Stavo preparando un’analisi
dettagliata dedicata a una strategia di recovery su Stellantis.
Il titolo, dopo i recenti scossoni, presenta livelli tecnici
interessanti che avrebbero meritato un approfondimento operativo,
soprattutto alla luce di nuovi prodotto interessanti emessi
ultimamente. Tuttavia, la realtà geopolitica ha bruscamente cambiato
le priorità.
Le
notizie delle ultime ore riguardanti l’esplosione del conflitto
iraniano impongono un cambio di rotta immediato. Quando i cannoni
tuonano, la prima regola di Investment Engineering non è cercare il
profitto, ma proteggere il capitale. In fasi di incertezza
estrema, l’emotività è il peggior nemico: servono prudenza e,
soprattutto, sangue freddo.
Ecco
i tre principi cardine da seguire in questo delicato passaggio:
1. Non farsi prendere dal panico
Vendere
tutto durante un crollo improvviso trasforma una perdita virtuale in
una perdita reale. Restate lucidi. I mercati reagiscono d’impulso,
ma le strategie di lungo termine si costruiscono sulla razionalità,
non sulla paura.
2. Stare lontani dal Dollaro
Sebbene
storicamente considerato un bene rifugio, l’attuale contesto
macroeconomico e le tensioni globali rendono il biglietto verde uno
strumento estremamente volatile. Entrare ora significa esporsi a
rischi di cambio che potrebbero vanificare qualsiasi rendimento
sottostante.
3. Evitare i BTP (e il nuovo BTP
Valore)
Questo
è il punto più critico. La prossima settimana partirà l’emissione
del nuovo BTP Valore, ma il mio consiglio è categorico: non
cascateci. Quando l’instabilità internazionale morde, i titoli
di stato italiani sono i primi a finire nel mirino delle vendite. La
storia insegna che, in caso di crisi sistemica, lo spread si impenna
e i prezzi dei bond crollano. Rischiereste di trovarvi “incastrati”
con il capitale bloccato per anni o, peggio, costretti a vendere
molto sotto il prezzo d’acquisto per recuperare liquidità.
L’opportunità su Stellantis non scappa, il mercato sarà lì anche i prossimi giorni e mesi. Ma oggi, la priorità è non restare col cerino in mano mentre il quadro geopolitico si infiamma. Mai come ora vale il principio “Cash is King” Io vi ho avvertito.
Partiamo
Oggi da un vecchio anzi vecchissimo articolo: Altra
possibilità sui titoli farmaceutici per un 16.5%. Questo
articolo è interessante perché è la dimostrazione tangibile di
come l’asimmetria dei certificati offra una protezione ed una
capacità di generare reddito che investimento diretto in azioni non
fornisce.
Il
certificato era andato in sofferenza a causa delle pessime
performance sia di Bayer che di Pfizer, tant’è che per ben 9
trimestri, ossia 27 mesi, ossia più di due anni, il certificato non
ha pagato alcuna cedola!
Pian
piano però i due titoli si sono riavvicinati alla barriera fino a
superarla e mi sono trovato sul conto corrente tutte le cedole
accumulate fino ad oggi ossia il 33,75% del capitale (in realtà
anche un po’ di più visto che lo avevo acquistato sotto la pari).
Tutto questo grazie all’effetto memoria. Impiegherò la liquidità
così viene data acquistando il certificato che sarà oggetto di
analisi nel proseguo di questo articolo.
Facciamo
però prima come al solito una sintesi sugli aspetti per me più
importanti dell’ultima settimana sui mercati.
Un altro punto però prima di iniziare: vi ricordate quando ho scritto che l’operazione in Venezuela non sarebbe stata risolutiva rispetto ai prezzi del petrolio? In Attenzione alla fine dell’ottimismo: guardiamo il VIX, ho scritto: “È molto più probabile nel breve termine che il prezzo del mercato venga influenzato da un eventuale attacco all’Iran che non dalla nuova produzione venezuelana.”, beh guardate cos’è successo ai prezzi e fatevi un’idea.
Allo
stesso modo sento di poter affermare che su questi livelli, con
cautela, si potrebbe pensare di iniziare a costruire una posizione
short sul petrolio ma avendo molta pazienza nel vedere prezzi più
bassi verso i 50$ per il WTI.
Parte I: L’Anatomia
dell’Incertezza – Tra Sentenze e Illusioni Tecnologiche
Questa settimana il mercato
sembra aver palesato la sua componente irrazionale di cui parla
spesso Benjamin Graham nel famoso “L’investitore intelligente”.
Infatti
il mercato mentre sembra aver perso la bussola tra l’euforia
dell’intelligenza artificiale e la paura improvvisa di esserne
vittima, la gestione del portafoglio richiede un approccio quasi
ingegneristico: meno emotività, più analisi dei flussi e una
rigorosa valutazione del rischio/rendimento. Nelle ultime settimane
abbiamo assistito a una dinamica schizofrenica: da un lato, indici
che flirtano con i massimi; dall’altro, “vuoti d’aria”
violenti che colpiscono asset specifici alla minima notizia di una
nuova applicazione AI.
Ma
andiamo più nel dettaglio:
L’AI Disruption e la Psicosi
del “Sell First, Ask Questions Later”
Il
contesto attuale è dominato dalla cosiddetta “AI disruption”.
Non si tratta più solo di comprare chi produce i chip, ma di fuggire
da chi potrebbe essere spazzato via dal software. Abbiamo visto
crolli verticali in settori come il legal tech (grazie ai
nuovi tool di Anthropic), i broker assicurativi e persino il wealth
management. La logica dominante è diventata “vendi prima,
fai domande poi”.
Eppure,
mentre il software crea panico, i dati macroeconomici raccontano una
storia di resilienza: il mercato del lavoro USA rimane tonico,
sebbene anemico in alcuni comparti, e l’inflazione al 2,4% sembra
stabilizzarsi, suggerendo che i guadagni di produttività legati
proprio all’AI stiano lavorando a favore della stabilità dei prezzi.
In questo scenario, i rendimenti obbligazionari sono tornati a
scendere, con il decennale USA al 4,05%. Ma è qui che sorge il
dubbio: ha ancora senso cercare protezione nel debito sovrano
tradizionale?
La Rotazione verso la “Materia”
dell’AI
Come
sottolineato magistralmente da Alessandro Fugnoli, in un articolo che
ho letto proprio prima di scrivere questo post, stiamo vivendo un
parallelismo affascinante con lo scoppio della bolla dot-com del
2001. Allora, mentre la tecnologia implodeva, il settore minerario
decollava, spinto dalla domanda vorace della Cina. Oggi la storia si
ripete, ma il “driver” è l’infrastruttura dell’AI stessa.
È tecnicamente difficile essere rialzisti sull’intelligenza
artificiale senza esserlo sul rame e sull’argento, i metalli
fondamentali per data center, reti elettriche e connettività 5G.
La
rotazione è già in atto: i multipli di giganti petroliferi come
Exxon sono ormai comparabili a quelli di Microsoft o Google, e i
grandi produttori di rame quotano a premio rispetto a Nvidia. Il
mercato sta realizzando che si fa prima a costruire una fabbrica di
chip che a rendere operativa una nuova miniera. Siamo in un ciclo che
favorisce chi possiede le materie prime, mentre il capitale “esce”
dai settori tecnologici maturi per cercare rifugio in asset
tangibili.
Addio al BTP 2067: Il Rischio di
“Sovereignty Gap”
In
questo quadro, ho preso una decisione drastica: ho venduto il BTP
2067 (scadenza 1° marzo 2067, ISIN IT0005433195), l’ultimo titolo di
stato italiano rimasto nel mio portafoglio. La motivazione non è
legata a un timore di default imminente, ma a una questione di
concorrenza sui capitali e sovranità monetaria.
L’Italia
è un paese ad alto debito che opera all’interno di un sistema a
moneta unica, privo della leva della svalutazione competitiva o della
monetizzazione diretta. In un mondo dove Alphabet (Google) colloca
bond centenari per finanziare i propri investimenti in AI, la
competizione per la liquidità a lunghissimo termine si fa feroce.
Perché un investitore dovrebbe prestare soldi a 40 anni a uno stato
burocratico e indebitato quando può prestarli a una “tecnocrazia”
come Alphabet, che dispone di flussi di cassa superiori a molti PIL
nazionali e sta costruendo il motore economico del prossimo secolo? I
bond di queste Big Tech, legati allo sviluppo dell’AI, diventeranno i
nuovi “safe haven” per chi cerca durata, offrendo garanzie
di crescita che un paese vecchio e a bassa produttività non può più
assicurare.
Liquidità verso il Rendimento
Difensivo: Il Certificato su Oro ed Argento.
In una settimana frenetica come quella appena trascorsa, il tempo per l’analisi profonda di nuove strategie è venuto a mancare. Tuttavia, nel trading e nell’investimento, non operare è a tutti gli effetti una scelta operativa. In questa fase di mercato, rimanere liquidi non è un segno di indecisione, ma un’ottima alternativa strategica che permette di attendere il setup perfetto senza subire la volatilità erratica.
I risultati delle ultime settimane confermano che la qualità dell’analisi conta più della quantità delle operazioni. La strategia sul VIX, condivisa lo scorso 10 gennaio, si è rivelata un grande successo: l’ingresso sul certificato Mini Long a 0,319€ e l’uscita a 0,552€ hanno generato un rendimento del +73%. Un risultato eccezionale che premia la lettura corretta sulla fine dell’eccessivo ottimismo dei mercati. Se tornasse sui livelli dell’articolo, riaprirei una posizione analoga.
Allo stesso modo, la strategia su Stellantis, dopo il crollo della stessa, impostata a fine dicembre può considerarsi conclusa in anticipo. Con il certificato che quota vicino a 114, non appena lo spread denaro-lettera tornerà su livelli standard, chiuderò la posizione. Portare a casa il profitto ora, nonostante l’orizzonte iniziale di sei mesi, permette di capitalizzare il movimento velocemente e liberare risorse.
In attesa di nuovi spunti operativi, la parola d’ordine resta prudenza e gestione della liquidità.
Oggi
ci sono molte cose da dire, quindi mettetevi comodi perché
l’articolo sarà lunghetto.
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Ed ora iniziamo finalmente,
La
conclusione del mese di gennaio 2026 ha segnato una cesura netta
nelle dinamiche macroeconomiche globali, cristallizzando un mutamento
di paradigma che gli investitori istituzionali stavano tentando di
decifrare sin dall’inizio dell’anno. La settimana compresa tra il
26 e il 30 gennaio non è stata soltanto un periodo di intensa
volatilità finanziaria, ma il momento in cui la narrazione del
“Debasement Trade” – ovvero la scommessa sulla
svalutazione sistematica del dollaro a fronte di un debito pubblico
statunitense percepito come insostenibile – si è scontrata
frontalmente con la realtà di una nuova configurazione della Federal
Reserve. Il catalizzatore di questo shock sistemico è stata la
nomina ufficiale di Kevin Warsh alla presidenza della banca centrale
americana, una mossa che ha scatenato un violento “de-leveraging”
nei comparti dei metalli preziosi e un riposizionamento aggressivo
sulla curva dei rendimenti dei Treasury. In un panorama così
frammentato, dove la correlazione tra le asset class tende a
convergere verso l’unità nei momenti di panico, l’ingegneria
finanziaria offre soluzioni di mitigazione del rischio che superano
la dicotomia tra liquidità pura e rischio direzionale. Il
certificato che andrò a presentare emerge in questo contesto come
uno strumento di resilienza superiore, capace di assorbire shock di
mercato che annienterebbero un portafoglio azionario tradizionale.
La Settimana della Grande
Ricalibrazione: Macroeconomia e Shock Finanziari
L’ottava
conclusasi il 30 gennaio 2026 ha mostrato una divergenza estrema tra
i dati fondamentali dell’economia reale e il sentiment dei mercati
finanziari. Mentre l’S&P 500 tentava di consolidare i guadagni
mensili sopra la soglia psicologica dei 6.900 punti, il sottostante
obbligazionario e il mercato delle materie prime segnalavano tensioni
latenti pronte a esplodere. La dinamica dei prezzi è stata
influenzata da una serie di trimestrali di peso, tra cui Meta,
Microsoft e Tesla, che hanno mostrato una crescita degli utili solida
ma accompagnata da valutazioni che molti analisti hanno iniziato a
definire “estenuate”. Tuttavia, il vero driver della
settimana non è stato di natura microeconomica, bensì squisitamente
monetaria e politica.
Il Crollo di Oro e Argento:
Anatomia di una Liquidazione
Venerdì
30 gennaio 2026 rimarrà impresso come una data di capitolazione per
i sostenitori dei beni rifugio fisici. L’oro e l’argento, che avevano
beneficiato di un rally parabolico nel corso del 2025 alimentato
dalla sfiducia nelle valute fiat, hanno subito una flessione che, per
intensità e rapidità, ha ricordato la volatilità del fenomeno
GameStop del 2021 o i momenti più concitati della crisi pandemica.
L’oro ha registrato una perdita giornaliera del 9,11%, scivolando a
4.887,07 USD l’oncia, mentre l’argento ha subito un vero e proprio
crollo sistemico del 26,91%, attestandosi a 84,63 USD.
Questa
correzione non può essere interpretata come un semplice movimento
tecnico. Si è trattato della rottura della narrativa del “Debasement
Trade”. Gli investitori retail, pesantemente esposti in leva
finanziaria attraverso derivati e piattaforme di trading, sono stati
costretti a chiudere le posizioni a fronte di un dollaro americano
che ha messo a segno una “V-shaped recovery” (ripresa a V)
fulminea, rompendo supporti grafici che duravano da mesi. La
riduzione della leva finanziaria ha bruciato circa 7.000 miliardi di
dollari di capitalizzazione nel comparto delle materie prime in una
sola seduta, evidenziando come il mercato fosse saturo di posizioni
“long” affollate e prive di una reale copertura.
Materia Prima
Prezzo
(30/01/2026)
Variazione
Giornaliera
Variazione
Mensile (Gennaio)
Oro (USD/oz)
4.887,07
-9,11%
+13,13%
Argento (USD/oz)
84,63
-26,91%
+18,77%
Platino (USD/oz)
2.121,60
-18,97%
+2,49%
Rame (USD/lb)
5,92
-4,51%
+4,09%
Petrolio Brent
69,32
+0,39%
-1,41%
Fonte:
Trading Economics e Elaborazioni Macro
Il
distacco dell’oro dai tassi reali, osservato nei mesi precedenti, si
è bruscamente ricomposto. Se in precedenza l’oro saliva nonostante
rendimenti obbligazionari positivi perché il mercato non credeva
alla sostenibilità del sistema, la prospettiva di un nuovo corso
alla Federal Reserve ha invertito questa percezione. L’oro non ha più
agito da riserva di valore in questa seduta, ma da asset ad alto
beta, vulnerabile alla restrizione della liquidità globale.