Questa settimana non vi parlerò di spacex visto che ne hanno parlato in lungo il lago tutti quanti e chi mi segue da un po’ penso che possa intuire qual è la mia visione su questa azienda, per essere più chiari ne sono rimasto ben alla larga.
Vediamo invece la mia visione su quello che ritengo ben più determinante ossia le dinamiche tra Iran e USA. Io rimango estremamente critico per quanto riguarda la possibilità di un accordo. A mio avviso le possibilità sono tre: 1) l’accordo semplicemente non si firma. 2) l’accordo sarà talmente generico che non avrà alcuno effetto nell’immediato e si rimanderà tutto a data da destinarsi (tipo 60 giorni). 3) quello più improbabile Ma non necessariamente impossibile (mi rendo conto che siamo nella fanta-diplomazia), è che si fidino due accordi con sfumature diverse e che ognuna delle parti racconti quella che più gli conviene. Ormai mancano poche ore per vedere se una delle mie ipotesi è corretta o se in realtà l’accordo si firmerà e tutto andrà a posto. Coerentemente con la mia visione ho aperto una posizione rialzista su il WTI con un pezzo di ingresso pari a circa 86,5 dollari.
Per capire davvero cosa sta succedendo e il perché della mia posizione fortemente rialzista, dobbiamo necessariamente svestirci dei panni dei trader da scrivania e guardare al mercato reale, quello fisico. Spesso chi investe o fa trading si ferma al numerino sul monitor: si vede il WTI crollare verso gli 80 dollari e si pensa “il mercato prezza la pace e il rientro dell’emergenza”. Follia. Questo è il tipico bias di chi non ha mai visto dal vivo le infrastrutture estrattive e crede ciecamente che la borsa rispecchi perfettamente l’economia industriale. La discrepanza tra il “paper market” – fatto di derivati speculativi mossi da algoritmi che reagiscono al decimo di secondo a un tweet presidenziale – e il mercato reale è arrivata a livelli critici e paradossali.
La nuda e cruda realtà dei fatti è che, a prescindere dai proclami di Washington, il mondo sta attualmente subendo un deficit produttivo e logistico di circa 15 milioni di barili al giorno. Le ostilità e la conseguente interruzione delle rotte ottimali nel Golfo hanno di fatto inceppato l’intero ciclo marittimo. Ma l’ingenuità più clamorosa è credere che una firma su un memorandum o una stretta di mano in diretta TV risolva magicamente il problema in ventiquattr’ore. Vi spiego l’inghippo logistico: in caso di accordo istantaneo, ci troviamo comunque di fronte a un ineludibile collo di bottiglia. Le navi cisterna che in questo momento sono state deviate, o che si trovano ferme chissà dove, devono prima navigare verso i terminal occidentali e asiatici per scaricare, e successivamente dovranno impiegare settimane per tornare fisicamente nei porti del Medio Oriente (Kuwait, Emirati, Iraq) per caricare nuovo greggio. Finché questo ciclo andata-ritorno non si completa, gli impianti estrattivi locali non hanno letteralmente lo spazio fisico per pompare e stoccare il materiale. Si tratta di un ritardo fisiologico e marittimo che imporrà al mercato un ammanco garantito di altri due o tre mesi post-firma.
Come fa il mondo ad assorbire questo disavanzo nel frattempo? Raschiando letteralmente il fondo del barile. Se andiamo a leggere i dati fisici veri, notiamo prelievi settimanali record dagli stoccaggi di mezzo mondo, uniti a una progressiva emorragia delle scorte strategiche statunitensi. Hub vitali come Cushing in Oklahoma (punto di consegna fisico del WTI), oltre ai centri di Singapore e dei porti ARA (Amsterdam-Rotterdam-Anversa) in Europa, si stanno pericolosamente avvicinando al cosiddetto “tank bottom”. Stiamo parlando del limite tecnico operativo inferiore: sotto quel livello non c’è fisicamente più abbastanza pressione nei serbatoi per pompare il prodotto. E i ritmi attuali indicano che si potrebbe toccare questo limite critico a ridosso di metà estate.
Anche questa settimana
rischierò di ripetermi, ma l’attuale fase macroeconomica e
geopolitica ci pone di fronte a uno degli scenari più complessi e,
per certi versi, irrazionali dell’ultimo decennio. Osservando le
dinamiche di prezzo di alcune tra le principali materie prime e
confrontandole con i fondamentali fisici, emerge una divergenza che
sfida i classici modelli di valutazione. In questo contesto,
l’approccio agli investimenti richiede un approccio di questo tipo
secondo me: la scommessa direzionale di lungo periodo cede il passo a
una gestione tattica e opportunistica, progettata per estrarre
rendimento dalla volatilità piuttosto che dalla direzionalità pura.
L’Irrazionalità
dei Mercati
Per
comprendere a fondo questa disconnessione tra economia reale e
finanza, è estremamente utile evidenziare la profonda irrazionalità
dei mercati, in particolare per quanto concerne le dinamiche legate
al prezzo del petrolio e al delicato scacchiere geopolitico tra Stati
Uniti e Iran.
Nonostante
una situazione esplosiva nello Stretto di Hormuz – un hub cruciale
per il passaggio del greggio a livello globale – il prezzo del WTI
(West Texas Intermediate) ha continuato a mostrare una debolezza
strutturale, stazionando intorno agli 88 dollari al barile. Secondo
me, il mercato sta prezzando uno scenario basato quasi esclusivamente
su aspettative e “fake news” di natura politica, ignorando
del tutto la realtà dell’offerta fisica.
Le
indiscrezioni su un imminente accordo tra l’amministrazione
statunitense e l’Iran continuano a rincorrersi, alimentate da fughe
di notizie (spesso smentite) che parlano di una riapertura imminente
dello stretto e di una distensione sui tavoli nucleari. Tuttavia, la
realtà dei fatti è ben diversa:
La
questione dell’uranio arricchito: Le autorità iraniane hanno
ribadito, in via ufficiale e definitiva, che l’uranio arricchito non
uscirà dal Paese. Questo rende di fatto impossibile un accordo che
possa essere politicamente sostenibile per gli Stati Uniti,
considerati anche i veti incrociati e le “linee rosse”
imposte dalle varie fazioni in gioco.
La
logistica dello Stretto di Hormuz: Anche nell’ipotesi remota di
una firma immediata, la riapertura non sarebbe istantanea. La
presenza di mine e le nuove imposizioni di pedaggi richiederebbero
settimane, se non mesi, per ripristinare un flusso commerciale
sicuro.
Il
deficit produttivo: Attualmente, la produzione aggregata di
Paesi chiave come Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Iran
è inferiore di decine di milioni di barili rispetto ai livelli
pre-crisi, con un deficit giornaliero tra domanda e offerta stimato
intorno ai 10-11 milioni di barili.
I
Fondamentali Ignorati: Scorte in Calo e Rischio Geopolitico
Il
dato più allarmante, che il mercato azionario e i future sul
petrolio sembrano ignorare deliberatamente, riguarda le scorte
fisiche. Faccio sommessamente notare (informazione appresa da chi ne
sa un bel po’ più di me) come i recenti ritiri di barili siano stati
imponenti: parliamo di oltre 17 milioni di barili ritirati in una
sola settimana, attingendo a piene mani dalle riserve strategiche
americane (SPR), che si stanno assottigliando verso livelli critici
di guardia.
Contemporaneamente,
le scorte di prodotti raffinati come benzina (gasoline) e distillati
stanno crollando ben al di sotto delle medie degli ultimi cinque
anni, e questo sta avvenendo prima ancora dell’inizio della vera e
propria “driving season” estiva, periodo in cui la domanda
di carburante negli Stati Uniti tocca i suoi massimi fisiologici.
Come
sottolineato anche dai vertici di colossi come Chevron ed Exxon, ci
stiamo dirigendo verso un imbuto logistico e produttivo. Mantenere i
prezzi artificialmente bassi attraverso il rilascio di riserve e la
narrativa di accordi inesistenti non fa che stimolare ulteriormente
la domanda. Quando il mercato si renderà conto che l’offerta fisica
non è in grado di sostenere questo ritmo, il rischio è quello di
assistere a spike di prezzo violentissimi e incontrollabili.
Dalla
Macroeconomia all’Operatività: Privilegiare la Tattica
Alla
luce di questa profonda irrazionalità, in cui i prezzi sono guidati
da titoli di giornale e aspettative politiche piuttosto che dalla
dura legge della domanda e dell’offerta, prendere una posizione
direzionale di lungo termine diventa un esercizio di pura scommessa,
non di investimento. Se si va long sul petrolio sperando nei
fondamentali, si rischia di subire crolli improvvisi causati
dall’ennesima dichiarazione politica; se si va short, si rischia di
essere spazzati via non appena la realtà della carenza fisica
busserà alla porta.
In
un contesto simile, l’unica strategia sensata è quella di limitarsi
a posizioni tattiche, sfruttando la volatilità intrinseca e i
rendimenti asimmetrici offerti dai certificati di investimento.
Questo approccio permette di generare flussi di cassa o rendimenti in
conto capitale con un orizzonte temporale definito, proteggendo il
portafoglio da scenari estremi grazie alle barriere di protezione.
Operatività
Pratica: Turnover dei Certificati Scaduti
La
gestione attiva del portafoglio richiede un turnover disciplinato,
rimpiazzando i prodotti giunti a scadenza con nuove strutture in
grado di massimizzare il rendimento nel contesto attuale. Proprio in
questa settimana sono giunti a scadenza due certificati che avevamo
analizzato nei mesi scorsi e che hanno brillantemente raggiunto i
loro obiettivi:
Avendo
incassato la liquidità derivante da questi due rimborsi, l’obiettivo
è ora quello di riallocare il capitale in modo efficiente,
mantenendo un profilo di rischio/rendimento coerente con la nostra
visione tattica.
Per chi pensava che l’incontro tra Xi e Trump potesse risolvere tutto e avremmo ricominciato a vivere tutti quanti d’economia (e non di potenza tra nazioni), s’è risvegliato venerdì un po’ scosso.
Il panorama macroeconomico e geopolitico del 2026 si configura come un ecosistema in cui le vecchie certezze della globalizzazione cooperativa sono state definitivamente sostituite da quella che definiamo una “stagflazione bellica” strutturale. In questo scenario, l’analisi dei mercati non può prescindere da una comprensione profonda delle dinamiche di potere tra le grandi potenze, poiché ogni movimento dei listini azionari è ormai un sottoprodotto di decisioni prese nelle stanze della diplomazia coercitiva o sui campi di battaglia tecnologici. La recente evoluzione delle relazioni internazionali, segnata dal fallimento dei vertici tra Stati Uniti, Cina e Iran, ha innescato un mutamento di regime nei mercati finanziari, passando da una fase di “Low Vol Bull” a una di incertezza radicale, dove le divergenze tra l’andamento dei prezzi e la forza sottostante dei trend iniziano a manifestarsi con preoccupante chiarezza.
Il Tramonto della Diplomazia: Il Collasso delle Aspettative USA-Cina e USA-Iran
L’illusione che ha alimentato i mercati nella prima parte dell’anno, basata sulla speranza di una ricomposizione pragmatica delle crisi tra Washington e i suoi principali antagonisti sistemici, è ufficialmente tramontata. La narrativa di una distensione, spesso sostenuta da analisti poco inclini a considerare la realtà delle frizioni strutturali, si è scontrata con la durezza dei fatti geopolitici. Le aspettative di un ritorno alla normalità nei rapporti con l’Iran e di una tregua commerciale duratura con la Cina sono completamente cadute, lasciando il posto a una logica di attrito permanente che condiziona pesantemente le catene di approvvigionamento e i premi per il rischio globale.
Il Fallimento del Vertice Trump-Xi Jinping e il Ritracciamento degli Indici
Il punto di rottura definitivo è stato rappresentato dall’incontro tra il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping, un vertice che era stato caricato di aspettative eccessive dai media mainstream. La realtà emersa dal tavolo negoziale è stata quella di un fallimento totale, sia sul fronte diplomatico che su quello commerciale. Non solo non sono stati raggiunti accordi sulla riduzione dei dazi o sulla protezione della proprietà intellettuale, ma l’incontro ha evidenziato una reciproca sfiducia che preclude qualsiasi cooperazione nel medio periodo. Gli Stati Uniti continuano a vedere nell’ascesa tecnologica cinese una minaccia esistenziale alla propria sicurezza nazionale, mentre Pechino non è disposta a sacrificare il proprio modello di sviluppo industriale per compiacere le richieste di Washington.
Questo fallimento ha fornito il catalizzatore fondamentale per il recente ritracciamento degli indici azionari mondiali. Gli investitori, realizzando che la “diplomazia della necessità” non avrebbe prodotto i frutti sperati, hanno iniziato a prezzare uno scenario di costi operativi più elevati e di mercati frammentati. La fine dell’era del “Grand Bargain” sino-americano significa che le aziende multinazionali, specialmente quelle del settore tecnologico e manifatturiero, dovranno navigare in un ambiente caratterizzato da barriere tariffarie crescenti e da una costante minaccia di sanzioni incrociate.
La Questione Iraniana e lo Stallo nel Medio Oriente
Parallelamente al fronte cinese, la crisi tra Stati Uniti e Iran rimane una ferita aperta che minaccia la stabilità energetica globale. Le speranze di un nuovo accordo sul nucleare o di una de-escalation regionale sono state spazzate via da una serie di ultimatum reciproci che hanno riportato la tensione ai massimi livelli. Questo stallo non è solo un problema di sicurezza militare, ma agisce come un potente freno economico attraverso il canale dei prezzi dell’energia e dei costi di assicurazione marittima per i transiti nello Stretto di Hormuz. In un regime di stagflazione bellica, l’instabilità nel Golfo Persico garantisce che l’inflazione rimanga “appiccicosa”, limitando il margine di manovra delle banche centrali e costringendo gli investitori a cercare rifugio in strumenti di protezione del capitale.
Evento Geopolitico
Aspettativa Iniziale
Realtà Post-Vertice
Impatto sui Mercati
Incontro Trump-Xi
Accordo commerciale “fase 2”
Fallimento diplomatico e commerciale
Ritracciamento indici globali
Crisi USA-Iran
De-escalation e nuovo accordo
Stallo messicano e minacce militari
Rialzo volatilità e costi energetici
Transizione Multipolare
Egemonia unipolare stabile
Rafforzamento del blocco BRICS+
Multipolarismo valutario e incertezza
Analisi Tecnica del FTSE MIB: La Divergenza come Segnale d’Allarme
Mentre il quadro macroeconomico si deteriora, i segnali provenienti dall’analisi tecnica confermano la fragilità dell’attuale struttura dei prezzi, specialmente sul listino milanese. L’osservazione attenta del grafico del FTSE MIB rivela un fenomeno classico di esaurimento del momentum, che spesso precede correzioni profonde o inversioni di tendenza.
Il Paradosso tra Nuovi Massimi e Oscillatori Decrescenti
L’immagine tecnica del FTSE MIB mostra una chiara e pericolosa divergenza ribassista. Mentre l’indice dei prezzi ha continuato a spingersi verso nuovi massimi relativi (superando quota 49.000 punti), l’oscillatore stocastico (21, 7, 7) ha segnato massimi decrescenti, evidenziati graficamente dalle linee blu che collegano i picchi dell’indicatore. Questa discrepanza indica che, nonostante il prezzo conti di salire, la forza interna del movimento sta svanendo. In termini di ingegneria finanziaria, stiamo assistendo a una fase di distribuzione latente, in cui i “mani forti” stanno alleggerendo le posizioni mentre la narrativa mainstream continua a spingere il pubblico verso l’ottimismo.
Storicamente, le divergenze tra prezzo e stocastico sono tra i segnali più affidabili per identificare i punti di svolta del mercato. Quando lo stocastico non riesce a seguire il prezzo nella creazione di nuovi massimi, significa che la pressione di vendita sta iniziando a sopraffare la domanda proprio sui livelli più alti. Nel contesto attuale, segnato dal fallimento diplomatico tra le grandi potenze, questa divergenza agisce come un segnale d’allarme critico: la calma apparente della borsa è solo la superficie di un ecosistema che si sta preparando a un brusco riposizionamento.
Il Settore Automotive: Tra Crisi Strutturale e Opportunità di Rendimento
Il comparto automobilistico europeo rappresenta perfettamente le contraddizioni del mondo multipolare del 2026. Schiacciato tra una transizione elettrica forzata e la concorrenza aggressiva dei produttori cinesi, il settore sta attraversando una metamorfosi che ne mette in discussione la stessa sopravvivenza nel lungo termine. Giganti come Stellantis si trovano a dover gestire un declino della domanda nei mercati tradizionali e una perdita di competitività tecnologica nell’elettrificazione.
Nonostante le difficoltà macroscopiche del settore, l’approccio basato su strategie asimmetriche ha dato frutti eccezionali. Sei mesi fa, avevamo presentato un certificatoReverse Bonus Cap (ISIN DE000UG81M71) emesso da UniCredit, focalizzato sulla debolezza di Stellantis. La tesi di fondo era che la debolezza del titolo avrebbe permesso di estrarre valore attraverso una struttura che trae profitto dalla stabilità o dal ribasso delle quotazioni, a differenza dei tradizionali certificati long.
L’operazione è andata molto bene: lo strumento, che rimborserà tra circa un mese (giugno 2026), ha permesso di ottenere un rendimento complessivo superiore al 22% in un orizzonte semestrale. Questo risultato sottolinea l’efficacia dell’ingegneria finanziaria nel creare profili di rendimento positivi anche in settori sotto pressione, trasformando la volatilità negativa in un vantaggio per l’investitore prudente.
Breve, anzi brevissimo, aggiornamento del Portafoglio Italia: da tempo predichiamo prudenza e lo storno è arrivato. La storia è sempre la stessa: Trump fa un passo indietro sui negoziati USA-Cina ed i mercati sfruttano l’occasione per prendere profitto.
Ormai le righe verdi sono decisamente predominanti rispetto a quelle rosse nel nostro report. Questa potrebbe essere una magra consolazione per alcuni, ma in un contesto con una volatilità che non era più apparsa da anni, riuscire a limitare i danni settimana per settimana è una condizione necessaria per poi tornare in utile in tempi brevi quando il mercato si girerà. Continua a leggere…