Partiamo
Oggi da un vecchio anzi vecchissimo articolo: Altra
possibilità sui titoli farmaceutici per un 16.5%. Questo
articolo è interessante perché è la dimostrazione tangibile di
come l’asimmetria dei certificati offra una protezione ed una
capacità di generare reddito che investimento diretto in azioni non
fornisce.
Il
certificato era andato in sofferenza a causa delle pessime
performance sia di Bayer che di Pfizer, tant’è che per ben 9
trimestri, ossia 27 mesi, ossia più di due anni, il certificato non
ha pagato alcuna cedola!
Pian
piano però i due titoli si sono riavvicinati alla barriera fino a
superarla e mi sono trovato sul conto corrente tutte le cedole
accumulate fino ad oggi ossia il 33,75% del capitale (in realtà
anche un po’ di più visto che lo avevo acquistato sotto la pari).
Tutto questo grazie all’effetto memoria. Impiegherò la liquidità
così viene data acquistando il certificato che sarà oggetto di
analisi nel proseguo di questo articolo.
Facciamo
però prima come al solito una sintesi sugli aspetti per me più
importanti dell’ultima settimana sui mercati.
Un altro punto però prima di iniziare: vi ricordate quando ho scritto che l’operazione in Venezuela non sarebbe stata risolutiva rispetto ai prezzi del petrolio? In Attenzione alla fine dell’ottimismo: guardiamo il VIX, ho scritto: “È molto più probabile nel breve termine che il prezzo del mercato venga influenzato da un eventuale attacco all’Iran che non dalla nuova produzione venezuelana.”, beh guardate cos’è successo ai prezzi e fatevi un’idea.
Allo
stesso modo sento di poter affermare che su questi livelli, con
cautela, si potrebbe pensare di iniziare a costruire una posizione
short sul petrolio ma avendo molta pazienza nel vedere prezzi più
bassi verso i 50$ per il WTI.
Parte I: L’Anatomia
dell’Incertezza – Tra Sentenze e Illusioni Tecnologiche
La
settimana si è conclusa con Wall Street sui massimi, con l’indice
S&P 500 appena sotto quota 6400 e il VIX tornato sotto 15 – il
livello più basso da febbraio. Un clima di apparente calma,
supportato dall’ottimismo riguardo alla possibile conclusione delle
trattative commerciali tra Stati Uniti, Giappone ed Europa.
L’accordo siglato tra USA e Giappone, che prevede una tariffa
generalizzata del 15% sulle importazioni nipponiche, ha evitato
un’escalation al 25% inizialmente prevista. La reazione dei mercati
è stata positiva: le case automobilistiche giapponesi hanno
registrato balzi a doppia cifra (Subaru +13%, Mazda +12%, Toyota
+11%). Il Giappone ha inoltre promesso fino a 550 miliardi di dollari
di investimenti negli USA, destinati a settori strategici come
semiconduttori, difesa, farmaceutica e AI.
Anche un’intesa con l’Europa sembra in fase avanzata, sebbene
permangano divergenze su settori come auto, acciaio e alluminio.
Trump ha dichiarato che le probabilità di accordo sono “50/50,
forse meno”. Tuttavia, la percezione degli investitori è mutata:
ciò che mesi fa sarebbe stato letto come una minaccia commerciale,
oggi è accolto con favore. La tariffa al 15% viene ormai vista come
una soglia “ragionevole” – complice anche l’adattabilità
dimostrata finora dai mercati globali.
Sul fronte politico-economico interno, Trump ha inscenato un vero
e proprio teatro mediatico insieme al presidente della Fed Powell,
visitando un cantiere con tanto di caschetto per denunciare gli
sprechi. Una scena surreale, ma perfettamente in linea con la
retorica MAGA. Nonostante le critiche, Trump non intende rimuovere
Powell, preferendo mantenerlo come potenziale capro espiatorio in
caso di rallentamento economico. Intanto, chiede un taglio dei tassi
di ben 300 punti base.
Infine, emerge con forza il tema della protezione delle Big Tech
americane: no alla digital tax da parte di altri paesi, sì a
incentivi massicci all’AI e a una deregulation ambientale e
sociale. La tecnologia diventa così braccio strategico del potere
politico. L’amministrazione Trump mira a rinsaldare la leadership
americana sull’intelligenza artificiale, in chiave anti-Cina e in
alleanza con i colossi digitali più allineati all’agenda MAGA.
È proprio in quest’ottica di massicci investimenti sull’AI
che ho selezionato il seguente certificato ma che acquisterò quando
l’indice VIX rialzerà la testa, non ora!
Colgo prima l’occasione per ricordarvi che chi volesse contribuire al proseguimento di questo blog, lo può fare in vari modi. Il primo è più efficace è quello di effettuare una donazione tramite Go Fund Me o Buy Me Coffee. Poi potete iscrivervi alla mailing list qui a destra, potete cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che vi vengono presentate ed infine potete diffondere gli articoli tramite i social network a cui siete iscritti. Queste ultime due possibilità non vi costano nulla! Inoltre ora potete farlo anche tramite un trasferimento di bitcoin a questo indirizzo: bc1qy0kr074kdpnlrzszgwfnrdrlv2srnmkdzltl8s od utilizzando il seguente QR Code:
Negli
Stati Uniti i principali indici hanno chiuso la settimana in rialzo,
sostenuti da dati economici solidi e dal clima più disteso sulle
trattative commerciali, ma secondo me durerà ancora poco. Lo S&P
500 ha guadagnato circa l’1% da inizio settimana,
superando quota 6.000 punti (chiuso a 6.003 il 6 giugno), il Nasdaq
Composite ha messo a segno un progresso di circa il 2%
nell’arco settimanale e il Dow Jones ha chiuso
anch’esso in leggero rialzo. A spingere i corsi sono stati dati sul
lavoro migliori delle attese (+139mila nuovi posti di lavoro a maggio
negli USA) e il raggiungimento di un accordo provvisorio tra Stati
Uniti e Cina per ridurre i dazi reciproci sui beni (tregua di 90
giorni). Sul fronte tecnologico, titoli come Nvidia (+1,2%), Meta
(+1,9%) e Apple (+2,1%) hanno beneficiato del quadro positivo.
In Europa la tendenza è stata analoga: gli indici azionari hanno
recuperato terreno dopo un breve scivolone iniziale. Il DAX
tedesco è salito circa dell’1,7% mercoledì 28 maggio, mentre
l’Euro Stoxx 50 (il paniere delle Blue Chip
dell’eurozona) ha registrato un rialzo nel corso della settimana,
spinto dal calo dell’inflazione. Secondo i dati preliminari
Eurostat, l’inflazione annuale nell’area euro è scesa al 1,9% a
maggio (da 2,2% di aprile), ben al di sotto dell’obiettivo BCE.
Anche in Italia Piazza Affari ha terminato la settimana con un segno
positivo: il FTSE MIB ha guadagnato circa lo 0,55%,
chiudendo a 40.602 punti venerdì 6 giugno.
Sul fronte obbligazionario, i rendimenti dei titoli di Stato sono
rimasti sostanzialmente stabili con segnali di moderato calo in
Europa. Il BTP decennale italiano rende attorno al
3,5%, grazie anche al restringimento dello spread sotto i 95 punti
base. In Germania il Bund 10 anni tratta intorno al
2,6%, coerentemente con le attese di un nuovo taglio dei tassi da
parte della BCE dopo il dato di inflazione debole. Negli Stati Uniti,
il rendimento del Treasury 10 anni si attesta poco sotto il 4,5%
(circa 4,50%), in rialzo rispetto alla settimana precedente per via
dell’ottimismo sull’economia e sarà questa una delle variabili
principali da monitorare nei prossimi mesi.
Infatti i mercati guardano ora ai prossimi appuntamenti macro:
questa settimana la BCE ha effettivamente tagliato i tassi di 25
punti base, mentre negli USA è attesa la riunione della Fed di metà
giugno. La politica monetaria resta quindi al centro delle
attenzioni. Sul fronte geopolitico, oltre all’intesa sui dazi
USA-Cina, si segnala la decisione di Trump di rinviare le tariffe
previste sull’Europa, notizia che ha alleviato la pressione sul
mercato europeo. In sintesi, l’ultima settimana ha visto prevalere
umori positivi, con azioni e obbligazioni che hanno digerito dati
chiave e novità politiche, confermando un clima di attendismo
costruttivo sui listini globali.
In questo contesto aumentare la componente liquida del portafoglio
è comunque un’ottima idea. Un’alternativa può essere trovare
dei certificati che hanno una buona probabilità di essere richiamati
a breve in modo tale da essere pronti a sfruttare futuri ribassi.
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