il Certificato sulla difesa

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Una posizione tattica su STM con rendimenti molto alti

Il panorama finanziario e geopolitico globale si trova attualmente in una fase di transizione critica, dove la retorica del conflitto frontale inizia a mostrare i primi segni di logoramento, lasciando spazio a una diplomazia della necessità che appare, tuttavia, carica di incertezze e contraddizioni. La transizione da un ultimatum atomico a un tavolo negoziale a Islamabad rappresenta un momento di singolarità per i mercati, un punto di flesso in cui la percezione del rischio oscilla tra la speranza di una de-escalation e il timore di un fallimento strutturale dei colloqui. In questo scenario, la gestione dei portafogli richiede non solo una profonda comprensione delle dinamiche macroeconomiche, ma anche una capacità di riallocazione tattica che sfrutti le asimmetrie create dalla volatilità, come dimostrato nella strategica verso strumenti come il certificato che andrò a presentare.

Il Precipizio di Aprile: Dalla Minaccia di Trump al Cessate il Fuoco

Il mese di aprile 2026 è iniziato sotto l’ombra di quello che molti analisti hanno definito come l’ultimatum finale dell’amministrazione statunitense nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. La tensione ha raggiunto il suo apice martedì 7 aprile, quando la presidenza Trump ha minacciato esplicitamente la cancellazione della civiltà iraniana nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto completamente e in sicurezza entro una finestra temporale di poche ore. La dichiarazione, diffusa attraverso i canali social presidenziali, delineava uno scenario apocalittico, prefigurando attacchi devastanti sulle infrastrutture civili, le centrali elettriche e i ponti strategici del paese.

Tuttavia, meno di due ore prima della scadenza di tale ultimatum, la mediazione del primo ministro pakistano ha permesso di siglare un cessate il fuoco provvisorio di due settimane. Questo evento ha innescato una reazione violenta e immediata sui mercati energetici, portando al maggiore crollo giornaliero del prezzo del petrolio dai tempi della pandemia di COVID-19, con una flessione del 16% in una singola sessione. Nonostante questo sollievo temporaneo, la stabilità dell’accordo è apparsa subito fragile, minata da azioni militari collaterali in Libano che hanno rischiato di far deragliare i colloqui ancor prima del loro inizio formale.

Le Dinamiche Negoziali a Islamabad: Un Tavolo di Distanze Incolmabili

L’apertura dei negoziati a Islamabad, in Pakistan, vede contrapposte due delegazioni con mandati e obiettivi che appaiono, allo stato attuale, quasi inconciliabili. Da una parte, gli Stati Uniti, guidati dal vicepresidente Vance, presentano una lista di richieste che mira a una ristrutturazione radicale dell’influenza iraniana nella regione. Washington esige l’apertura immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, lo smantellamento del programma nucleare, una riduzione drastica dell’arsenale missilistico e la fine del sostegno ai gruppi proxy come Hezbollah e gli Houthi.

Dall’altra parte, la delegazione iraniana, guidata dallo speaker del Parlamento Ghalibaf e dal ministro degli esteri Araghchi, punta a obiettivi diametralmente opposti: la fine permanente di ogni attacco militare, il risarcimento dei danni di guerra subiti, la cancellazione totale delle sanzioni economiche e il riconoscimento della sovranità iraniana sulla gestione dello Stretto di Hormuz. L’analisi di queste posizioni rivela che molti dei punti sul tavolo appartengono alla sfera della tattica negoziale estrema; l’Iran è consapevole dell’impossibilità di ottenere riparazioni belliche, così come le minacce di distruzione totale di Trump erano finalizzate a forzare la mano dell’avversario.

Il mio scetticismo riguardo al successo di questi negoziati è alimentato dalla discrepanza tra le percezioni di forza delle parti. Teheran opera sotto la consapevolezza che sta vivendo una guerra esistenziale che ha ricompattato assieme la società, compresa anche gran parte delle opposizioni. Gli Stati Uniti, invece, faticano a uscire dallo schema di una trattativa commerciale unilaterale, non comprendendo appieno che il fattore tempo e la complessità delle nuove alleanze globali non giocano più a loro favore. La realtà sul campo indica che, anche in caso di un accordo formale, la normalizzazione del traffico navale attraverso Hormuz richiederebbe settimane o mesi, mantenendo elevata la pressione sulle supply chain globali.

Richieste degli Stati UnitiRichieste della Repubblica Islamica dell’Iran
Apertura sicura e immediata dello Stretto di HormuzFine permanente degli attacchi USA e israeliani
Smantellamento del programma nucleareCancellazione totale delle sanzioni economiche
Limitazione drastica dei missili balisticiRiparazione dei danni di guerra subiti
Stop al sostegno ai proxy (Hezbollah, Houthi)Sovranità nella gestione dello Stretto di Hormuz
Cessate il fuoco regionale duraturoDiritto all’arricchimento dell’uranio a fini civili

L’Economia di Guerra e il Paradigma Stagflazionistico

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