Ancora una posizione prudente sugli indici per un +11%

Questa settimana la prenderò un po’ alla larga, ma penso sia doveroso visti i tempi mutevoli.

L’architettura dei mercati finanziari globali, nel maggio del 2026, si presenta come un ecosistema radicalmente trasformato rispetto alle turbolenze sistemiche osservate soltanto due mesi addietro. Se il marzo del 2026 è stato segnato dal timore di un collasso logistico e da una “stagflazione bellica” alimentata dalle tensioni nel Golfo Persico, il contesto attuale riflette una transizione verso quello che potremmo definire un “Low Vol Bull regime”. Questa calma apparente, tuttavia, non deve essere scambiata per un ritorno alla normalità pre-crisi. Ci troviamo in un punto di inflessione dove la diplomazia della necessità e l’evoluzione tecnologica dell’Intelligenza Artificiale (AI) stanno riscrivendo le regole del valore. Per l’investitore consapevole, questa metamorfosi impone un aggiornamento degli strumenti operativi: il passaggio da strutture ad altissimo rendimento e alta volatilità, tipiche del clima di “Epic Fury”, verso soluzioni di ingegneria finanziaria più resilienti, capaci di estrarre valore in uno scenario di stabilità negoziata.

L’Impero di Mezzo e la risoluzione pragmatica del conflitto globale

La centralità della Cina nel processo di risoluzione delle crisi internazionali ha raggiunto nel maggio 2026 una dimensione precedentemente inesplorata. Mentre gli attori regionali come il Pakistan hanno cercato di agire da mediatori tra Washington, Teheran e Riad con alterne fortune, Pechino si è imposta non come un semplice intermediario, ma come il terzo protagonista della fase conclusiva del conflitto accanto ad America e Iran. Questa evoluzione non è casuale, ma rappresenta il fallimento della strategia di accerchiamento energetico tentata dall’amministrazione statunitense.

L’attacco all’Iran e il tentativo di controllo dello Stretto di Hormuz rientravano in un piano strategico volto a indebolire strutturalmente la Cina. Washington ha cercato di riprendere il controllo sui punti critici della logistica mondiale: dal Canale di Panama alla cattura del petrolio venezuelano, fino al controllo della rotta artica in Groenlandia. L’obiettivo finale era privare Pechino non solo di un fornitore di greggio fondamentale, ma anche di un punto di transito essenziale nella rotta terrestre eurasiatica, progettata per sfuggire alla storica “strozzatura di Malacca”.

Tuttavia, la reazione cinese ha dimostrato che le leve del potere si sono spostate. Pechino ha inizialmente mantenuto un profilo basso, rispettando le sanzioni e lavorando dietro le quinte, ma il recente “pugno sul tavolo” ha cambiato gli equilibri. Comunicando con chiarezza le proprie linee rosse — l’intangibilità del regime iraniano e la riapertura di Hormuz — la Cina ha reso poroso il blocco navale americano, costringendo le parti a una trattativa diretta. La dinamica che stiamo osservando è quella di un “adulto nella stanza” che, pur sospendendo i finanziamenti alle proprie raffinerie come tocco finale di pressione diplomatica, ha di fatto garantito la stabilità dei mercati azionari sui massimi storici.

Dinamiche macroeconomiche e shock energetico: un confronto

Variabile EconomicaScenario Marzo 2026Scenario Maggio 2026Implicazione Finanziaria
Prezzo del Petrolio (Brent)Verso $120/barile Stabilizzato sopra $100 Riduzione del premio al rischio militare
Transiti Stretto di HormuzCalo dell’81% rispetto a gennaio Riapertura graduale in corso Normalizzazione dei costi assicurativi marittimi
Volatilità Implicita (VIX)Spike sopra quota 31 Compressione in area 17 Passaggio da strategie Short-Gamma a Yield Enhancement
Valuta di RegolamentoEmergenza Petroyuan Consolidamento multipolarismo valutario Debolezza strutturale del Dollaro USA

Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale: tra valutazioni e pragmatismo

Mentre la geopolitica trova un equilibrio precario, il settore tecnologico vive una dicotomia profonda tra il modello americano e quello cinese. Oggi la capitalizzazione delle società collegate all’AI negli Stati Uniti ha raggiunto i 22 trilioni di dollari, includendo laboratori di linguaggi, hyperscalers e fornitori di semiconduttori. I soli laboratori indipendenti come OpenAI e Anthropic valgono più di 3 trilioni, una cifra che giustifica le attuali valutazioni solo se si assume un progresso inarrestabile nei prossimi 24 mesi.

Il confronto con la Cina è stridente: DeepSeek, Kimi, MiniMax e Zhipu valgono complessivamente meno di un ventesimo delle controparti americane. Eppure, il ritardo tecnologico di Pechino è stimato in soli 3-6 mesi. La differenza fondamentale risiede nell’approccio: mentre l’America corre verso la potenza di calcolo bruta, la Cina punta sulle applicazioni pratiche immediate e sull’indipendenza da Nvidia attraverso modelli open source e l’utilizzo di semiconduttori diversificati.

Inoltre, stiamo assistendo a un fenomeno di “cinesizzazione” del modello di business degli hyperscalers americani. Queste società reinvestono ormai la quasi totalità del cash flow in Capex (spese in conto capitale) legate all’AI, portando il free cash flow vicino allo zero. Sebbene il rapporto prezzo/utili (P/E) appaia ragionevole, un’analisi basata sul Discounted Cash Flow (DCF) rivelerebbe valutazioni molto più compresse, simili a quelle che storicamente hanno penalizzato l’azionario cinese. Per l’investitore, questo significa che la presenza dell’AI in portafoglio è imprescindibile, ma deve essere indirizzata verso società con tassi di crescita sostenibili e valutazioni meno sature.

Dall’instabilità di Marzo alla resilienza di Maggio: cambio di guardia nei certificati

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Utilizzare la volatilità degli indici per quasi +20%

Anche questa settimana la mia operatività è stata estremamente limitata, con un’unica operazione su un certificato che ho ritenuto essere un’occasione, altrimenti avrei mantenuto intatta la mia liquidità.

Ma partiamo dell’inizio: il panorama macroeconomico e geopolitico del marzo 2026 segna un punto di inflessione sistemica che trascende la semplice cronaca bellica. L’avvio dell’Operazione Epic Fury nel Golfo Persico non deve essere interpretato esclusivamente come un intervento militare di precisione, bensì, a mio modesto avviso, come l’evento catalizzatore di un mutamento strutturale negli equilibri di potere globali. Mentre i mercati azionari affrontano la quinta settimana consecutiva di ribassi, emerge con chiarezza una realtà divergente: la tradizionale funzione degli Stati Uniti come garante delle rotte marittime globali e il primato del petrodollaro sono sottoposti a una pressione senza precedenti, ridefinendo i parametri del rischio sovrano e della stabilità valutaria.

La Crisi della Talassocrazia Statunitense e la Paralisi dei Chokepoint Marittimi

La proiezione di potenza marittima è stata, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il pilastro invisibile su cui si è retta la globalizzazione. Tuttavia, l’attuale scenario nel Medio Oriente evidenzia una fragilità strutturale nel modello di “sea control” americano. L’incapacità di garantire la libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e il passaggio di Bab el-Mandeb non rappresenta solo un fallimento tattico, ma mette in discussione la natura stessa degli Stati Uniti come talassocrazia dominante.

L’implosione della sicurezza assicurativa e logistica

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG), è attualmente in uno stato di chiusura de facto per gran parte del naviglio commerciale occidentale. Al 4 marzo 2026, i transiti commerciali hanno subito un crollo dell’81% rispetto alle medie del mese di gennaio. Questo blocco non è solo il risultato diretto degli strike militari, ma deriva da un collasso del mercato assicurativo: i principali assicuratori marittimi hanno cancellato la copertura per i rischi di guerra nel Golfo Persico e nelle acque adiacenti, rendendo i costi operativi insostenibili per le compagnie di navigazione.

Rotta Marittima Stato Attuale (Marzo 2026) Impatto sui Tempi di Transito Incremento Costi Trasporto
Stretto di Hormuz Chiuso de facto (calo transiti 81%) Estremo / Premi assicurativi negati
Bab el-Mandeb Sotto attacco Houthi (missili balistici) Rischio critico
Capo di Buona Speranza Rotta alternativa obbligata +10-14 giorni +20% – 50%
Canale di Suez Flussi ridotti per blocco meridionale Rallentamento sistemico

L’allargamento del conflitto agli Houthi nello Yemen ha creato un “doppio collo di bottiglia” che colpisce simultaneamente il Golfo di Aden e il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti e Israele considerano gli Houthi un obiettivo militarmente più accessibile rispetto all’Iran per la mancanza di difese aeree avanzate, la realtà sul campo dimostra che la minaccia asimmetrica è sufficiente a deviare il commercio mondiale verso il Capo di Buona Speranza. Questa deviazione non è una semplice variazione logistica; è il segnale tangibile della fine dell’era in cui gli oceani erano considerati un bene pubblico sicuro garantito da Washington.

Dalla protezione globale al realismo transazionale

La dottrina di politica estera degli Stati Uniti ha subito una trasformazione verso un modello transazionale. La priorità accordata alla difesa della “Homeland” e dell’emisfero occidentale segna un ripiegamento strategico rispetto alla dissuasione globale. In questo contesto, l’Operazione Epic Fury, pur mirando alla distruzione dell’infrastruttura missilistica e navale iraniana, agisce in un vuoto di leadership internazionale dove gli alleati europei e asiatici sono chiamati a contribuire direttamente alla propria sicurezza marittima. La percezione diffusa è che gli Stati Uniti stiano dismettendo il ruolo di garante universale, accettando implicitamente una frammentazione del controllo dei mari che favorisce l’ascesa di potenze regionali e schemi di protezione paralleli.

Il Crepuscolo del Petrodollaro: Verso un Sistema Multivalutario dell’Energia

Il legame tra il dollaro statunitense e il commercio globale di petrolio, stabilito negli anni ’70, è stato per decenni il fondamento della supremazia finanziaria di Washington. Questo sistema ha permesso agli Stati Uniti di esportare inflazione e di mantenere una domanda costante per i titoli del Tesoro americano. Tuttavia, le sanzioni aggressive e l’attuale instabilità nel Golfo stanno accelerando un processo di de-dollarizzazione che molti analisti ritenevano ancora lontano.

L’Iran e il Petroyuan: Un’alleanza di necessità

L’Iran è diventato il laboratorio principale per il commercio di energia in divise alternative al dollaro. Teheran non effettua transazioni petrolifere in USD dal 2008, ma nel 2026 questa pratica ha raggiunto una scala sistemica attraverso l’uso dello Yuan cinese. Attualmente, l’Iran consente il passaggio delle navi attraverso Hormuz a condizione che i pagamenti siano regolati in Yuan, favorendo direttamente la Cina, che importa il 90% della produzione petrolifera iraniana a prezzi scontati.

Questo non è un fenomeno isolato. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a sperimentare pagamenti in valute diverse dal dollaro e a localizzare le proprie industrie della difesa, riducendo la dipendenza dal “ombrello” tecnologico e monetario statunitense. Il conflitto in corso funge da catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro, aprendo la strada a quello che Deutsche Bank definisce “la nascita del petroyuan”.

Paese Valute utilizzate per il Petrolio (2025-2026) Partner Principali Status della de-dollarizzazione
Iran Yuan Cinese, Valute Locali Cina, India Completa / Forzata da sanzioni
Russia Rublo, Yuan, Dirham, Rupia Cina, India Avanzata / Transazioni bilaterali
Arabia Saudita Dollaro, Yuan (sperimentale) Cina, Asia Iniziale / Diversificazione strategica
India Rupia, Dirham Emirati Arabi Uniti In crescita / Accordi bilaterali

L’architettura finanziaria dei BRICS+

L’ingresso di Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Indonesia nel blocco BRICS tra il 2024 e il 2025 ha creato una massa critica di produttori e consumatori di energia determinati a ridurre l’esposizione al sistema SWIFT e alla giurisdizione del dollaro. Sebbene il dollaro rimanga la valuta di riserva predominante, la perdita della sua esclusività nel settore energetico comporta una riduzione del potere di acquisto della valuta americana e un aumento della volatilità inflattiva interna agli Stati Uniti. Con il calo della fiducia internazionale nella stabilità del dollaro, il sistema basato sulla valuta fiat garantita dalla potenza militare americana deve confrontarsi con una realtà multipolare dove l’oro e le valute garantite da materie prime tornano a essere considerati asset strategici.

Dinamiche di Mercato e la Fragilità del Portafoglio Tradizionale

L’impatto economico del conflitto e della transizione geopolitica si riflette in una correlazione positiva tra azioni e obbligazioni, un fenomeno che invalida il classico portafoglio diversificato 60/40. Quando l’inflazione torna a preoccupare a causa degli shock dal lato dell’offerta (energia e logistica), i rendimenti obbligazionari salgono (prezzi scendono) simultaneamente ai cali dei mercati azionari. Vi ricordate quando poche settimane fa vi dicevo di stare alla larga dai BTP?

L’energia come unico Safe Haven

Mentre i settori tecnologico e finanziario soffrono, il comparto energetico è l’unico a mostrare una resilienza eccezionale, con performance che superano il 40% dall’inizio dell’anno. Questo avviene nonostante i tentativi di de-escalation e gli annunci di pause negli attacchi alle infrastrutture (non cascateci) , che tuttavia non riescono a rassicurare gli investitori. La percezione è che le soluzioni diplomatiche siano ormai insufficienti e che solo un’azione militare di terra o un accordo strutturale con Teheran possano stabilizzare i prezzi, opzioni che al momento appaiono entrambe complesse e ad alto rischio.

Il “Big Tobacco Moment” della Tecnologia

Oltre ai rischi macro, le “Magnifiche 7” del settore tecnologico stanno affrontando una crisi endogena. La recente sentenza contro Meta e Google per la negligenza nel design delle proprie applicazioni ha innescato timori di una ondata di contenziosi legali simili a quelli che colpirono l’industria del tabacco decenni fa. Questo rischio regolatorio, unito alla saturazione dei modelli di business basati sull’IA che tendono a “commoditizzare” il settore, sta portando a una revisione al ribasso dei multipli di valutazione per i giganti della Silicon Valley. In questo contesto, l’esposizione a singoli titoli azionari diventa estremamente rischiosa, favorendo strumenti che puntano sulla diversificazione degli indici.

In un contesto di instabilità sistemica, l’investitore deve ricercare strutture che offrano un’asimmetria positiva tra rischio e rendimento. I certificati di investimento, se basati su indici piuttosto che su singoli titoli, offrono una barriera protettiva contro la volatilità idiosincratica.

Struttura e Rendimento del Certificato

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Sfruttare la volatilità per quasi +16% sugli indici

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un post abbastanza interlocutorio viste le variabili geopolitiche che erano esplose proprio nel weekend. Oltre al principio di non perdere la calma, avevo enunciato due linee guida: star lontano dai BTP (ed eventualmente andare short) e stare lontano dal dollaro (ed eventualmente andare long sul cambio euro dollaro).

Vediamo come ci sono messi le cose per questi due aspetti:

L’idea è che il grafico parli chiaro, una violenta discesa del BTP a dieci anni e penso che ci sia poco da aggiungere se non ribadire che vi avevo avvertito, soprattutto ai sottoscrittori di BTP valore!

Storia diversa invece è andata per l’euro dollaro:

Malgrado i T-Bond americani abbiano visto il loro rendimento aumentare, anche se non di molto, si è assistito ad un rafforzamento della valuta americana. Anche qui in assoluta trasparenza vi dico che sono entrato long ad 1.17, quindi attualmente la mia posizione è in perdita, ma conto di incrementarla se il cambio dovesse tornare attorno ai 15,8, poiché questa guerra non sarà sicuramente breve e gli Stati Uniti non potranno fare altro che mettere liquidità (ossia stampare dollari) per diverso tempo.

Del perché di questa ultima mia affermazione proverò a darvi delle giustificazioni nel seguito di questo articolo, per poi presentarmi l’unico ingresso nuovo che ho fatto questa settimana su un prodotto basato sugli indici.

Settimana durissima, forse una delle più complesse dell’ultimo biennio. Mentre gli indici europei chiudono l’ottava con una performance vicina al -8% e il greggio mette a segno un rally del +30% (livelli di volatilità che non vedevamo dall’inizio del conflitto in Ucraina), il mercato si trova a dover prezzare un nuovo paradigma. Non si tratta solo di una fiammata inflattiva, ma di una mutazione genetica della geopolitica e, di riflesso, delle strategie di asset allocation.

Come abbiamo spesso sottolineato su questo blog, l’ingegneria finanziaria richiede di guardare oltre il dato puntuale per comprendere i flussi e le asimmetrie sottostanti. Oggi, l’asimmetria più pericolosa non è in un certificato badly priced, ma nel costo della guerra e nella sua durata imprevedibile.

La Settimana della Grande Ricalibrazione: Il Dato NFP e lo Spettro Stagflazione

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Guadagnare fino al 22% annualizzato grazie alle follie altrui

Ne avrei fatto volentieri a meno ma questa settimana non posso esimermi dal commentare anche io cosa stia succedendo sul fronte di dazi e della alta volatilità provocata da Trump. Sapete che di solito sono molto moderato nei toni, ma questa volta permettetemi di cambiare registro perché certe cose non si possono più né ascoltare né vedere.

Facciamo un po’ di riassunto sulle idee che sono passate per questo blog. Inizio ad esempio con il riportare un articolo dove si parlava della de-dollarizzazione e di quali effetti questo fenomeno avrebbe avuto sui prezzi dell’oro. La cronaca delle ultime settimane penso che sia stata la più palese conferma di questa visione.

Molti si chiedono come mai i tassi dei T-bond americani salgano (il trentennale è arrivato a sfiorare il 5%) ed il dollaro si deprezzi. Esattamente perché molti stanno entrando nell’ottica che il dollaro non sarà più moneta di riserva privilegiata come lo è stata dopo la fine degli accordi di Bretton Woods.

Questo era cominciato ad essere intuibile quando le sanzioni contro la Russia avevano bloccato i conti in dollari, ma lo sta diventando evidente nel tentativo, disperato e fallimentare, di riequilibrare La bilancia commerciale degli Stati Uniti da parte di Trump.

Un impero che rinuncia ad avere un surplus monetario, a fronte quindi di un deficit commerciale, smetterebbe di essere tale. Ora potrebbe anche darsi che Trump si riveli storicamente come un Gorbacëv in salsa

yankee ma sarebbe troppo bello per essere vero.

La retromarcia fatta nel giro di qualche giorno sui dazi al resto del mondo ne è una conferma.

È notizia di ieri sera che addirittura sono stati tolti i dazi anche per la Cina per quanto riguarda i prodotti tecnologici. Domani quindi in apertura ad esempio aspettatevi che un titolo come STM venga sospeso in asta di apertura per eccesso di rialzo.

Faccio notare inoltre che mantenere i dazi sulla sola Cina è sostanzialmente inutile vista la sua integrazione nella catena della produzione globale.

E qui adesso veniamo a quello che succederà: vedrete che nei prossimi giorni passeremo dal nemico russo a quello che cinese in men che non si dica. Della serie ” come stare sempre dalla parte sbagliata della storia”.

Infatti una classe dirigente degna di questo nome, sfrutterebbe immediatamente questa occasione per emanciparsi dal dominio di un impero in decadenza per trovare nuovi sbocchi economici, industriali e geopolitici per il proprio paese.

La prima iniziativa che si dovrebbe prendere sarebbe quella di ripristinare la via della seta, annullata da questo governo, per aggraziarsi non solo al sistema produttivo cinese (di gran lunga il primo al mondo), ma a tutto il blocco euro-asiatico che sarà il futuro dei decenni a venire.

Ricordo anche che la Cina attuale dipende molto meno dalle sue esportazioni di quanto non lo facesse 20 anni fa ma anche rispetto a paesi come l’Italia o la Germania.

Italia: 33,73% (sul PIL)

Germania: 42,1% (sul PIL)

Cina: 19.72% (sul PIL)

Quindi, quando sentirete castronerie sulla sovra-produzione cinese, ricordatevi questi dati.

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Resistere a ribassi del 40% e guadagnare il 9% con gli indici mondiali

Wall Street continua la sua corsa senza sosta, toccando nuovi massimi storici. L’indice S&P 500 ha raggiunto quota 6100, segnando un incremento del 6% rispetto al giorno delle elezioni presidenziali. Gli investitori sembrano ignorare le incertezze globali, sostenuti da una serie di dati economici positivi.

Il mercato del lavoro americano si dimostra robusto: a novembre sono stati creati 227.000 nuovi posti di lavoro, superando le previsioni di 200.000. La disoccupazione è stabile al 4,2%, vicino a livelli storicamente bassi. Anche la crescita salariale, sebbene elevata al 4% annuo, non dovrebbe impedire alla Federal Reserve di tagliare ulteriormente i tassi di interesse nella prossima riunione del 18 dicembre, già data per quasi certa dagli operatori finanziari.

Nel frattempo, le grandi società tecnologiche ribattezzate “Le Magnifiche 7” stanno riprendendo slancio dopo una fase di rallentamento. Tesla, che ad aprile registrava un calo del 42% dall’inizio dell’anno, è ora in crescita del 56%, trainando l’intero comparto. Il settore tecnologico sembra beneficiare di un rinnovato interesse per l’intelligenza artificiale: Salesforce ha visto le sue azioni salire del 10% grazie a una trimestrale solida, alimentata dall’integrazione di funzionalità AI nei suoi prodotti.

Dall’altra parte dell’Atlantico, la Francia è scossa da una crisi politica senza precedenti. Il governo guidato da Michel Barnier è stato sfiduciato dopo che il partito di Marine Le Pen ha deciso di unirsi alla sinistra per votare contro il bilancio. Un evento raro nella politica francese, che non vedeva un governo cadere dal 1962.

Sorprendentemente, però, i mercati finanziari hanno reagito con ottimismo: il CAC 40 è salito e lo spread dei titoli di Stato francesi si è ridotto a 77 punti base, il livello più basso delle ultime settimane. Sembra che gli investitori avessero già scontato il peggio, vedendo nella caduta del governo un’opportunità per una possibile stabilizzazione.

Marine Le Pen, leader della destra francese, ha assunto un tono sorprendentemente conciliante. Non ha chiesto le dimissioni del presidente Emmanuel Macron e ha dichiarato che il suo partito non ostacolerà gli sforzi per ridurre il deficit di bilancio, lasciando intendere che è pronta a collaborare con un eventuale nuovo governo.

In un contesto globale dominato da incertezze politiche e turbolenze economiche, l’economia americana e i mercati europei sembrano trovare la forza per guardare avanti con fiducia, ma uno storno può essere sempre dietro l’angolo.

È proprio da queste considerazioni che sono partito per impostare la strategia di questa settimana.

ma prima, come al solito, vi ricordo che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete “valorizzare” le inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Ogni contributo è un piccolo mattoncino per l’indipendenza di questo blog.

Vi ricordo inoltre come l’operazione della scorsa settimana su Moncler con il certificato a leva ha già portato a casa circa un +60% essendo io entrato a 4,75€ ed oggi è vendibile a 7,61€.

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Un’interessante storia di money management

Altra settimana sfavillante per indici azionari con l’indice italiano FTSE MIB che è andato a stirare i 34000 punti. Attenzione però Perché come potete notare dal grafico sottostante sembra che si stia configurando un pattern di inversione sia perché abbiamo tre candele consecutive che sono state respinte a quota 34.000 sia perché l’indice stocastico ha cominciato ad incrociare dall’alto verso il basso dopo aver segnalato per molto tempo un’area di ipercomprato a quota 100.

Visto che in questa settimana è scaduto il certificato che avevo presentato in questo post: Atlantia e Nexi per un 8.6% e tanta protezione mi piace cogliere l’occasione per ricostruire brevemente la storia di questa strategia per poi presentarne gli sviluppi.

Tutto era partito da un investimento concluso sotto la Pari, in particolare di questo certificato: Recuperare il 25% ed anche oltre

Avendo però scelto l’airbag come meccanismo di salvaguardia in caso di perdita, la perdita che sono andato a consolidare è stata comunque di gran lunga minore di quella che avrei subito senza questa opzione. Ridurre le perdite significa poi avere ancora a disposizione il capitale necessario per poter recuperarle e magari chiudere l’operazione complessiva in profitto. Naturalmente naturalmente ciò che si paga è il tempo maggiore, ma nessun pasto è gratis. Così ho scelto quest’altro certificato Recuperare il 25% ed anche oltre per poter recuperare in toto le perdite (25 euro a certificato) ed avere comunque un rendimento spalmato nei successivi due anni di 49 euro, con un guadagno complessivo quindi di 24 euro in due anni per certificato, se ci pensate un bel ribaltamento della situazione.

Ho voluto ricostruire questa strategia per una serie di ragioni.

La prima è l’importanza della conservazione del capitale, o detta in maniera più prosaica: ” la prima regola per fare soldi e non perderli”, infatti se avessi subito una perdita lineare con il titolo Nexi difficilmente avrei potuto mettere in atto una contromisura che in due anni non sono recuperarsi le perdite ma mi garantisce un buon ritorno.

La seconda mi è venuta in mente navigando un po’ su YouTube su vari tipi di pseudo esperti che riescono a guadagnare sempre e comunque. Mi verrebbe da dire che se cercate questi “fuffa guru”, penso che questo blog possa darvi solo dei dispiaceri, infatti qui si abbina una divisione macro economica complessiva ad approcci meramente statistici sui prezzi di titoli o indici. Trattandosi di statistica è naturale che alcune posizioni non si chiudano come sperato, ma penso che ormai abbiate capito benissimo che l’importante è che le probabilità complessive del nostro portafoglio giochino a nostro favore.

Come si prosegue quindi ora? Una volta portato a casa il nostro guadagno, visti i livelli estremamente tirati di tutti gli indici azionari, mi sto orientando verso un prodotto estremamente conservativo che riporto di seguito:

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Mettere “i soldi” su tutte le banche per un 7,75%

Non so voi ma periodicamente mi trovo a dover affrontare il problema di come reinvestire la liquidità generata dai certificati che vanno in autocall oppure a scadenza. La situazione del mercato non è sicuramente facile, ad esempio se si prende l’ultima settimana del dell’indice italiano si può affermare che fino al pomeriggio di venerdì le cose si stavano mettendo abbastanza male: La rottura di una resistenza su base settimanale avrebbe sicuramente scaturito una figura tecnica che avrebbe, con molta probabilità, riportato l’indice a circa 25.500 punti per poi poter anche arrivare a 24.600. Fortunatamente nella seconda parte del pomeriggio che è stata un’inversione di tendenza che ha fatto sì che quella resistenza fosse confermata.

Per ora possiamo dire quindi che il pericolo è stato scampato, ma non bisogna adagiarsi sugli allori, almeno secondo me, mai come ora è importante valutare tutti gli scenari di possibile rischio.

Il certificato che vi propongo questa settimana un po’ va proprio in questa direzione, visto che contiene delle caratteristiche di cui abbiamo parlato spesso durante gli ultimi post: Barriere lontane, premi incondizionati ed un unico sottostante. Non solo il sottostante è unico ma si tratta di un indice e non di un singolo titolo! Vediamone le caratteristiche:

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Le banche europee per un 9,5% in sei mesi

Due brevi considerazioni sul Portafoglio Italia per poi passare subito al certificate della settimana.

La prima è che abbiamo ormai incassato tutti i dividendi del nostro Portafoglio Italia ed il rendimento si attesta al 5,81% sui nostri prezzi di carico. Tale percentuale è leggermente inferiore al 6% pronosticato all’inizio ma ciò per una ragione ben precisa: ad un certo punto abbiamo deciso di effettuare una rotazione di portafoglio ed incassare le plusvalenze su Azimut, Fineco ed ENI per acquistare altri titoli a maggior sconto ma con rendimenti da cedola leggermente inferiori a quelli venduti. Come risultato abbiamo visto aumentare il conto capitale del portafoglio e diminuire il rendimento cedolare. Nel computo totale è stato sicuramente conveniente “portare a casa” il +30% di Fineco od il +70% Continua a leggere…