Fidarsi di questi rialzi?

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Nessun articolo per questa settimana per due regioni fondamentali: La prima personale ed è la solita mia mancanza di tempo, la seconda, la più importante, è che di questo mercato non mi fido assolutamente. L’unica operazione che ho effettuato infatti nella settimana appena trascorsa è stata l’apertura di una posizione al rialzo sull’indice VIX utilizzando questo strumento a Leva variabile con ISIN NLBNPIT34P72 ad un prezzo di ingresso pari a 5,9€. Se il VIX dovesse scendere ancora incrementerò ulteriormente la mia posizione.
Per il resto ho chiuso in profitto metà della mia posizione rialzista su euro dollaro e continuo a rimanere Short sui titoli di Stato.
Il mio consiglio è: non fatevi prendere dal FOMO, sì ballerà ancora tanto e la situazione tra USA ed Iran è lontana dall’essere risolta.
Stay tuned per la prossima settimana!

Una posizione tattica su STM con rendimenti molto alti

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Il panorama finanziario e geopolitico globale si trova attualmente in una fase di transizione critica, dove la retorica del conflitto frontale inizia a mostrare i primi segni di logoramento, lasciando spazio a una diplomazia della necessità che appare, tuttavia, carica di incertezze e contraddizioni. La transizione da un ultimatum atomico a un tavolo negoziale a Islamabad rappresenta un momento di singolarità per i mercati, un punto di flesso in cui la percezione del rischio oscilla tra la speranza di una de-escalation e il timore di un fallimento strutturale dei colloqui. In questo scenario, la gestione dei portafogli richiede non solo una profonda comprensione delle dinamiche macroeconomiche, ma anche una capacità di riallocazione tattica che sfrutti le asimmetrie create dalla volatilità, come dimostrato nella strategica verso strumenti come il certificato che andrò a presentare.

Il Precipizio di Aprile: Dalla Minaccia di Trump al Cessate il Fuoco

Il mese di aprile 2026 è iniziato sotto l’ombra di quello che molti analisti hanno definito come l’ultimatum finale dell’amministrazione statunitense nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. La tensione ha raggiunto il suo apice martedì 7 aprile, quando la presidenza Trump ha minacciato esplicitamente la cancellazione della civiltà iraniana nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto completamente e in sicurezza entro una finestra temporale di poche ore. La dichiarazione, diffusa attraverso i canali social presidenziali, delineava uno scenario apocalittico, prefigurando attacchi devastanti sulle infrastrutture civili, le centrali elettriche e i ponti strategici del paese.

Tuttavia, meno di due ore prima della scadenza di tale ultimatum, la mediazione del primo ministro pakistano ha permesso di siglare un cessate il fuoco provvisorio di due settimane. Questo evento ha innescato una reazione violenta e immediata sui mercati energetici, portando al maggiore crollo giornaliero del prezzo del petrolio dai tempi della pandemia di COVID-19, con una flessione del 16% in una singola sessione. Nonostante questo sollievo temporaneo, la stabilità dell’accordo è apparsa subito fragile, minata da azioni militari collaterali in Libano che hanno rischiato di far deragliare i colloqui ancor prima del loro inizio formale.

Le Dinamiche Negoziali a Islamabad: Un Tavolo di Distanze Incolmabili

L’apertura dei negoziati a Islamabad, in Pakistan, vede contrapposte due delegazioni con mandati e obiettivi che appaiono, allo stato attuale, quasi inconciliabili. Da una parte, gli Stati Uniti, guidati dal vicepresidente Vance, presentano una lista di richieste che mira a una ristrutturazione radicale dell’influenza iraniana nella regione. Washington esige l’apertura immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, lo smantellamento del programma nucleare, una riduzione drastica dell’arsenale missilistico e la fine del sostegno ai gruppi proxy come Hezbollah e gli Houthi.

Dall’altra parte, la delegazione iraniana, guidata dallo speaker del Parlamento Ghalibaf e dal ministro degli esteri Araghchi, punta a obiettivi diametralmente opposti: la fine permanente di ogni attacco militare, il risarcimento dei danni di guerra subiti, la cancellazione totale delle sanzioni economiche e il riconoscimento della sovranità iraniana sulla gestione dello Stretto di Hormuz. L’analisi di queste posizioni rivela che molti dei punti sul tavolo appartengono alla sfera della tattica negoziale estrema; l’Iran è consapevole dell’impossibilità di ottenere riparazioni belliche, così come le minacce di distruzione totale di Trump erano finalizzate a forzare la mano dell’avversario.

Il mio scetticismo riguardo al successo di questi negoziati è alimentato dalla discrepanza tra le percezioni di forza delle parti. Teheran opera sotto la consapevolezza che sta vivendo una guerra esistenziale che ha ricompattato assieme la società, compresa anche gran parte delle opposizioni. Gli Stati Uniti, invece, faticano a uscire dallo schema di una trattativa commerciale unilaterale, non comprendendo appieno che il fattore tempo e la complessità delle nuove alleanze globali non giocano più a loro favore. La realtà sul campo indica che, anche in caso di un accordo formale, la normalizzazione del traffico navale attraverso Hormuz richiederebbe settimane o mesi, mantenendo elevata la pressione sulle supply chain globali.

Richieste degli Stati UnitiRichieste della Repubblica Islamica dell’Iran
Apertura sicura e immediata dello Stretto di HormuzFine permanente degli attacchi USA e israeliani
Smantellamento del programma nucleareCancellazione totale delle sanzioni economiche
Limitazione drastica dei missili balisticiRiparazione dei danni di guerra subiti
Stop al sostegno ai proxy (Hezbollah, Houthi)Sovranità nella gestione dello Stretto di Hormuz
Cessate il fuoco regionale duraturoDiritto all’arricchimento dell’uranio a fini civili

L’Economia di Guerra e il Paradigma Stagflazionistico

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Pedaggio in cripto sullo stretto di Hormuz

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A dire il vero questa settimana pensavo semplicemente di pubblicare gli auguri di Pasqua, che colgo comunque subito l’occasione per farvi. Nel frattempo, per fatti miei, sono un po’ di giorni che faccio ricerche per tentare di capire come faccia l’Iran ad applicare dei pedaggi per il passaggio sullo stretto di Hormuz. Siccome sono della vecchia scuola, man mano che trovo cose interessanti, prendo appunti oppure mi segno i link.
Ad un certo punto ho pensato che potesse uscirne fuori un articolo un po’ diverso dal solito, perché non indica alcuna strategia operativa, ma che potesse essere comunque interessante visto che alcuni aspetti non vengono così approfonditi dai vari media.
Vi faccio nuovamente gli auguri di una buona e serena Pasqua e spero che quanto segue possa comunque interessavi:

Sovranità Digitale e Controllo Marittimo: Il Nuovo Regime di Pedaggio Cripto-Valutario nello Stretto di Hormuz

L’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz tra il 2025 e il 2026 ha segnato un punto di svolta senza precedenti nella gestione delle rotte marittime globali, vedendo la transizione di un corridoio naturale di navigazione in un’infrastruttura di transito a pagamento gestita militarmente e finanziata tramite asset digitali. L’Iran, attraverso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI), ha implementato un sistema di pedaggio che non solo sfida i principi del diritto internazionale del mare, ma integra tecnologie blockchain e valute alternative come lo yuan cinese per aggirare l’architettura finanziaria dominata dal dollaro statunitense. Questo nuovo regime, battezzato dagli analisti del settore “Tehran Toll Booth” (il casello di Teheran), rappresenta la materializzazione di una strategia di lungo termine volta a monetizzare il controllo dei chokepoint geografici in risposta a sanzioni economiche asfissianti.

Il Quadro Normativo e il Piano di Gestione dello Stretto di Hormuz

Il fondamento giuridico di questa iniziativa risiede in una serie di atti legislativi e dichiarazioni ufficiali che hanno ridefinito la sovranità iraniana sulle acque dello stretto. Il 30 marzo 2026, la Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano ha approvato il “Piano di Gestione dello Stretto di Hormuz”. Questo piano non è semplicemente una misura d’emergenza bellica, ma un tentativo di codificare formalmente il controllo iraniano su una delle rotte energetiche più vitali al mondo, attraverso la quale transita circa un quinto della fornitura globale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).

La legislazione stabilisce un sistema di regole di sicurezza, misure di protezione ambientale e, soprattutto, un sistema di pedaggi denominato ufficialmente in rial iraniani (IRR), ma che in pratica viene regolato attraverso yuan cinesi o criptovalute stablecoin. Il piano prevede inoltre una stretta coordinazione con l’Oman, stato costiero che condivide la sovranità sullo stretto, sebbene Mascate abbia mantenuto una posizione di cauta neutralità diplomatica senza avallare esplicitamente la riscossione dei pedaggi.

La Disputa Legale: UNCLOS vs. Legge Nazionale Iraniana 1993

La legittimità di tale sistema è oggetto di un aspro dibattito internazionale. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), lo Stretto di Hormuz è uno stretto internazionale in cui vige il diritto di “passaggio di transito” (transit passage), che non può essere sospeso né soggetto a tassazione. Tuttavia, l’Iran, pur avendo firmato la convenzione nel 1982, non l’ha mai ratificata formalmente. Teheran si appoggia alla propria legge marittima nazionale del 1993, la quale sostiene che lo stretto sia soggetto al regime del “passaggio innocuo” (innocent passage), garantendo allo stato costiero il diritto di sospendere o regolare il traffico per ragioni di sicurezza nazionale e protezione ambientale.

Principio LegaleInterpretazione UNCLOS (Internazionale)Interpretazione Iraniana (Legge 1993)
Tipo di PassaggioPassaggio di Transito (Libero e Gratuito)Passaggio Innocuo (Regolamentato)
SovranitàAcque internazionali all’interno dello strettoAcque territoriali iraniane estese
TassazioneVietata esplicitamente (Art. 26)Ammessa per servizi di sicurezza e ambiente
SospensioneNon consentita nemmeno in guerraConsentita per motivi di sicurezza

Le autorità iraniane giustificano il pedaggio come un contributo necessario per coprire i costi della fornitura di sicurezza e della manutenzione della rotta, paragonando lo stretto a canali artificiali come Suez o Panama. Questa posizione è stata condannata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2817 dell’11 marzo 2026, che descrive ogni tentativo di impedire il transito come una minaccia alla pace globale.

Meccanismi Operativi del Pedaggio: Il “Casello” del CGRI

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Utilizzare la volatilità degli indici per quasi +20%

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Anche questa settimana la mia operatività è stata estremamente limitata, con un’unica operazione su un certificato che ho ritenuto essere un’occasione, altrimenti avrei mantenuto intatta la mia liquidità.

Ma partiamo dell’inizio: il panorama macroeconomico e geopolitico del marzo 2026 segna un punto di inflessione sistemica che trascende la semplice cronaca bellica. L’avvio dell’Operazione Epic Fury nel Golfo Persico non deve essere interpretato esclusivamente come un intervento militare di precisione, bensì, a mio modesto avviso, come l’evento catalizzatore di un mutamento strutturale negli equilibri di potere globali. Mentre i mercati azionari affrontano la quinta settimana consecutiva di ribassi, emerge con chiarezza una realtà divergente: la tradizionale funzione degli Stati Uniti come garante delle rotte marittime globali e il primato del petrodollaro sono sottoposti a una pressione senza precedenti, ridefinendo i parametri del rischio sovrano e della stabilità valutaria.

La Crisi della Talassocrazia Statunitense e la Paralisi dei Chokepoint Marittimi

La proiezione di potenza marittima è stata, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il pilastro invisibile su cui si è retta la globalizzazione. Tuttavia, l’attuale scenario nel Medio Oriente evidenzia una fragilità strutturale nel modello di “sea control” americano. L’incapacità di garantire la libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e il passaggio di Bab el-Mandeb non rappresenta solo un fallimento tattico, ma mette in discussione la natura stessa degli Stati Uniti come talassocrazia dominante.

L’implosione della sicurezza assicurativa e logistica

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG), è attualmente in uno stato di chiusura de facto per gran parte del naviglio commerciale occidentale. Al 4 marzo 2026, i transiti commerciali hanno subito un crollo dell’81% rispetto alle medie del mese di gennaio. Questo blocco non è solo il risultato diretto degli strike militari, ma deriva da un collasso del mercato assicurativo: i principali assicuratori marittimi hanno cancellato la copertura per i rischi di guerra nel Golfo Persico e nelle acque adiacenti, rendendo i costi operativi insostenibili per le compagnie di navigazione.

Rotta Marittima Stato Attuale (Marzo 2026) Impatto sui Tempi di Transito Incremento Costi Trasporto
Stretto di Hormuz Chiuso de facto (calo transiti 81%) Estremo / Premi assicurativi negati
Bab el-Mandeb Sotto attacco Houthi (missili balistici) Rischio critico
Capo di Buona Speranza Rotta alternativa obbligata +10-14 giorni +20% – 50%
Canale di Suez Flussi ridotti per blocco meridionale Rallentamento sistemico

L’allargamento del conflitto agli Houthi nello Yemen ha creato un “doppio collo di bottiglia” che colpisce simultaneamente il Golfo di Aden e il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti e Israele considerano gli Houthi un obiettivo militarmente più accessibile rispetto all’Iran per la mancanza di difese aeree avanzate, la realtà sul campo dimostra che la minaccia asimmetrica è sufficiente a deviare il commercio mondiale verso il Capo di Buona Speranza. Questa deviazione non è una semplice variazione logistica; è il segnale tangibile della fine dell’era in cui gli oceani erano considerati un bene pubblico sicuro garantito da Washington.

Dalla protezione globale al realismo transazionale

La dottrina di politica estera degli Stati Uniti ha subito una trasformazione verso un modello transazionale. La priorità accordata alla difesa della “Homeland” e dell’emisfero occidentale segna un ripiegamento strategico rispetto alla dissuasione globale. In questo contesto, l’Operazione Epic Fury, pur mirando alla distruzione dell’infrastruttura missilistica e navale iraniana, agisce in un vuoto di leadership internazionale dove gli alleati europei e asiatici sono chiamati a contribuire direttamente alla propria sicurezza marittima. La percezione diffusa è che gli Stati Uniti stiano dismettendo il ruolo di garante universale, accettando implicitamente una frammentazione del controllo dei mari che favorisce l’ascesa di potenze regionali e schemi di protezione paralleli.

Il Crepuscolo del Petrodollaro: Verso un Sistema Multivalutario dell’Energia

Il legame tra il dollaro statunitense e il commercio globale di petrolio, stabilito negli anni ’70, è stato per decenni il fondamento della supremazia finanziaria di Washington. Questo sistema ha permesso agli Stati Uniti di esportare inflazione e di mantenere una domanda costante per i titoli del Tesoro americano. Tuttavia, le sanzioni aggressive e l’attuale instabilità nel Golfo stanno accelerando un processo di de-dollarizzazione che molti analisti ritenevano ancora lontano.

L’Iran e il Petroyuan: Un’alleanza di necessità

L’Iran è diventato il laboratorio principale per il commercio di energia in divise alternative al dollaro. Teheran non effettua transazioni petrolifere in USD dal 2008, ma nel 2026 questa pratica ha raggiunto una scala sistemica attraverso l’uso dello Yuan cinese. Attualmente, l’Iran consente il passaggio delle navi attraverso Hormuz a condizione che i pagamenti siano regolati in Yuan, favorendo direttamente la Cina, che importa il 90% della produzione petrolifera iraniana a prezzi scontati.

Questo non è un fenomeno isolato. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a sperimentare pagamenti in valute diverse dal dollaro e a localizzare le proprie industrie della difesa, riducendo la dipendenza dal “ombrello” tecnologico e monetario statunitense. Il conflitto in corso funge da catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro, aprendo la strada a quello che Deutsche Bank definisce “la nascita del petroyuan”.

Paese Valute utilizzate per il Petrolio (2025-2026) Partner Principali Status della de-dollarizzazione
Iran Yuan Cinese, Valute Locali Cina, India Completa / Forzata da sanzioni
Russia Rublo, Yuan, Dirham, Rupia Cina, India Avanzata / Transazioni bilaterali
Arabia Saudita Dollaro, Yuan (sperimentale) Cina, Asia Iniziale / Diversificazione strategica
India Rupia, Dirham Emirati Arabi Uniti In crescita / Accordi bilaterali

L’architettura finanziaria dei BRICS+

L’ingresso di Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Indonesia nel blocco BRICS tra il 2024 e il 2025 ha creato una massa critica di produttori e consumatori di energia determinati a ridurre l’esposizione al sistema SWIFT e alla giurisdizione del dollaro. Sebbene il dollaro rimanga la valuta di riserva predominante, la perdita della sua esclusività nel settore energetico comporta una riduzione del potere di acquisto della valuta americana e un aumento della volatilità inflattiva interna agli Stati Uniti. Con il calo della fiducia internazionale nella stabilità del dollaro, il sistema basato sulla valuta fiat garantita dalla potenza militare americana deve confrontarsi con una realtà multipolare dove l’oro e le valute garantite da materie prime tornano a essere considerati asset strategici.

Dinamiche di Mercato e la Fragilità del Portafoglio Tradizionale

L’impatto economico del conflitto e della transizione geopolitica si riflette in una correlazione positiva tra azioni e obbligazioni, un fenomeno che invalida il classico portafoglio diversificato 60/40. Quando l’inflazione torna a preoccupare a causa degli shock dal lato dell’offerta (energia e logistica), i rendimenti obbligazionari salgono (prezzi scendono) simultaneamente ai cali dei mercati azionari. Vi ricordate quando poche settimane fa vi dicevo di stare alla larga dai BTP?

L’energia come unico Safe Haven

Mentre i settori tecnologico e finanziario soffrono, il comparto energetico è l’unico a mostrare una resilienza eccezionale, con performance che superano il 40% dall’inizio dell’anno. Questo avviene nonostante i tentativi di de-escalation e gli annunci di pause negli attacchi alle infrastrutture (non cascateci) , che tuttavia non riescono a rassicurare gli investitori. La percezione è che le soluzioni diplomatiche siano ormai insufficienti e che solo un’azione militare di terra o un accordo strutturale con Teheran possano stabilizzare i prezzi, opzioni che al momento appaiono entrambe complesse e ad alto rischio.

Il “Big Tobacco Moment” della Tecnologia

Oltre ai rischi macro, le “Magnifiche 7” del settore tecnologico stanno affrontando una crisi endogena. La recente sentenza contro Meta e Google per la negligenza nel design delle proprie applicazioni ha innescato timori di una ondata di contenziosi legali simili a quelli che colpirono l’industria del tabacco decenni fa. Questo rischio regolatorio, unito alla saturazione dei modelli di business basati sull’IA che tendono a “commoditizzare” il settore, sta portando a una revisione al ribasso dei multipli di valutazione per i giganti della Silicon Valley. In questo contesto, l’esposizione a singoli titoli azionari diventa estremamente rischiosa, favorendo strumenti che puntano sulla diversificazione degli indici.

In un contesto di instabilità sistemica, l’investitore deve ricercare strutture che offrano un’asimmetria positiva tra rischio e rendimento. I certificati di investimento, se basati su indici piuttosto che su singoli titoli, offrono una barriera protettiva contro la volatilità idiosincratica.

Struttura e Rendimento del Certificato

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Tre modi diversi per investire sull’oro

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Questa volta mi sono voluto allargare: non vi presenterò 1 e neanche 2 prodotti, bensì 3! L’unica cosa che vi chiedo è di avere un po’ di pazienza nel leggere tutti i passaggi per capire l’ottica con cui ho effettuato le scelte.

Vi anticipo subito che personalmente sono entrato sui primi due prodotti, visto che sul terzo, il più “classico”, sono già esposto da molto tempo.

La settimana compresa tra il 16 e il 20 marzo 2026 rimarrà impressa negli annali dei mercati finanziari come il momento in cui la teoria della “correlazione perfetta” ha ceduto il passo alla realtà brutale della liquidità forzata. Attraverso una lente analitica di matrice ingegneristica, è possibile osservare come la convergenza di tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, una postura monetaria inflessibile della Federal Reserve e una crisi strisciante nel settore del Private Credit statunitense abbiano generato un’anomalia tecnica di proporzioni storiche nel mercato dell’oro. Mentre il metallo prezioso scambiava a quota 5.020,33 dollari l’oncia nella mattinata di mercoledì 18 marzo, un sell-off improvviso di 400 dollari ha scosso le fondamenta del comparto delle materie prime, portando alla luce le fragilità strutturali del posizionamento speculativo e la necessità sistemica di reperire liquidità immediata.

Il Nuovo Paradigma della Fragilità: Geopolitica e Frammentazione Energetica

Il contesto globale attuale non è semplicemente caratterizzato da una tensione transitoria, ma da un processo di frammentazione economica accelerato dal conflitto in Medio Oriente. L’analisi del panorama geopolitico suggerisce che il mercato stia navigando tra l’ipotesi di una tregua fragile e il rischio di una guerra d’attrito prolungata. La storia del Golfo Persico, dai tempi del re assiro nel 694 a.C. fino all’era degli “Stati della Tregua” (Trucial States) nel XIX secolo, insegna che il controllo delle rotte marittime e la pirateria, oggi trasformatasi in guerra asimmetrica, sono variabili costanti e difficilmente eradicabili.

L’attuale escalation, che vede l’Iran minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz — un passaggio vitale per il 20% della fornitura globale di petrolio — ha creato una divergenza senza precedenti tra i prezzi del greggio fisico e quelli del “paper oil”. Mentre il WTI domestico statunitense mostra una relativa stabilità dovuta alla produzione interna, le qualità di petrolio fisico mediorientale hanno toccato prezzi tra i 140 e i 160 dollari al barile. Questo spread, che solitamente si attesta sui 4-5 dollari, è esploso fino a sfiorare i 20 dollari nel caso del Brent vs WTI, segnalando una crisi di approvvigionamento reale che le statistiche ufficiali non riescono ancora a catturare appieno.

Statistiche di Mercato e Performance delle Asset Class (Settimana 16-20 Marzo 2026)

L’impatto di questa frammentazione si è riflesso in una settimana di “risk-off” generalizzato, dove quasi tutte le asset class hanno subito ribassi correlati, ad eccezione del comparto energetico.

Asset Class Variazione Settimanale YTD (Valuta Locale) YTD (€)
Petrolio (Brent/WTI Physical) +1.2% 71,2% 70,9%
Obbligazioni Corporate IG USA -0,3% -1,4% 0,1%
Azionario Globale -1,8% -3,0% -1,5%
Azionario USA (S&P 500) -1,9% 4,9% -3,4%
Azionario Europa (EuroStoxx) -3,9% -2,7% -2,7%
Oro (XAU/USD) -10,5% 4,0% 5,6%
Obbligazioni Govt Euro (7-10y) -0,7% -1,2% -1,2%

L’elemento di maggiore distorsione è rappresentato dall’oro, che ha registrato la peggiore performance settimanale dal 1983. Questa capitolazione è avvenuta nonostante lo scenario di guerra oggettivo, un paradosso che può essere spiegato solo analizzando i flussi di capitale e la necessità di margine dei grandi gestori istituzionali. La distruzione potenziale delle infrastrutture energetiche in Iran e Qatar rappresenta una “linea rossa” geologica: danni significativi a questi impianti richiederebbero anni di riparazioni, minacciando una recessione globale che solo pochi mesi fa sembrava impensabile in un mondo lanciato verso una crescita surriscaldata.

L’Eclissi Aurea: Anatomia di un Sell-off da 400 Dollari

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La crisi energetica per un +13% annuo (o forse 19%)

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Il panorama macroeconomico e geopolitico di metà marzo 2026 si presenta come un intricato mosaico di tensioni militari, interventi di stabilizzazione monetaria e asimmetrie di mercato che richiedono una gestione del capitale estremamente razionale e priva di condizionamenti emotivi. La capacità di guardare oltre il dato puntuale e di interpretare i flussi di capitale attraverso una lente quasi ingegneristica è oggi la sola difesa efficace contro una volatilità che ha smesso di essere un semplice parametro statistico per diventare un’arma di pressione politica e sociale. In questo contesto, l’analisi delle dinamiche correnti nello Stretto di Hormuz e la risposta delle autorità finanziarie statunitensi forniscono le basi logiche per una transizione tattica necessaria: il passaggio da una strategia direzionale sul petrolio a una posizione di vendita di volatilità su un paniere diversificato di giganti dell’energia europea attraverso lo strumento del certificato di investimento.

L’Escalation nello Stretto di Hormuz e la Crisi Energetica Globale

La settimana compresa tra il 9 e il 13 marzo 2026 ha segnato un punto di inflessione critico nella crisi mediorientale, con l’assenza totale di segnali di de-escalation tra l’asse USA-Israele e l’Iran. Il mercato petrolifero, termometro sensibilissimo di tali tensioni, ha visto le quotazioni del greggio stabilizzarsi intorno ai 100 dollari al barile, nonostante i tentativi coordinati delle amministrazioni occidentali di calmierare i prezzi attraverso il rilascio di oltre 400 milioni di barili di riserve strategiche. La chiusura dello Stretto di Hormuz, ribadita dal nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei, non rappresenta solo un blocco logistico, ma un atto di guerra economica che mette a rischio il 20% del traffico petrolifero globale.

La Geopolitica delle Infrastrutture e l’Isola di Kharg

L’azione militare statunitense si è concentrata sull’isola di Kharg, bombardata nella notte di venerdì 13 marzo. Si tratta di un obiettivo di importanza vitale, poiché l’isola funge da hub cruciale per circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. L’amministrazione Trump ha chiarito che ulteriori ostilità porteranno a colpire direttamente le infrastrutture di estrazione, un’escalation che i mercati del weekend hanno già iniziato a prezzare con rialzi stimati nell’ordine del 5%.

Tuttavia, emerge una strategia iraniana volta a frammentare la risposta globale attraverso passaggi selettivi delle petroliere. Teheran ha approvato il transito per tanker destinati a paesi considerati non ostili, come l’India e potenzialmente la Cina. Se tale politica venisse implementata con successo, si potrebbe riaprire quasi la metà del traffico navale dello stretto, permettendo all’Iran di non indispettire i propri partner orientali pur mantenendo una pressione soffocante sull’Europa e sugli Stati Uniti. Tale scenario crea una segmentazione del mercato globale del petrolio che genera tensioni non solo nel settore dei carburanti, ma anche nella petrolchimica e nella produzione di fertilizzanti, con ricadute dirette sui prezzi alimentari globali.

Asset Class Performance Settimana 9-13 Marzo Performance YTD (Valuta Locale)
Petrolio (Brent/WTI) +8,6% +71,9%
Materie Prime +2,6% +23,0%
Oro -2,9% +16,2%
Azionario USA -1,6% -3,15%
Azionario Europa +0,2% +1,2%
Azionario Emergente -2,0% +4,9%
Obbligazionario Governativo USA (10y) +0,9% 0,0%

I dati evidenziano una netta divergenza tra il settore delle commodity energetiche e il resto dei mercati azionari, che soffrono l’incertezza sulla durata del conflitto e l’impatto delle spinte stagflattive.

Il Fronte Interno e la Gestione Tecnica dei Mercati

In ogni conflitto moderno, la battaglia si gioca su due fronti: quello esterno, rivolto al nemico, e quello interno, mirato alla costruzione e conservazione del consenso tra elettori e mercati finanziari. L’amministrazione Trump si trova a gestire una narrazione complessa: da un lato la promessa di una guerra brevissima e indolore per il cittadino americano, dall’altro la necessità di azioni militari che, per loro natura, tendono a destabilizzare i prezzi dell’energia.

Scott Bessent e la Stabilizzazione dei Mercati Finanziari

Un ruolo centrale in questa fase è ricoperto da Scott Bessent, Segretario al Tesoro ed ex gestore di hedge fund, la cui esperienza tecnica si sta rivelando fondamentale per “prendere i mercati” e garantire quella stabilità necessaria per concedere spazio di manovra alla gestione bellica. La strategia di Bessent si è manifestata con interventi chirurgici sui margini di garanzia: sono stati aumentati i margini sul petrolio, per scoraggiare la speculazione al rialzo che avrebbe alimentato l’inflazione, e contemporaneamente abbassati quelli sull’oro, indirizzando la protezione del capitale verso un asset che non impatta direttamente sul ciclo economico produttivo.

Il Tesoro ha inoltre agito come un “big seller” misterioso sul mercato dei futures, vendendo petrolio “di carta” per calmierare i prezzi e stabilizzare cambi e bond. Questa gestione, sebbene criticata da alcuni come manipolazione del mercato, risponde alla logica della guerra totale dove la stabilità finanziaria è un obiettivo militare prioritario. La narrazione interna punta tutto sulla produttività derivante dall’intelligenza artificiale e dall’automazione come fattori disinflazionistici strutturali che possono assorbire lo shock energetico, evitando lo scenario di stagflazione che ha caratterizzato gli anni Settanta.

Tale narrazione è secondo me forviante e di brevissima durata.

Il Nodo di Hormuz: Rischio Logistico e Strategie di Bypass

Nonostante i tentativi di de-escalation verbale, il problema centrale rimane strategico: è possibile dichiarare conclusa la guerra se lo Stretto di Hormuz rimane sotto il controllo o la minaccia costante dell’Iran? La riconquista militare del Golfo o l’uso di bypass infrastrutturali come la East-West Pipeline (che devia la produzione saudita verso il Mar Rosso) sono soluzioni parziali che non eliminano il deficit di offerta. Rystad Energy stima che il blocco possa comportare un deficit reale di otto milioni di barili al giorno, trasformando l’eccesso di offerta previsto per il 2026 in una carenza strutturale.

In questo scenario, gli investitori devono navigare tra due forze contrapposte: la pressione rialzista del greggio dovuta al rischio geopolitico e la volontà politica delle autorità statunitensi di schiacciare tale prezzo per evitare danni elettorali e macroeconomici. La soluzione risiede nell’abbandonare le scommesse direzionali e abbracciare strumenti asimmetrici che permettano di guadagnare dalla persistenza della tensione senza la necessità di un ulteriore rally dei prezzi.

Analisi della Strategia Energetica: Dall’Express sul WTI al Basket Multi-Underlying

Nell’ottobre del 2025, la nostra analisi proponeva una strategia tattica focalizzata sul petrolio WTI tramite un certificato Express (ISIN CH1438103900). Quel prodotto, basato su una barriera a 42,55 dollari al barile — livello identificato come pavimento naturale grazie al breakeven dello shale oil — mirava a un rendimento del 10% annuo. Con la scadenza fissata al 4 giugno 2026, tale strategia si avvia verso una conclusione positiva, avendo protetto il capitale durante le fasi di consolidamento dei prezzi.

Tuttavia, il contesto attuale di marzo 2026 impone una rotazione. Il rischio di una correzione improvvisa dei prezzi in caso di un accordo diplomatico, seppur raro, o di un intervento massiccio degli USA sui mercati futures, suggerisce di spostare il rischio direzionale verso una struttura che tragga beneficio dalla “vendita di volatilità”. Il certificato che segue si presenta come una possibile sostituzione, offrendo un rendimento potenziale superiore e barriere protettive estremamente profonde su un basket di titoli leader nel settore energetico europeo.

Analisi Tecnica e Rendimento

Il certificato proposto è un Phoenix Memory Step Down che si espone a quattro pilastri dell’energia: Enel, Repsol, Saipem e Siemens Energy. Acquistare questo strumento oggi a un prezzo di circa 963,44 € significa non solo puntare sulla tenuta del settore energetico, ma agire tecnicamente sul fattore Vega, posizionandosi corti di volatilità in un momento di estrema tensione.

Parametri Strutturali e Protezione del Capitale

Lo strumento prevede il pagamento di cedole mensili dell’1,00% (12% annuo) con effetto memoria, a condizione che nessuno dei sottostanti perda più del 55% rispetto ai prezzi di fixing iniziale. La barriera è fissata al 45% del valore iniziale, un livello di protezione che garantisce un ampio margine d’errore anche in caso di violenti storni di mercato.

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Sfruttare la volatilità per quasi +16% sugli indici

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La scorsa settimana ci siamo lasciati con un post abbastanza interlocutorio viste le variabili geopolitiche che erano esplose proprio nel weekend. Oltre al principio di non perdere la calma, avevo enunciato due linee guida: star lontano dai BTP (ed eventualmente andare short) e stare lontano dal dollaro (ed eventualmente andare long sul cambio euro dollaro).

Vediamo come ci sono messi le cose per questi due aspetti:

L’idea è che il grafico parli chiaro, una violenta discesa del BTP a dieci anni e penso che ci sia poco da aggiungere se non ribadire che vi avevo avvertito, soprattutto ai sottoscrittori di BTP valore!

Storia diversa invece è andata per l’euro dollaro:

Malgrado i T-Bond americani abbiano visto il loro rendimento aumentare, anche se non di molto, si è assistito ad un rafforzamento della valuta americana. Anche qui in assoluta trasparenza vi dico che sono entrato long ad 1.17, quindi attualmente la mia posizione è in perdita, ma conto di incrementarla se il cambio dovesse tornare attorno ai 15,8, poiché questa guerra non sarà sicuramente breve e gli Stati Uniti non potranno fare altro che mettere liquidità (ossia stampare dollari) per diverso tempo.

Del perché di questa ultima mia affermazione proverò a darvi delle giustificazioni nel seguito di questo articolo, per poi presentarmi l’unico ingresso nuovo che ho fatto questa settimana su un prodotto basato sugli indici.

Settimana durissima, forse una delle più complesse dell’ultimo biennio. Mentre gli indici europei chiudono l’ottava con una performance vicina al -8% e il greggio mette a segno un rally del +30% (livelli di volatilità che non vedevamo dall’inizio del conflitto in Ucraina), il mercato si trova a dover prezzare un nuovo paradigma. Non si tratta solo di una fiammata inflattiva, ma di una mutazione genetica della geopolitica e, di riflesso, delle strategie di asset allocation.

Come abbiamo spesso sottolineato su questo blog, l’ingegneria finanziaria richiede di guardare oltre il dato puntuale per comprendere i flussi e le asimmetrie sottostanti. Oggi, l’asimmetria più pericolosa non è in un certificato badly priced, ma nel costo della guerra e nella sua durata imprevedibile.

La Settimana della Grande Ricalibrazione: Il Dato NFP e lo Spettro Stagflazione

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Quando conviene stare fermi

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Stavo preparando un’analisi dettagliata dedicata a una strategia di recovery su Stellantis. Il titolo, dopo i recenti scossoni, presenta livelli tecnici interessanti che avrebbero meritato un approfondimento operativo, soprattutto alla luce di nuovi prodotto interessanti emessi ultimamente. Tuttavia, la realtà geopolitica ha bruscamente cambiato le priorità.

Le notizie delle ultime ore riguardanti l’esplosione del conflitto iraniano impongono un cambio di rotta immediato. Quando i cannoni tuonano, la prima regola di Investment Engineering non è cercare il profitto, ma proteggere il capitale. In fasi di incertezza estrema, l’emotività è il peggior nemico: servono prudenza e, soprattutto, sangue freddo.

Ecco i tre principi cardine da seguire in questo delicato passaggio:

1. Non farsi prendere dal panico

Vendere tutto durante un crollo improvviso trasforma una perdita virtuale in una perdita reale. Restate lucidi. I mercati reagiscono d’impulso, ma le strategie di lungo termine si costruiscono sulla razionalità, non sulla paura.

2. Stare lontani dal Dollaro

Sebbene storicamente considerato un bene rifugio, l’attuale contesto macroeconomico e le tensioni globali rendono il biglietto verde uno strumento estremamente volatile. Entrare ora significa esporsi a rischi di cambio che potrebbero vanificare qualsiasi rendimento sottostante.

3. Evitare i BTP (e il nuovo BTP Valore)

Questo è il punto più critico. La prossima settimana partirà l’emissione del nuovo BTP Valore, ma il mio consiglio è categorico: non cascateci. Quando l’instabilità internazionale morde, i titoli di stato italiani sono i primi a finire nel mirino delle vendite. La storia insegna che, in caso di crisi sistemica, lo spread si impenna e i prezzi dei bond crollano. Rischiereste di trovarvi “incastrati” con il capitale bloccato per anni o, peggio, costretti a vendere molto sotto il prezzo d’acquisto per recuperare liquidità.

L’opportunità su Stellantis non scappa, il mercato sarà lì anche i prossimi giorni e mesi. Ma oggi, la priorità è non restare col cerino in mano mentre il quadro geopolitico si infiamma. Mai come ora vale il principio “Cash is King” Io vi ho avvertito.

Proteggersi da ribassi fino al -70% per un +12% all’anno

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Partiamo Oggi da un vecchio anzi vecchissimo articolo: Altra possibilità sui titoli farmaceutici per un 16.5%. Questo articolo è interessante perché è la dimostrazione tangibile di come l’asimmetria dei certificati offra una protezione ed una capacità di generare reddito che investimento diretto in azioni non fornisce.

Il certificato era andato in sofferenza a causa delle pessime performance sia di Bayer che di Pfizer, tant’è che per ben 9 trimestri, ossia 27 mesi, ossia più di due anni, il certificato non ha pagato alcuna cedola!

Pian piano però i due titoli si sono riavvicinati alla barriera fino a superarla e mi sono trovato sul conto corrente tutte le cedole accumulate fino ad oggi ossia il 33,75% del capitale (in realtà anche un po’ di più visto che lo avevo acquistato sotto la pari). Tutto questo grazie all’effetto memoria. Impiegherò la liquidità così viene data acquistando il certificato che sarà oggetto di analisi nel proseguo di questo articolo.

Facciamo però prima come al solito una sintesi sugli aspetti per me più importanti dell’ultima settimana sui mercati.

Un altro punto però prima di iniziare: vi ricordate quando ho scritto che l’operazione in Venezuela non sarebbe stata risolutiva rispetto ai prezzi del petrolio? In Attenzione alla fine dell’ottimismo: guardiamo il VIX, ho scritto: “È molto più probabile nel breve termine che il prezzo del mercato venga influenzato da un eventuale attacco all’Iran che non dalla nuova produzione venezuelana.”, beh guardate cos’è successo ai prezzi e fatevi un’idea.

Allo stesso modo sento di poter affermare che su questi livelli, con cautela, si potrebbe pensare di iniziare a costruire una posizione short sul petrolio ma avendo molta pazienza nel vedere prezzi più bassi verso i 50$ per il WTI.

Parte I: L’Anatomia dell’Incertezza – Tra Sentenze e Illusioni Tecnologiche

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Meglio un prodotto sui preziosi che un BTP

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Questa settimana il mercato sembra aver palesato la sua componente irrazionale di cui parla spesso Benjamin Graham nel famoso “L’investitore intelligente”.

Infatti il mercato mentre sembra aver perso la bussola tra l’euforia dell’intelligenza artificiale e la paura improvvisa di esserne vittima, la gestione del portafoglio richiede un approccio quasi ingegneristico: meno emotività, più analisi dei flussi e una rigorosa valutazione del rischio/rendimento. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una dinamica schizofrenica: da un lato, indici che flirtano con i massimi; dall’altro, “vuoti d’aria” violenti che colpiscono asset specifici alla minima notizia di una nuova applicazione AI.

Ma andiamo più nel dettaglio:

L’AI Disruption e la Psicosi del “Sell First, Ask Questions Later”

Il contesto attuale è dominato dalla cosiddetta “AI disruption”. Non si tratta più solo di comprare chi produce i chip, ma di fuggire da chi potrebbe essere spazzato via dal software. Abbiamo visto crolli verticali in settori come il legal tech (grazie ai nuovi tool di Anthropic), i broker assicurativi e persino il wealth management. La logica dominante è diventata “vendi prima, fai domande poi”.

Eppure, mentre il software crea panico, i dati macroeconomici raccontano una storia di resilienza: il mercato del lavoro USA rimane tonico, sebbene anemico in alcuni comparti, e l’inflazione al 2,4% sembra stabilizzarsi, suggerendo che i guadagni di produttività legati proprio all’AI stiano lavorando a favore della stabilità dei prezzi. In questo scenario, i rendimenti obbligazionari sono tornati a scendere, con il decennale USA al 4,05%. Ma è qui che sorge il dubbio: ha ancora senso cercare protezione nel debito sovrano tradizionale?

La Rotazione verso la “Materia” dell’AI

Come sottolineato magistralmente da Alessandro Fugnoli, in un articolo che ho letto proprio prima di scrivere questo post, stiamo vivendo un parallelismo affascinante con lo scoppio della bolla dot-com del 2001. Allora, mentre la tecnologia implodeva, il settore minerario decollava, spinto dalla domanda vorace della Cina. Oggi la storia si ripete, ma il “driver” è l’infrastruttura dell’AI stessa. È tecnicamente difficile essere rialzisti sull’intelligenza artificiale senza esserlo sul rame e sull’argento, i metalli fondamentali per data center, reti elettriche e connettività 5G.

La rotazione è già in atto: i multipli di giganti petroliferi come Exxon sono ormai comparabili a quelli di Microsoft o Google, e i grandi produttori di rame quotano a premio rispetto a Nvidia. Il mercato sta realizzando che si fa prima a costruire una fabbrica di chip che a rendere operativa una nuova miniera. Siamo in un ciclo che favorisce chi possiede le materie prime, mentre il capitale “esce” dai settori tecnologici maturi per cercare rifugio in asset tangibili.

Addio al BTP 2067: Il Rischio di “Sovereignty Gap”

In questo quadro, ho preso una decisione drastica: ho venduto il BTP 2067 (scadenza 1° marzo 2067, ISIN IT0005433195), l’ultimo titolo di stato italiano rimasto nel mio portafoglio. La motivazione non è legata a un timore di default imminente, ma a una questione di concorrenza sui capitali e sovranità monetaria.

L’Italia è un paese ad alto debito che opera all’interno di un sistema a moneta unica, privo della leva della svalutazione competitiva o della monetizzazione diretta. In un mondo dove Alphabet (Google) colloca bond centenari per finanziare i propri investimenti in AI, la competizione per la liquidità a lunghissimo termine si fa feroce. Perché un investitore dovrebbe prestare soldi a 40 anni a uno stato burocratico e indebitato quando può prestarli a una “tecnocrazia” come Alphabet, che dispone di flussi di cassa superiori a molti PIL nazionali e sta costruendo il motore economico del prossimo secolo? I bond di queste Big Tech, legati allo sviluppo dell’AI, diventeranno i nuovi “safe haven” per chi cerca durata, offrendo garanzie di crescita che un paese vecchio e a bassa produttività non può più assicurare.

Liquidità verso il Rendimento Difensivo: Il Certificato su Oro ed Argento.

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