Un’altra opportunità sui petroliferi per oltre il 12%

Prima di iniziare rispondo a un po’ di commenti che sono stati fatti nell’articolo precedente, che ringrazio fin da ora per gli apprezzamenti fatti.

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Forse forse potrei pensare di lasciare un articolo (che solitamente in questo blog è la prima parte introduttiva di carattere generale) gratuito come al solito, mentre la seconda parte, quella in cui si presenta la strategia operativa, potrebbe essere sottoposta ad abbonamento. Anche se la mettessi sotto abbonamento sarebbe comunque un prezzo poco più che simbolico, più per verificare il reale apprezzamento del mio lavoro piuttosto che generare introiti extra, di cui fortunatamente non ho bisogno. Vedremo…

Rispondo anche a chi ha detto che il sito andrebbe ristrutturato, è indubbiamente vero solo che tempo e voglia sono al solito quello che mi manca..

Oltre l’Illusione Ottica del Greggio: Dinamiche Macro e l’Opportunità Strategica

Nei quattro mesi seguiti all’attacco a sorpresa all’Iran del 28 febbraio, i mercati finanziari hanno vissuto il dramma reale della guerra trasformandolo in un vero e proprio psicodramma. Si è parlato della più grave crisi energetica di tutti i tempi, di un petrolio lanciato verso i 150-200 dollari, di recessione globale e di un’inflazione fuori controllo che avrebbe costretto le banche centrali ad alzare vertiginosamente i tassi. Si temeva persino il default per i paesi emergenti importatori di greggio. Discorsi apparentemente sensati, ma che all’atto pratico hanno trascurato una variabile fondamentale: la ferrea volontà politica di America e Cina. Pur di calmierare la situazione, le due superpotenze hanno attinto aggressivamente alle proprie scorte strategiche, avvicinandosi pericolosamente (soprattutto in America) al loro totale esaurimento.

Il Paradosso dei Prezzi e l’Anomalia del Mercato

Il risultato di questa imponente iniezione di greggio artificiale sul mercato è che oggi il prezzo spot del petrolio è praticamente invariato: era a 67 dollari il giorno prima della guerra e oggi si attesta sui 69 dollari. Eppure, tutto il resto del panorama finanziario è stato radicalmente stravolto.

Le divergenze sono macroscopiche. Il dollaro americano si è rafforzato prepotentemente (da 1.18 a 1.13 contro l’euro), mentre l’oro — tradizionalmente il bene rifugio per eccellenza — ha subito un tracollo inaspettato, precipitando da 5280 a 4010 dollari l’oncia. Anche sul fronte obbligazionario il Treasury decennale americano ha visto i rendimenti salire dal 3.96% al 4.40%. Per quanto riguarda le borse, l’S&P 500 è salito notevolmente, mentre in Europa il Dax ha ceduto terreno. Come si spiega questa perturbazione generale se la “stella” del petrolio è tornata fissa?

La risposta al collasso dell’oro e al rally del dollaro risiede nello stress del sistema dei paesi emergenti, e in particolare di quelli del Golfo. Con le scorte di greggio esaurite (o con le infrastrutture produttive danneggiate dal conflitto), questi paesi stanno liquidando le riserve auree accumulate negli anni tramite le esportazioni per comprare i dollari necessari alla ricostruzione e per ripagare i costi della guerra agli Stati Uniti. Aggiungiamo il fatto che, a Washington, un dollaro forte fa molto comodo per importare deflazione in vista del voto di novembre.

Europa vs USA: Il Peso dell’Energia e del Ritardo Tecnologico

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La crisi energetica per un +13% annuo (o forse 19%)

Il panorama macroeconomico e geopolitico di metà marzo 2026 si presenta come un intricato mosaico di tensioni militari, interventi di stabilizzazione monetaria e asimmetrie di mercato che richiedono una gestione del capitale estremamente razionale e priva di condizionamenti emotivi. La capacità di guardare oltre il dato puntuale e di interpretare i flussi di capitale attraverso una lente quasi ingegneristica è oggi la sola difesa efficace contro una volatilità che ha smesso di essere un semplice parametro statistico per diventare un’arma di pressione politica e sociale. In questo contesto, l’analisi delle dinamiche correnti nello Stretto di Hormuz e la risposta delle autorità finanziarie statunitensi forniscono le basi logiche per una transizione tattica necessaria: il passaggio da una strategia direzionale sul petrolio a una posizione di vendita di volatilità su un paniere diversificato di giganti dell’energia europea attraverso lo strumento del certificato di investimento.

L’Escalation nello Stretto di Hormuz e la Crisi Energetica Globale

La settimana compresa tra il 9 e il 13 marzo 2026 ha segnato un punto di inflessione critico nella crisi mediorientale, con l’assenza totale di segnali di de-escalation tra l’asse USA-Israele e l’Iran. Il mercato petrolifero, termometro sensibilissimo di tali tensioni, ha visto le quotazioni del greggio stabilizzarsi intorno ai 100 dollari al barile, nonostante i tentativi coordinati delle amministrazioni occidentali di calmierare i prezzi attraverso il rilascio di oltre 400 milioni di barili di riserve strategiche. La chiusura dello Stretto di Hormuz, ribadita dal nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei, non rappresenta solo un blocco logistico, ma un atto di guerra economica che mette a rischio il 20% del traffico petrolifero globale.

La Geopolitica delle Infrastrutture e l’Isola di Kharg

L’azione militare statunitense si è concentrata sull’isola di Kharg, bombardata nella notte di venerdì 13 marzo. Si tratta di un obiettivo di importanza vitale, poiché l’isola funge da hub cruciale per circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. L’amministrazione Trump ha chiarito che ulteriori ostilità porteranno a colpire direttamente le infrastrutture di estrazione, un’escalation che i mercati del weekend hanno già iniziato a prezzare con rialzi stimati nell’ordine del 5%.

Tuttavia, emerge una strategia iraniana volta a frammentare la risposta globale attraverso passaggi selettivi delle petroliere. Teheran ha approvato il transito per tanker destinati a paesi considerati non ostili, come l’India e potenzialmente la Cina. Se tale politica venisse implementata con successo, si potrebbe riaprire quasi la metà del traffico navale dello stretto, permettendo all’Iran di non indispettire i propri partner orientali pur mantenendo una pressione soffocante sull’Europa e sugli Stati Uniti. Tale scenario crea una segmentazione del mercato globale del petrolio che genera tensioni non solo nel settore dei carburanti, ma anche nella petrolchimica e nella produzione di fertilizzanti, con ricadute dirette sui prezzi alimentari globali.

Asset Class Performance Settimana 9-13 Marzo Performance YTD (Valuta Locale)
Petrolio (Brent/WTI) +8,6% +71,9%
Materie Prime +2,6% +23,0%
Oro -2,9% +16,2%
Azionario USA -1,6% -3,15%
Azionario Europa +0,2% +1,2%
Azionario Emergente -2,0% +4,9%
Obbligazionario Governativo USA (10y) +0,9% 0,0%

I dati evidenziano una netta divergenza tra il settore delle commodity energetiche e il resto dei mercati azionari, che soffrono l’incertezza sulla durata del conflitto e l’impatto delle spinte stagflattive.

Il Fronte Interno e la Gestione Tecnica dei Mercati

In ogni conflitto moderno, la battaglia si gioca su due fronti: quello esterno, rivolto al nemico, e quello interno, mirato alla costruzione e conservazione del consenso tra elettori e mercati finanziari. L’amministrazione Trump si trova a gestire una narrazione complessa: da un lato la promessa di una guerra brevissima e indolore per il cittadino americano, dall’altro la necessità di azioni militari che, per loro natura, tendono a destabilizzare i prezzi dell’energia.

Scott Bessent e la Stabilizzazione dei Mercati Finanziari

Un ruolo centrale in questa fase è ricoperto da Scott Bessent, Segretario al Tesoro ed ex gestore di hedge fund, la cui esperienza tecnica si sta rivelando fondamentale per “prendere i mercati” e garantire quella stabilità necessaria per concedere spazio di manovra alla gestione bellica. La strategia di Bessent si è manifestata con interventi chirurgici sui margini di garanzia: sono stati aumentati i margini sul petrolio, per scoraggiare la speculazione al rialzo che avrebbe alimentato l’inflazione, e contemporaneamente abbassati quelli sull’oro, indirizzando la protezione del capitale verso un asset che non impatta direttamente sul ciclo economico produttivo.

Il Tesoro ha inoltre agito come un “big seller” misterioso sul mercato dei futures, vendendo petrolio “di carta” per calmierare i prezzi e stabilizzare cambi e bond. Questa gestione, sebbene criticata da alcuni come manipolazione del mercato, risponde alla logica della guerra totale dove la stabilità finanziaria è un obiettivo militare prioritario. La narrazione interna punta tutto sulla produttività derivante dall’intelligenza artificiale e dall’automazione come fattori disinflazionistici strutturali che possono assorbire lo shock energetico, evitando lo scenario di stagflazione che ha caratterizzato gli anni Settanta.

Tale narrazione è secondo me forviante e di brevissima durata.

Il Nodo di Hormuz: Rischio Logistico e Strategie di Bypass

Nonostante i tentativi di de-escalation verbale, il problema centrale rimane strategico: è possibile dichiarare conclusa la guerra se lo Stretto di Hormuz rimane sotto il controllo o la minaccia costante dell’Iran? La riconquista militare del Golfo o l’uso di bypass infrastrutturali come la East-West Pipeline (che devia la produzione saudita verso il Mar Rosso) sono soluzioni parziali che non eliminano il deficit di offerta. Rystad Energy stima che il blocco possa comportare un deficit reale di otto milioni di barili al giorno, trasformando l’eccesso di offerta previsto per il 2026 in una carenza strutturale.

In questo scenario, gli investitori devono navigare tra due forze contrapposte: la pressione rialzista del greggio dovuta al rischio geopolitico e la volontà politica delle autorità statunitensi di schiacciare tale prezzo per evitare danni elettorali e macroeconomici. La soluzione risiede nell’abbandonare le scommesse direzionali e abbracciare strumenti asimmetrici che permettano di guadagnare dalla persistenza della tensione senza la necessità di un ulteriore rally dei prezzi.

Analisi della Strategia Energetica: Dall’Express sul WTI al Basket Multi-Underlying

Nell’ottobre del 2025, la nostra analisi proponeva una strategia tattica focalizzata sul petrolio WTI tramite un certificato Express (ISIN CH1438103900). Quel prodotto, basato su una barriera a 42,55 dollari al barile — livello identificato come pavimento naturale grazie al breakeven dello shale oil — mirava a un rendimento del 10% annuo. Con la scadenza fissata al 4 giugno 2026, tale strategia si avvia verso una conclusione positiva, avendo protetto il capitale durante le fasi di consolidamento dei prezzi.

Tuttavia, il contesto attuale di marzo 2026 impone una rotazione. Il rischio di una correzione improvvisa dei prezzi in caso di un accordo diplomatico, seppur raro, o di un intervento massiccio degli USA sui mercati futures, suggerisce di spostare il rischio direzionale verso una struttura che tragga beneficio dalla “vendita di volatilità”. Il certificato che segue si presenta come una possibile sostituzione, offrendo un rendimento potenziale superiore e barriere protettive estremamente profonde su un basket di titoli leader nel settore energetico europeo.

Analisi Tecnica e Rendimento

Il certificato proposto è un Phoenix Memory Step Down che si espone a quattro pilastri dell’energia: Enel, Repsol, Saipem e Siemens Energy. Acquistare questo strumento oggi a un prezzo di circa 963,44 € significa non solo puntare sulla tenuta del settore energetico, ma agire tecnicamente sul fattore Vega, posizionandosi corti di volatilità in un momento di estrema tensione.

Parametri Strutturali e Protezione del Capitale

Lo strumento prevede il pagamento di cedole mensili dell’1,00% (12% annuo) con effetto memoria, a condizione che nessuno dei sottostanti perda più del 55% rispetto ai prezzi di fixing iniziale. La barriera è fissata al 45% del valore iniziale, un livello di protezione che garantisce un ampio margine d’errore anche in caso di violenti storni di mercato.

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Strategia con protezione su petroliferi europei per un 13%

Questa è stata la settimana in cui la BCE ha avviato un’inversione dei tassi di interesse, infatti, come previsto, la Banca centrale europea (BCE) ha ridotto i tassi di riferimento di 25 punti base, nonostante il recente aumento dell’inflazione nella zona euro. Tuttavia, i mercati finanziari avevano già ampiamente anticipato questa decisione. Nei giorni precedenti, l’euro si era già indebolito significativamente rispetto al franco svizzero. Considerando la solidità del mercato del lavoro nell’Eurozona e la conseguente pressione salariale, è probabile che le autorità monetarie mantengano i tassi di interesse stabili durante l’estate. Ulteriore dimostrazione che tutti quei tagli prospettati ad inizio anno, che mi trovavano molto scettico, non ci saranno.

Nel frattempo, con poco meno di 77$, abbiamo visto scendere il barile sui minimi da inizio febbraio. Oltre alla volontà del cartello petrolifero OPEC+ di eliminare gradualmente alcuni dei suoi tagli alla produzione a ottobre, c’è anche gli Stati del G7 stanno facendo pressioni per la fine del conflitto in Medio Oriente, che comporterebbe una riduzione dei rischi geopolitici.

Io, purtroppo, penso che questa ultima motivazione non sia assolutamente valida e che anzi siamo solo all’inizio di fratture più profonde.

Proprio da questa considerazione nasce la strategia della settimana.

Prima di entrare nel merito del certificato ricordo anche che chi volesse contribuire tramite una donazione a far rimanere indipendente la nostra communty, può farlo tramite una donazione a questo link.

Il certificato di questa settimana è il seguente:

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Titoli petroliferi per un 11.5% all’anno anche se facessero -50%

Prima di iniziare permettetemi di ringraziare in ordine strettamente cronologico: Andrea, Marco e Vitaliano che hanno effettuato una donazione la settimana scorsa. Grazie ancora, non solo per la donazione in sé, ma anche per il gesto di stima nei confronti di questo blog. È grazie a queste donazioni che il nostro progetto può proseguire con serenità. Quindi, per chi volesse contribuire a sua volta, ricordo che potete farlo a questo link.

La settimana appena trascorsa è stata intramezzata dalla festività del primo di maggio ma è stata comunque una settimana interlocutoria, con i mercati, soprattutto in Europa, che hanno cercato maggiormente i supporti più che andare a cercare le parti alte del range. Qualcosa di analogo è accaduto negli Stati Uniti fino a giovedì, mentre sorprendente è stata la seduta di ieri dove i principali indici azionari americani hanno tutti aperto in gap up realizzando una seduta piuttosto positiva. Qual è la spiegazione di questo movimento? Io (ma non m’invento nulla) la faccio risalire ai dati macroeconomici USA, in particolare gli occupati non agricoli erano attesi a 238k mentre sono stati 175k con un dato precedente di 315k . Lo stesso tasso di disoccupazione è uscito al 3,9% contro un’attesa del 3,8%.

La conseguenza di tutto questo è che il rallentamento della crescita dei posti di lavoro, la crescita della disoccupazione ed i livelli salariali sotto le attese rafforzano l’ipotesi che la FED possa cominciare a tagliare i tassi a settembre ed è per questo che il mercato degli Stati Uniti ha avuto un andamento piuttosto positivo soprattutto nel settore tecnologico.

Insomma, sei i dati dell’economia reale va male (o non bene come ci si aspettava), gli indici azionari aumentano: se volete la mia opinione, prima o poi, non so quando, questa divergenza esploderà.

Per gli stessi motivi di cui sopra abbiamo assistito ad un’ondata di vendite sui titoli bancari infatti il peggior indice di ieri è stato proprio l’Eurostoxx Banks. Se il trend negativo dovesse continuare nel settore bancario, con un inevitabile aumento della volatilità, considerando anche che sono titoli mediamente ad alto dividendo, riusciremo a vedere dei certificati molto interessanti…

Avrete anche notato come ultimamente non ho scelto mai certificati su questo settore (al massimo c’era qualche titolo bancario nel paniere ma non come wrost of) proprio per attendere questo tipo di eventi.

In questa fase di transizione ho deciso di entrare in un settore, quello petrolifero, che è un po’ meno coinvolto in queste dinamiche.

Il certificato è il seguente:

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Il settore petrolifero può rendere almeno il 9% all’anno

Oggi partiamo da una bella storia. Circa tre mesi fa avevo proposto la strategia <<Il certificate che ti viene incontro con il 13% di profitto>>, stimando un 13% di profitto annuo. Le cose sono andate anche meglio proprio grazie all’opzione autocall di cui abbiamo spesso discusso che ha fatto sì che il certificate venisse rimborsato anticipatamente. Quindi calcoliamo qual è stato il profitto di questa operazione, tutto verificabile nel link citato naturalmente.

Sono entrato a 93,5€ ed ho percepito 3 cedole da 0,61€. Alla terza cedola il certificate, come detto, è stato rimborsato a 100€. Il calcolo è perciò banale:

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Altra posizione sul PAC sui petroliferi

Continua il mio PAC sul certificate airbag sui petroliferi . Questa è la terza posizione, la seconda la potete verificare qui. Questa volta il prezzo di carico è 714.95€, sarei contento se qualche lettore è in grado a questo punto di calcolare il prezzo che alla scadenza Repsol (che rimane il peggiore) deve avere per vedersi rimborsato il certificato a 714.95€.

Probabilmente nessuno lo farà, ma se qualcuno avesse voglia può Continua a leggere…

Inizio PAC per un potenziale 15% annuo

Mi sembra giusto scrivere questo post tempestivamente per condividere l’informazione che ho iniziato una sorta di PAC sul certificate già presentato a fine estate nell’articolo “Ultima strategia dell’estate per un 9% all’anno”. Per i dettagli di questo prodotto rimando quindi a tale post.

Operativamente, sono entrato a Continua a leggere…

Ultima strategia dell’estate per un 9% all’anno

Ultimo post prima delle vacanze estive, facciamo un riassunto su vari aspetti che ritengo cruciali non solo per l’immediato ma soprattutto per i mesi futuri.

Parto da un titolo che interessa probabilmente molti lettori e che è presente anche nel Portafoglio Italia: Intesa San Paolo. I risultati sia trimestrali che semestrali sono ben sintetizzati qui. Ciò che vorrei mettere in evidenza è che il fatto di non distribuire dividendi nel 2020 è stato dovuto esclusivamente all’imposizione della BCE e nulla ha a che fare con i conti dell’istituto stesso. A conferma di ciò, Intesa San Paolo ha già chiesto alla stessa BCE di poter distribuire nel 2021 anche il dividendo accantonato nel 2020. Se così succederà significa che potremmo avere una cedola attorno Continua a leggere…