Infineon: strategia dal 21% al 25% annuo

Prima di entrare nel vivo degli argomenti di questa settimana fatemi comunicare due cose.
La prima riguarda la mia posizione Long sul petrolio: è evidente che le dinamiche della settimana appena trascorsa abbiano clamorosamente confessato la mia visione, malgrado ciò io rimango comunque rialzista da questi livelli. Secondo me il sottostante fisico sconterà un problema di offerta fino alla fine dell’anno.
La seconda riguarda invece i destini di questo blog. Ancora non ho preso una decisione definitiva ma sto pensando che entro la fine dell’estate questo blog possa chiudere. A questo punto avrei due possibilità: smettere completamente di pubblicare o aprire un account su Substack. Sarei molto curioso di sapere cosa ne pensiate anche voi. Ma veniamo ora agli argomenti di questa settimana.

L’ecosistema globale dei semiconduttori, tracciato in modo rappresentativo dal Philadelphia Semiconductor Index (spesso replicato tramite l’ETF SOXX), continua a correre a ritmi che sfidano la gravità. L’indice di settore abbia registrato performance sbalorditive: oltre il 108% di rialzo da inizio anno e un +134% su base annua. Non ci troviamo di fronte a una singola “stock story” fortunata, ma a un intero comparto industriale composto dai 30 principali player globali che sta trainando i listini mondiali.

Alla base di questa impennata ci sono i fondamentali ciclopici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Gli hyperscaler americani (come Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta) hanno pianificato e impegnato tra i 600 e i 750 miliardi di dollari in spese in conto capitale (CapEx) entro il 2026, con circa il 75% di questi fondi destinati esplicitamente a infrastrutture AI. L’intero mercato globale dei chip viaggia ormai verso il trilione di dollari, e la componente AI ne assorbe la metà. Solo quindici anni fa, questa specifica categoria di semiconduttori praticamente non esisteva.

Questa massiccia polarizzazione della domanda ha innescato un fenomeno macroeconomico inedito definito “Chip Inflation” (inflazione da chip). Dopo oltre un decennio di costante deflazione tecnologica, i prezzi delle memorie DRAM e dei sistemi SSD enterprise sono aumentati di sei volte nell’ultimo anno. Il paradosso industriale è evidente: nonostante la capacità produttiva di DRAM cresca a ritmi del 30%, si stima un deficit del 15% per l’industria dei PC e del 12% per gli smartphone. L’assorbimento vorace di silicio da parte delle GPU e dei server AI sta drenando risorse dagli usi tradizionali, spingendo al rialzo i prezzi dell’elettronica di consumo e alterando la nostra comprensione del ciclo economico tecnologico.

I flussi finanziari confermano l’entusiasmo: gli ETF legati al comparto tech e semiconduttori continuano a registrare afflussi record (oltre 12 miliardi in singole settimane), a testimonianza di un posizionamento istituzionale e retail fortemente “Long”. L’80% dei gestori intervistati dalla Global Fund Manager Survey di BofA indica i semiconduttori come il trade più affollato e strategico del momento.

Il rischio valutazioni: la strada si fa stretta

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Guadagnare anche con un -60% sui semiconduttori

Come analizzato la settimana precedente in questo post, il livello dei 28.000 punti si è rivelato nuovamente cruciale per il proseguimento del rialzo dell’indice italiano. Ad oggi possiamo solo constatare che tale Resistenza non è stata ancora infranta ma, al contrario i prezzi sono stati respinti su questo livello. Dico andiamo inoltre che domani sarà la giornata di stacco di dividendi per diversi titoli delle listino per cui seppure solo dal punto di vista tecnico, l’indice subirà un ulteriore arretramento.

Sempre nell’articolo precedente ho fatto menzione di tre settori che secondo me possono avere buone prospettive nel medio termine. Abbiamo già visto la strategia che riguarda il petrolio, oggi ci occuperemo dei semiconduttori.

La carenza di chip sta piano piano rientrando, ma soprattutto il tragico percorso di guerra che l’ordine mondiale sembra avere intrapreso spingerà questo settore adesso sempre più strategico e finanziato direttamente dai al di là dei suoi valori di mercato in ambito civile. Mi spiegava un esperto che oggi qualsiasi missile lanciato ha una dotazione elettronica paragonabile alunno modello smartphone per lo meno in termini di capacità di calcolo.

Ricordate quando i tempi non sospetti segnalavo come il settore della Difesa fosse a quel momento uno dei più interessanti su cui investire? Potete farvi un’idea leggendo il post in questione e calcolando quale sia stato il profitto di coloro che fossero entrati su Lockheed Martin al momento della recinzione riportata in Nuova opportunità sul settore della difesa.

D’altra parte però va anche considerato il forte rialzo che i mercati azionari hanno finora realizzato, per questo invece che direttamente sul settore preferisco agire su un certificato con una barriera estremamente bassa ossia del 40% dal prezzo iniziale (o se volete un buffer di protezione del 60%).

Vediamone le caratteristiche:

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